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9.3.09

La li lu le lo

Si ricomincia a viaggiare, senza sosta e senza coscienza, lancia in resta e con la voglia di gironzolare e lavorare, ma anche con la consapevolezza che a fine mese mi aspetta un probabile ricovero per disfacimento. Domani, da qualche parte attorno a mezzogiorno, decollo per Montreal. A Milano si torna sabato. Mercoledì prossimo, probabilmente sfatto dal concerto dei Killers della sera prima, parto per Stoccolma. Due giorni dopo, probabilmente sfatto punto e basta, parto per San Francisco, causa GDC. Rientro definitivo fissato per il 28 (o il 29? non ricordo). Nel frattempo, i pochi folli che ci tengono a leggermi con continuità non disperino: son stato colto da fuoco sacro e ho preparato un po' di roba che sarà pubblicata in automatico da Blogger. Buon Cabela & Rapala a tutti!

Watchmen

Watchmen (USA, 1986/1987)
di Alan Moore, Dave Gibbons e John Higgins
Unica edizione degna di essere letta: la Absolute americana


Ho letto Watchmen per la prima volta da qualche parte all'inizio degli anni novanta. Era l'edizione italiana in volume, probabilmente pubblicata da RCS. Dico "probabilmente" perché non so dove sia finita. Credo di averla prestata a qualcuno che non me l'ha mai ridata (ho giusto in mente un paio di nomi). Non l'ho più riletto e ne ricordavo pochissimo, se non che indubbiamente mi era piaciuto molto, anche se magari all'epoca non avevo esattamente gli strumenti per comprenderne la portata. Di sicuro ricordo che mi annoiavo un po' a leggere gli intermezzi fra un episodio e l'altro. Anzi, probabilmente qualcuno l'avevo anche saltato.

Son passati tanti anni e se ce la facciamo fra qualche giorno vado a vedermi il film. Film che non ho atteso con la bava alla bocca, perché in un modo o nell'altro, forse per averlo letto troppo presto, forse per il non averlo mai riletto, forse perché chi lo sa, non mi sono mai affezionato più di tanto a Watchmen. E anche perché, diciamocelo, dal trailer sembra 300 con la gente in costume da supereroe invece che da bagno. E a me 300 non è che sia piaciuto molto.

Però, mi dicevo, almeno vado a vedermelo vergine, senza ricordarmi nulla del fumetto, così evito le seghe mentali. E invece, un paio di giorni fa ho deciso che era ora di rileggermelo, 'sto Watchmen. E di far fruttare i 75 dollari spesi per comprare la Absolute Edition a San Francisco due anni fa. Anche perché, ok, anche solo avercela è bello, fa arredamento, fa colore quando si parla e si può dire "io ho la Absolute Edition, mica cazzi", però a me le cose che compro piace usarle e consumarle. Anche se magari non sembra.

E così mi sono finalmente riletto Watchmen, in due sessioni a cavallo fra sabato notte e domenica mattina, fermandomi solo perché stavo crollando dal sonno, ma non certo quando mi sono messo a mangiare o a cacare. E fare colazione o sedersi sulla tazza sfogliando quell'incredibile mattone non è per niente facile. Ma è sicuramente più facile che staccarsi dalla lettura di quell'incredibile capolavoro. Perché la cosa più incredibile di tutte, poi, alla fine, è questa: una volta tanto le impressionanti aspettative non mi hanno fregato e in Watchmen ho trovato tutto quello che speravo e credevo di poter trovare. E se anche il film di Zack Snyder fosse una merda mostruosa, cosa che non penso sia, avrebbe comunque il merito di avermi fatto (ri)leggere questo mastodonte.

Un mastodonte che oltre vent'anni dopo magari non conserva lo stesso impatto corrosivo e di totale destrutturazione del fumetto americano, non sfoggia la stessa carica di analisi sociale e politica, non sembra più completamente "nuovo", folle, eversivo, rivoluzionario. Ma in fondo ha anche addosso vent'anni di narrativa mondiale influenzata e pervasa a più livelli, continua a spingere ed esprimere riflessioni profonde, importanti, commoventi sulla natura stessa della vita, dell'universo, di tutto quanto e, diciamocelo, nella sua analisi del sociale, della politica, del mondo demmerda in cui si vive, non è poi così invecchiato, nonostante Richard Nixon sia ormai poco più che Frank Langella.

E d'altra parte, con tutto quello che sta capitando in 'sti anni, non mi pare che una possibile fine del mondo autogestita da noi stessi sia meno probabile rispetto a quando Alan Moore s'immaginò il polipone. Certo, dopo l'undici settembre il polipone sembra molto meno assurdo e scioccante, ma in fondo funziona ancora, magari in maniera diversa, nella maniera in cui ti porta alla memoria devastanti spettri di qualcosa che dopotutto è ancora bello limpido nel ricordo.

Limpido come è limpida, scintillante, cristallina, la maestria con cui in Watchmen ogni cosa, ogni singola cosa, ogni cazzo di virgola, di vignetta, di nuvoletta, di tavola, di riga, parola, sfumatura di colore sia perfetta, immutabile esattamente dove deve stare. Tutto è lì, al suo posto, incredibile, meraviglioso nel singolo momento e nel suo intrecciarsi con ogni elemento che gli sta attorno, a formare un mosaico spaventoso, avvolgente, agghiacciante.

Il lavoro sul linguaggio, la perfezione nel costruire ogni anche minimo snodo narrativo, la splendida caratterizzazione di tutti personaggi, il ritmo letargico, compassato, trascinante, in continua crescita, che monta tutta la tensione possibile un pezzo alla volta e ti stronca con quello splendido negarti qualsiasi soddisfazione bassa nel finale. La devastante bellezza con cui ognuno dei dodici episodi ha una sua precisa e distinta struttura narrativa che si incastona a meraviglia con tutto il resto. La lancinante poesia di un uomo nudo e blu che passeggia su Marte riflettendo sul senso della vita. La tragica e malinconica disperazione di un folle che filtra il suo malessere attraverso l'inchiostro sparso sul volto. La tenerezza di uno sfigato panzone sognatore, ingenuo, dolce, innamorato. La tragedia e il miracolo del semplice essere umani e del vivere mostrati in ogni anche minimo personaggio di contorno. La bellezza di un capolavoro senza tempo, che non sono in grado di raccontare come vorrei. Ne ha scritto mezzo mondo, l'hanno fatto sicuramente meglio di me. Una sola cosa conta: leggerlo.

6.3.09

UAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!

Uah Uah UAH!!!

2.3.09

The Witcher

Wiedźmin (Atari, 2007)
sviluppato da CD Projekt RED STUDIO


Quando ho a che fare con queste situazioni mi chiedo se sono tutti impazziti o se sono stronzo io. Probabilmente la dura, triste e vera verità è che sono stronzo io, ma sul serio, lo chiedo a chiunque passi di qui: come cazzo si fa a esaltarsi per la narrazione profonda e adulta di The Witcher? No, dico, davvero, sveglia, eh. Questo non è un gioco maturo, al massimo è "for mature readers". Ma neanche, perché poi il modo in cui affronta certe tematiche mature è da giornaletto soft core per adolescenti.

Davvero siamo ridotti a esaltarci per una roba in cui un universo narrativo senza dubbio dalle premesse interessanti, adulte, fuori dagli schemi del solito fantasy stantio viene sfruttato in maniera tanto volgare e dozzinale? Oh, intendiamoci, non è che mi scandalizzi perché in The Witcher è possibile portarsi a letto qualsiasi essere di sesso femminile si incontri (e se ne incontrano tante, tutte con delle enormi tette e quasi tutte seminude), sia possibile farlo con un paio di clic sulle frasi giuste e si venga premiati (ahahahahha) con le trading card del Tromba. Figuriamoci, anzi, mi sono pure divertito, a provarci con tutte e a riuscirci con quasi tutte. Il punto, però, è che non mi si deve venire a raccontare questa roba come qualcosa che non è.

Il punto è che un contesto maschilista all'interno del quale si muovono personaggi gretti, meschini, cupi, mi va benissimo. Caspita, è originale, è affascinante, pone delle premesse intriganti, che fra l'altro vengono in parte sfruttate anche bene. Solo che se poi mi ci costruisci attorno delle meccaniche di gioco altrettanto maschiliste, per di più semplicistiche e dozzinali, beh, a me viene abbastanza da ridere. E alla fine ti chiedi se il target di 'sto gioco non sia in realtà quello degli adolescenti ingrifati. Altro che maturo. Anche perché poi, diciamocelo, simili considerazioni si possono fare su un po' tutto The Witcher.

Perché avere a disposizione un intreccio narrativo ampio, in cui ogni mia scelta può andare a influenzare gli eventi, lo sviluppo della storia, la configurazione del mondo di gioco, le relazioni fra i vari personaggi, è solo ottimo. È l'essenza stessa di un buon gioco di ruolo. Però magari l'idea sarebbe di farti sentire davvero parte di un mondo in continua evoluzione, di piazzartici dentro e farti credere che tutto abbia un suo senso, un suo ruolo, e che in questo contesto tu sia in grado di influire a più livelli. Lo fa, questo, The Witcher? Può essere, ma di sicuro lo declina in maniera a dir poco impacciata.

C'era davvero bisogno di quei pacchiani, didascalici, superflui filmati in cui il gioco si mette in pausa e la voca narrante ti dice: "Ok, allora, ricapitoliamo, siccome due ore fa tu hai fatto questo, adesso succede questo e quest'altro, ma se ti fossi comportato diversamente, beh, sarebbe successo altro". E grazie al cazzo, puoi anche lasciare che me ne accorga da solo, puoi anche evitare di tenermi per mano e trascinarmi dall'altro lato della strada spezzandomi completamente qualsiasi parvenza d'illusione. Ma che è, mi pigli per il culo?

E vogliamo parlare della sceneggiatura? Vogliamo parlare di con che fastidiosa pochezza e leggerezza vengono trattati temi importanti, universali e - certo - adulti? Mi piace che The Witcher si metta, seppur in maniera a tratti superficiale, a parlare di società, discriminazione, morte, malattia, amore. Mi piace meno che lo faccia con una scrittura tanto piatta, povera, banale, disarmante, e a un po' tutti i livelli. Da certi personaggi caratterizzati in maniera ridicola (Sherlock Holmes, mamma mia), al linguaggio totalmente fuori contesto (eh, ma se non ci metti qualche fuck non è un gioco maturo), al modo assurdo in cui la costruzione delle relazioni fra i personaggi vien buttata lì, appena accennata, basata su tante, troppe cose sottintese.

Incontri una, ci scambi due chiacchiere al volo, te la scopi sul tavolo del salotto e la molli lì per andare a farti i cazzi tuoi. Poi, quando torni, improvvisamente, è scoppiato l'amore travolgente e si parla come se ci fossero stati chissà quali intensi e incredibili trascorsi. Sono l'unico a trovare tutto ciò un po' ridicolo? A pensare che la sceneggiatura di The Witcher dia troppo per scontato e pretenda dal giocatore un coinvolgimento emotivo che con queste premesse non può crearsi? E vale lo stesso per qualsiasi relazione si vada a creare fra i vari personaggi - penso per esembio al bambino che si trova al centro delle vicende - perché il lavoro di fino è, semplicemente, assente. Ora, io non mi aspetto che tutti sappiano gestire queste cose come, che ne so, Joss Whedon, ma insomma, qualcosina in più, soprattutto in un gdr, sì, checcazzo!

Tutta 'sta pappardella, comunque, non significa che The Witcher non mi sia piaciuto, tant'è che me lo sono giocato fino in fondo. E questo nonostante a un certo punto sia andato a sbattere contro il per me insopportabile muro del dover ammazzare quintali di mostri a caso per raggiungere il livello d'esperienza richiesto. A conti fatti, nonostante tutto, sono andato avanti, perché comunque, nell'arco dell'intero gioco, ho trovato tante belle idee, un mondo affascinante, molti momenti evocativi. E poi c'è una storia tutto sommato non banale, con anche un discreto lavoro sulle side quest, molto spesso ben scritte e pensate in modo da integrarsi con la trama principale. Senza contare che, vista la natura da cazzaro del protagonista, non si ha quasi mai la solita sensazione di stare perdendo tempo in quisquilie mentre si dovrebbe essere impegnati a salvare il mondo. Anche perché a Geralt, di salvare il mondo, non è detto che glie ne freghi poi molto. A lui basta chiavare.

26.2.09

La fisica dei supereroi

The Physics of Superheroes (USA, 2005)
di James Kakalios


La fisica dei supereroi è un manuale di fisica for dummies, che illustra un gran numero di leggi e concetti appoggiandosi a quanto avviene nei mille mondi del fumetto popolare americano. James Kakalios, professore di fisica all'università del Minnesota, spiega nell'introduzione di aver scelto quest'approccio nel suo lavoro di tutti i giorni, prima ancora che nello scrivere il libro, quando si è reso conto che - paradossalmente - gli studenti riuscivano a seguirlo ben più facilmente quando sfruttava come esempi i poteri dei supereroi, invece che avvenimenti e situazioni di vita quotidiana.

Da lì l'idea di realizzare un testo divulgativo probabilmente fin troppo semplice per chi conosce la materia, ma certo a tratti complesso (o comunque costruito in modo da richiedere una discreta dose d'impegno) per chi al contrario di fisica non sa nulla. A rendere La fisica dei supereroi davvero piacevole, comunque, è soprattutto lo stile colloquiale e divertente con cui è scritto. Certo non barboso come (il ricordo che ho di) La fisica di Star Trek, altrettanto e forse più interessante sia come metodo d'approccio semplificato a certi argomenti, sia per soddisfare l'animo nerd di chi legge.

Al di là di qualche regola spiegata "per i fatti suoi", in quanto necessaria come premessa, tutto il libro è basato sull'analisi di poteri, situazioni e personaggi, sullo sfruttarli per raccontare leggi fisiche, ma anche sull'analizzare la credibilità di quanto viene raccontato nei fumetti. E in molti casi si viene a scoprire che - fatta salva una premessa impossibile, una "eccezione miracolosa" che bisogna sempre dare per accettata - le creazioni di Lee & Kirby, oltre che di chi è venuto prima e dopo di loro, non sono poi tanto assurde e, anzi, viaggiano spesso sulle ali di solide basi scientifiche.

Serve sicuramente un minimo di curiosità per l'argomento e tocca forse essere appassionati di supereroi per poter cogliere tutte le sfumature e ogni riferimento, ma il libro di James Kakalios è una lettura piacevolissima e straconsigliata a tutti i nerd in ascolto. Passo e chiudo.

25.2.09

Star Wars: The Clone Wars

Star Wars: The Clone Wars (USA, 2008)
di Dave Filoni
con le voci di Samuel L.Jackson, Christopher Lee e un po' di gente sconosciuta che imita gente più famosa


Questa incredibile monnezza, meglio dirlo e sottolinearlo, non ha nulla a che vedere con la deliziosa serie animata partorita da Genndy Tartakowsky fra 2003 e 2005. Che, lo ricordo, è la miglior cosa (nonché una delle poche decenti) partorita dall'universo narrativo di Guerre Stellari dopo il 1980. No, questo cumulo di pattumiera è, invece, la degna coda di quello schifìo che sono i prequel di Guerre Stellari. Che, lo ricordo, vanno a formare una trilogia talmente moscia e piatta che La minaccia fantasma ne esce come il miglior film. La minaccia fantasma. Leggetelo a voce alta, ripetete con me: "La minaccia fantasma, il miglior film".

Ecco, qui c'è quello stesso spirito idiota, quella stessa insistenza su scene d'azione interminabili, mediocri e pallose come la morte per inedia, quella stessa comicità che non fa ridere nessuno, quella stessa incapacità di realizzare qualcosa, qualsiasi cosa, che riesca a essere non dico interessante, ma perlomeno divertente. Anzi, peggio, questa roba è la versione brutta di tutto ciò. Capito? La versione brutta dei prequel di Guerre Stellari. Una roba imbarazzante, un film da un'ora e venti talmente noioso da andare persino oltre il fatto che lo sto guardando in aereo, luogo dove in genere si accetta passivamente un po' di tutto.

Questa. Roba. Fa. Cacare.

Molle.

24.2.09

Metal Slug 7

Metal Slug 7 (SNK Playmore, 2008)
sviluppato da SNK Playmore


Metal Slug 7 è il gioco perfetto per un viaggio breve. Accendi, ti metti a giocare e sei subito a casa, non c'è nulla di nuovo da imparare, nulla di strano da capire. Salti, spari e vai dritto dall'inizio alla fine. Se hai voglia di sbatterti ai livelli di difficoltà più alti, magari ti dura anche un po', magari ti dura perfino più del viaggio che stai facendo. Se vuoi solo giocartelo tutto, è molto probabile che una volta arrivati a destinazione sia già ora di riporlo sullo scaffale.

E alla fine è una bella cosetta in qualsiasi modo la si prenda. Se vuoi andare in sbattimento con i top score e le minchiatelle da sbloccare, beh, c'è da sudare parecchio. Se ti interessa solo gustarti un giochino spensierato, c'è bella grafica, sparatorie e bordello dall'inizio alla fine. E pure la modalità con le missioni extra, che ha il suo bel perché.

Tutto questo, comunque, non significa che Metal Slug 7 non abbia i suoi bravi e innegabili difetti. Che giocare nel 2008 una roba uscita direttamente dal 1998 non sia necessariamente un problema siamo d'accordo. Che in una serie storicamente ottima da affrontare in multiplayer non sia previsto il supporto al Wi-Fi fa, sinceramente, abbastanza cacare. Che si utilizzi il touch screen in maniera oscena, per farti trappolare inutilmente con la mappa, invece che per accedere in maniera più comoda ai menu, invece, fa ridere. Non ci si incazza, perché alla fine si vive bene lo stesso, però fa ridere.

Divertente? Sì. Grafica spettacolare? Sì. Un buon Metal Slug? Discreto. Sfrutta le caratteristiche del Nintendo DS? Per nulla. Dura poco? Come al solito, dipende da come lo giochi. Anche se probabilmente dura meno del solito. Vale la pena a 40 euro? Uhm.

23.2.09

Tropic Thunder

Tropic Thunder (USA, 2008)
di Ben Stiller
con Ben Stiller, Robert Downey Jr., Jack Black, Nick Nolte


Non so di preciso perché Tropic Thunder non mi attirasse particolarmente. Probabilmente perché c'è Jack Black, che devo aver smesso di sopportare, boh, sette o otto anni fa, e c'è Ben Stiller che interpreta il solito personaggio uguale a tutti gli altri suoi. Però Ben Stiller è anche dietro alla macchina da presa, cosa che ha generato bene o male tutti i suoi migliori film. E, soprattutto, c'è Robert Downey Jr. che fa il nigga. E Robertino è uno dei pochi uomini in grado di rendermi degno qualsiasi film. Eppure, per qualche motivo, Tropic Thunder mi respingeva, e per guardarlo me lo sono dovuto ritrovare davanti durante un volo intercontinentale.

Ma che si sarebbe perlomeno trattato di un gradevolissimo passatempo è stato chiaro fin da subito, da quegli esilaranti trailer fittizi che aprono il film e mi hanno fatto sputazzare sullo schermo le schifezze che stavo mangiando. E che sono, diciamocelo, la cosa migliore e più divertente di tutto Tropic Thunder, ma ti fanno anche intuire quanto nascosti sotto brani di ordinaria banalità possano spuntare (e spuntino) trovate, momenti, intuizioni davvero notevoli, vien quasi da dire geniali.

Ben Stiller si conferma autore solo apparentemente scemo, ma in realtà intelligente e, soprattutto, furbo come un bastardo. Sposta sull'industria del cinema il giochetto alla base di Zoolander e in un colpo solo tira fuori un film che prende per il culo tutti quanti, tiene a bada Jack Black (anzi, prende per il culo pure lui, quindi ancora meglio), lascia andare a ruota libera Robert Downey Jr., regala a sorpresa, di soppiatto, un Tom Cruise FE-NO-ME-NA-LE e, in sostanza, diverte alla grande dall'inizio alla fine.

Bisogna stare al gioco, è necessario farsi coinvolgere, tocca accettare le strizzatine d'occhio e le tirate di gomito, ma se ne guadagna una serata (o un pezzetto di transvolata oceanica) piacevole e divertente.

20.2.09

Il curioso caso di Benjamin Button

The Curious Case Of Benjamin Button (USA, 2008)
di David Fincher
con Brad Pitt, Cate Blanchett


Nel raccontare la curiosa storia di un uomo che invecchia al contrario, David Fincher si conferma ancora una volta autore interessante, originale e che sfugge con insistenza al manierismo e alle vie più ovvie e semplici. E conferma pure di non riuscire mai ad annoiarmi o a sembrarmi prolisso. Anche quando tutti lo accusano di questo, qui come nel bellissimo Zodiac, lui proprio non ci riesce a farmi sbadigliare.

Il "bello" di Benjamin Button sta nella totale innocenza e schiettezza, del personaggio come del film. Nell'insistenza con cui Fincher evita di farsi trascinare dalla facile tentazione di dirigere un film macchietta, fatto di continue trovate originaligenialifresche, e sceglie invece la via della normalità, del presentare come ovvio, netto, inevitabile un fatto completamente senza senso. Non c'è spiegazione, non c'è accanimento sull'idea come metafora di chissà cosa, c'è solo la vita normale di un uomo anormale. Ed è forse questo il maggior pregio e il maggior limite di un film che ti stupisce per come sia lontano da quel che t'aspetteresti e ti delude perché in fondo ti sembra che da quell'idea non si stia cavando nulla.

Fincher racconta la vita di un uomo che nonostante la sua diversità cerca quello che cerchiamo tutti. Parla dei suoi fallimenti e delle sue esperienze, mette in scena la malinconica e disperata ineluttabilità che ci accomuna. Nel farlo, sciorina quasi tre ore affascinanti, ammorbanti, incostanti, nelle quali si alternano passaggi molto intensi, per esempio gli incontri "falliti" fra Benjamin e Daisy, e altre scene più ordinarie e meno sentite, a cominciare dal momento in cui finalmente le due vite s'incrociano, raccontato in maniera mediocre, pacchiana, "staccata" quasi a voler dichiarare fin da subito come non ci sia modo di uscirne vincitori.

Un film stranissimo nella sua normalità, che sembra costantemente in procinto di sprofondare nella melassa insopportabile, ma riesce sempre in qualche modo a tenersene fuori, o per quella manciata di belle trovate (l'orologio e la guerra, l'ometto e i suoi fulmini, gli "e se" e quello sguardo disperso), o per l'atmosfera subdola che scivola sotto pelle, o perché Brad Pitt l'è proprio bravino, o perché comunque, di fondo, si respira un senso di malinconia, di fallimento, di non potercela proprio fare, che ti mette a disagio dall'inizio alla fine. Non sarà un capolavoro, non sarà un grandissimo film, non sarà quel che sarà, ma avercene, di non capolavori e non grandissimi film come questi.

E poi stiamo parlando di un film in cui Cate Blanchett interpreta la donna più bella del mondo. E come posso non apprezzare un film in cui Cate Blanchett interpreta la donna più bella del mondo? Non posso. E infatti io lo apprezzo, un film in cui Cate Blanchett interpreta la donna più bella del mondo. Quindi, apprezzo Il curioso caso di Benjamin Button, un film in cui Cate Blanchett interpreta la donna più bella del mondo.

P.S.
Al cinema Arcobaleno di Milano proiettano Il curioso caso di Benjamin Button in lingua originale. Tutti i giorni, a tutti gli spettacoli. Esatto, ce l'hanno proprio fuori in lingua originale. Solo in lingua originale, non anche. Senza sottotitoli. O sono completamente pazzi, o Porta Venezia è diventata roccaforte degli immigrati anglofoni, o sono completamente pazzi. Io comunque approvo, apprezzo e, nel mio piccolo, supporto e foraggio. Ah, il 13 marzo esce in tutta Italia Gran Torino. E se nel frattempo questi non rinsaviscono, per il film di Clint Eastwood è previsto lo stesso trattamento. Stima.

 
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