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8.9.11

[FF11] In Her Skin / I Am You




In Her Skin (Australia, 2009)
di Simone North
con Guy Pierce, Miranda Otto, Ruth Bradley, Kate Bell, Sam Neill


Girato e distribuito in Australia nel 2009 e giunto altrove rimbalzando fra i festival, I Am You racconta l'allucinata storia di Caroline Reid, ragazza piuttosto squilibrata che in quel di Melbourne decide di farsi prendere dalla rabbia e dall'invidia e fa fuori una sua conoscente più bella, brava, semplice e fortunata di lei. Ispirato a una storia vera, anche se con qualche nome un po' cambiato, il film di Simone North si concentra su tre punti di vista differenti per raccontare la stessa vicenda, tramite gli occhi della vittima, dei suoi genitori, della carnefice. Ne viene fuori, soprattutto, un lavoro pazzesco di almeno tre attori.

Guy Pierce e Miranda Otto sono fenomenali nei panni di genitori attanagliati dal non sapere e dalla preoccupazione e il film è fantastico nel concentrarsi sulle loro umane reazioni senza uscire mai dal seminato, senza buttarla sul patetico o sull'esagerazione. Già solo per godere di questi due attori in azione, vale la pena guardarselo. E poi c'è Ruth Bradley, che interpreta la folle Caroline e fuori giri ci va più e più volte, ma riesce comunque a mettere sullo schermo un personaggio capace di provocare reale inquietudine nella sua disperata carica autodistruttiva.

A rovinare quello che sarebbe  potuto essere uno splendido film e finisce invece per vivere di alti e bassi ci pensa la regia di Simone North, che se da un lato firma con la scena dell'omicidio un momento lacerante, intenso per davvero, dall'altro tende a perdersi in insopportabili, presuntuosi svolazzi di macchina da presa e simbolismi da quattro soldi che nulla hanno a che vedere coi toni pacati del racconto. Se a questo aggiungiamo una colonna sonora insensata, con quei sussurri e bisbigli da Venerdì 13, davvero non si capisce che razza di idee schizoidi ci fossero dietro alla confezione di questo film. Ed è un peccato, però, perché nei suoi momenti buoni I Am You (o In Her Skin) è cinema davvero potente e che lascia il segno.

E poi c'è Sam Neill, che non fa molto più che interpretare il ruolo di Sam Neill, ma è pur sempre Sam Neill.

7.9.11

[FF11] The Divide


The Divide (USA, 2011)
di Xavier Gens
con Lauren German, Milo Ventimiglia, Michael Biehn

The Divide si apre sull'immagine di una bomba atomica che devasta New York e di un gruppo di poveretti che trovano rifugio chiudendosi nella cantina del loro palazzo. Come inizio, non si scherza affatto. Da questa premessa si sviluppa poi un film tutto claustrofobico, psicologico, ansiogeno e privo di speranza o vie di fuga consolatorie. Il mondo esterno viene appena intravisto, giusto in un paio di inquietanti occasioni, e per il resto le quasi due ore di pellicola sono interamente dedicate alla classica storia di gente confinata in uno spazio ristretto che se ne va psicologicamente in vacca.

Perché un film del genere funzioni fino in fondo, il bel talento visivo di Gens e le buone prove di quasi tutti gli attori sicuramente servono e danno una mano, ma contano fino a un certo punto e riescono a renderlo appena gradevole se la scrittura, come in questo caso, non è all'altezza della situazione. Tutto si svolge come da copione, con i personaggi psicologicamente più deboli che piano piano perdono il senno, seguiti poi a ruota da tutti gli altri, in una spirale di violenza psicologica, fisica, sessuale senza fine. I vari protagonisti cadono sempre più a pezzi, mentalmente e fisicamente, (anche se, ovvio, fra caduta di capelli, dimagrimento ed escoriazioni assortite sono quelli più antipatici a ridursi peggio, mentre i "positivi" mantengono tutto sommato un bell'aspetto fino alla fine) e piano piano si arriva a un atto conclusivo in cui è ormai tragedia spinta.

Alla fin fine The Divide non sarebbe neanche male perlomeno nelle intenzioni: tutto concentrato in un ambiente ristretto, concede davvero poco o nulla al lieto rassicurare lo spettatore e prova ad affondare anzi una coltellata - emotiva e letterale - dietro l'altra. Il problema è che i personaggi faticano ad andare oltre la macchietta e finiscono per ricordare più la teppa di Ken il guerriero che i protagonisti di un dramma fantascientifico. Se a questo aggiungiamo che le idee sono tutte concentrate nella prima parte, per poi lasciare spazio a una serie di sviluppi visti mille volte e che non hanno nulla di sorprendente, beh, allora è evidente che le ambizioni di Gens vanno oltre le capacità sue e di chi gli ha scritto il film. Anche se il finale è piuttosto efficace, bisogna ammetterlo.

Fantastico, comunque, scoprire che il tono di voce normale di Milo Ventimiglia non è il bisbiglio da ganzo che utilizza in Heroes


[FF11] Cat Run


Cat Run (USA, 2011)
di John Stockwell
con Paz Vega, Scott Mechlowitz, Alphonso McAuley, Janet McTeer

Cat Run è un film d'azione scemo e divertente, che però non riesce ad essere abbastanza divertente o d'azione per andare oltre lo status di scemo. Si sforza tantissimo, fra i protagonisti presentati con le sovraimpressioni ganze, i personaggi totalmente sopra le righe, l'abbondanza di split-screen e altre soluzioni visive à la page, il racconto esilino e tutto costruito su coincidenze, botte di fortuna e romanticismo, l'assenza di pudore nel mostrare sangue e carne, la comicità dell'assurdo e soprattutto gli attori che si divertono come matti a interpretare le loro sagome di cartone. Ma gli manca proprio la capacità di fare quel passo in più che ci vorrebbe.

Ed è una capacità che, probabilmente, manca soprattutto a John Stockwell, regista dalla carriera piuttosto anonima e non in grado di dirigere una singola scena d'azione davvero appassionante o di dare corpo a un film che per funzionare avrebbe bisogno di un manico vero dietro alla macchina da presa. Invece c'è un mezzo incapace che scopiazza in giro tutto quello che gli pare bello e lo schianta dentro alla rinfusa, senza aggiungere un'idea che sia una. E ci sono, anche, due protagonisti vagamente simpatici, ma proprio poco convincenti e incapaci di tenere testa, per presenza scenica e bravura, a chiunque passi loro davanti.

Poi, per carità, nonostante tutto, il film scorre, strappa qualche risata, riesce a sorprendere in un paio di occasioni e ha una spettacolare Janet McTeer che da sola vale la visione. Ma non riesce comunque a sollevarsi dal pantano del mediocre, oltre a lasciare addosso l'impressione di non essere altro che un tentativo impacciato e ritardatario di scopiazzare cose fatte (meglio) da mille altri.

Il paradosso è che sembra un bruttarello adattamento da un qualche fumetto americano recente a caso, di quelli con la gente che spara e dice battute ganze e politicamente scorrette. Ma non lo è.

[FF11] Snowtown



Snowtown (Australia, 2011)
di Justin Kurzel
con Daniel Henshall, Lucas Pittaway, Craig Coyne


Snowtown racconta la storia di John Justin Bunting, un tipetto simpatico famoso per essere il peggior serial killer nella storia dell'Australia e attualmente impegnato a godersi gli undici ergastoli che gli hanno appioppato. Nel portare avanti la sua gioviale attività, Bunting ha goduto dei servigi di un gruppetto di persone, che si sono fatte coinvolgere in maniera più o meno spontanea. Fra queste c'era il giovane James Spyridon Vlassakis, attraverso i cui occhi viene raccontato il film.

Il regista Justin Kurzel sceglie un approccio quasi documentaristico, certo non da appassionante thriller o poliziesco, e mette in scena soprattutto la triste e monotona vita da periferia cittadina. Racconta di una qualunque famiglia squattrinata, di ragazzi che crescono senza una figura paterna e patiscono crudeltà e difficoltà di vario tipo. E mostra l'arrivo di Bunting in questo contesto. Un uomo che si presenta come amico e confidente, che conquista la fiducia di tutti quelli che gli stanno attorno e che sembra avere anche le proprie ragioni nel modo in cui indirizza la propria rabbia contro i (presunti) pedofili e altri tipi di personaggi.

Lento, stordente, ammorbante, ma capace di assorbire completamente proprio grazie al suo stile straniante, Snowtown si trascina sulla noia micidiale di una vita senza sbocchi, mette a disagio vero prima ancora di versare una singola goccia di sangue e colpisce come un macigno nelle sue esplosioni di violenza fuori campo. Tanto Bunting costringe Vlassakis al coinvolgimento nei suoi particolari hobby, quanto il regista Justin Kurzel trascina lo spettatore in quello stesso mondo. A tradimento, di sorpresa, sbattendoglielo in faccia all'improvviso. E poi diventa davvero difficile uscirne.

Fra l'altro ha un'estetica e un ritmo tremendamente da film dei Dardenne, anche se la poetica è piuttosto diversa, molto più storta. Kurzel potrebbe essere il terzo fratello, quello squilibrato e di cui si vergognano.


6.9.11

Ciao Italia!


Hhahahah, sarà un caso, magari mi confondo, ma mi pare proprio il video che ho caricato io su Youtube e che magari chi segue il mio misero blog aveva visto in questo post qui. Un bacio a Repubblica.it, nel caso, lieto di aver contribuito alla vostra giornata con un filmato che han visto in oltre novantamila, vale a dire il triplo delle persone rispetto a quello che sta al secondo posto. 

Certo, il mio video su Youtube l'han comunque visto in dodicimila e passa, che, hahahaha, è anni luce sopra a qualsiasi cosa abbia mai messo su Youtube, ma vuoi mettere?

[FF11] Perfect Sense




Perfect Sense (UK, 2011)
di David Mackenzie
con Eva Green, Ewan McGregor

Siccome non bastava il Fast & Furious d'autore, adesso abbiamo anche il 2012 d'autore. E pure questo è uno spettacolo incredibile. Il tizio che sale sul palco prima di (quasi) ogni film al Fantasy Filmfest ha introdotto Perfect Sense in maniera piuttosto roboante. Almeno credo, dato che non capisco il tedesco. Ma insomma, ho captato che lo considerava l'highlight del festival e che a un certo punto ha citato Roland Emmerich. Questa introduzione, un trailer che fa il misterioso e un avvio di film un po' pomposo mi hanno, devo dire, piuttosto mal disposto. Il che, se vogliamo, rende ancora più forte il mio essere uscito dalla sala emozionato, estasiato, gasato e considerare Perfect Sense una delle robe più belle che abbia visto quest'anno.

Il racconto è semplicino e parla di fine del mondo o, meglio, dell'umanità. Si ipotizza un virus - o qualcosa del genere - che va a colpire l'intera popolazione del pianeta privandola dei cinque sensi, uno per volta. E ogni perdita è anticipata da uno sfogo emotivo fortissimo. Il primo passo, per esempio, è un'eccesso improvviso d'ansia, disperazione, rimorso, cui fa seguito la scomparsa dell'olfatto. E via a proseguire, verso un finale senza uscita. Tutto questo non viene però raccontato con una visione d'insieme, con scene di massa e catastrofi assortite, ma attraverso le vite dei due protagonisti e delle persone che ruotano loro attorno.

Al di là di qualche breve inserto di montaggio, ritmato dalla voce narrante di Eva Green che illustra gli effetti della malattia, tutto il film si concentra su come i due personaggi affrontano l'esplodere della loro storia d'amore e l'implodere della vita umana. Tremendamente romantico e malinconico, nonostante un'apparenza fredda e intellettuale, Perfect Sense si prende il lusso dello sguardo circoscritto, mostra l'apocalisse tramite il panico del singolo individuo e mette in scena un trasporto poetico efficace, delicato, mai forzato. Ricercato e affascinante, dipinge un'umanità che si aggrappa disperatamente a quel che le rimane, adattandosi ogni volta che perde un pezzo e cercando di continuare a vivere nonostante tutto, scoprendo nuove forme, colori insospettabili, passioni che un tempo non esistevano. Un film bellissimo, intelligente, molto ben recitato, pieno di invenzioni e capace di emozionare per davvero.

Oh, magari esagero, magari è solo perché non sapevo bene che aspettarmi, ma insomma, davvero, mamma mia.

Italia vs Israele - 95 a 96


Non è che ci sia troppo da stupirsi, perché in fondo questo è esattamente quello che ti aspetti da una nazionale italiana, però davvero, dopo tutte le parole spese sul fatto che, sì, certo, dispiace, è una delusione andare a casa, ma tutto sommato la squadra è da lodare per l'impegno, la voglia di crescere e giocare nel modo giusto, la capacità di dare il massimo e i progressi fatti, ti ritrovi un match conclusivo in cui quella stessa squadra fa talmente merda da generare questo simpatico teatrino:


Eh. Il torneo è finito, le palle sono già sull'aereo per casa, la partita contro Israele la si affronta giusto perché costretti. Alla faccia della professionalità, della stima per il lavoro del gruppo, dello spirito nuovo visto in campo e pure del fatto che, oh, tanto per gradire, i punti fatti qui servono per semplificare il cammino alle qualificazioni dell'anno prossimo. Niente, presi a ceffoni da una squadra priva del loro talento migliore, messi sotto da gente che - loro sì - davvero tira fuori le palle e la voglia di dare sempre il massimo. Poi, per carità, meno male che è arrivato il moto d'orgoglio e gli italiani han provato a vincerla, piazzando una rimonta tutta difesa che ha dell'incredibile e arrivando a giocarsela punto a punto.

Solo che poi si è ripetuta la solita tarantella, con gli azzurri che non riescono a gestire le partite tirate fino in fondo e, pur piazzando qualche giocata di spessore (e di culo) che porta ai supplementari e quasi regala la vittoria, mettono sul piatto due o tre scemenze colossali. E niente, si perde anche questa. E in tutta franchezza, anche se sulla rimonta mi sono gasato, anche se tifavo e speravo, anche se mi spiace che Bargnani saluti l'Europeo con quella fesseria finale, perché il suo Europeo sarà ricordato per quella e non se lo merita, visto come ha giocato... giusto così. Giusto sucarsi il bagno d'umiltà poi invocato da Hackett.

Per carità, le considerazioni generali fatte dopo la partita con la Francia rimangono, ma, se la testa è questa, c'è davvero ancora tanto da crescere, a prescindere da tutte le pippe mentali sul playmaking assente, sulla mancanza di corpaccioni, sulle scelte discutibili, sulla poca esperienza e sulla sfiga. Che valide lo sono e lo rimangono, eh. Però, davvero, ma dai, ma che cazzo è?

La sbraitata di Pianigiani, casomai: "Bisogna che si giochi con un po' di dignità! Con un po' di anima, cazzo, nessuno fa un salto! Un fallo, quella palla lì! Facciamo a cazzotti, almeno! Ma che cazzo avete dentro?!?" Poi dice anche "Porca troia!", ma me ne sono accorto tardi. Comunque, con questa mi sono visto pure una partita con telecronaca in russo. Hahahaha, è fantastico.

5.9.11

Italia vs Francia - 84 a 91


Disclaimer: questo post è stato concepito prima che si giocasse la partita conclusiva del girone, ma non ho poi fatto a tempo a pubblicarlo perché ero preso da altre cose. Mi spiace modificarlo, quindi lo pubblico così. 

E con una prevedibile sconfitta "a testa alta" l'Italia se ne esce anche da questo Europeo, dopo aver giocato un intero match alla pari con una Francia che ha legittime ambizioni di medaglia (ma che non mi sembra comunque all'altezza di una Spagna). L'esito della partita non è stato troppo diverso da quanto visto con Serbia e Germania, anche se sono i dettagli a fare un po' la differenza. L'Italia ha messo complessivamente in campo una prestazione che non va molto lontana dal meglio che questi giocatori sono in grado di offrire oggi, e per tre periodi di gioco ha sostanzialmente tenuto in mano la partita, pur senza riuscire mai a prendere davvero il largo. Poi, però, quando si è arrivati a giocare punto a punto, ancora una volta è venuta fuori la squadra più esperta, quadrata, magari anche talentuosa, ma soprattutto in grado di gestire la situazione. E, non va neanche dimenticato, è accaduto con Tony Parker in panchina.

Rispetto a quanto visto in partite precedenti, però, non si può certo dire che l'Italia si sia sciolta, anzi, tutt'altro, specie se consideriamo che, di fatto, Bargnani ha avuto in mano il tiro che poteva valere la vittoria, ed era un tiro tutt'altro che forzato, anzi ben costruito, giusto. Poi la palla è uscita, ma del resto è così che funziona il giochino e con qualche palla in più dentro o fuori magari adesso si gongolava per il passaggio del turno. Bargnani, a proposito, ha giocato ancora molto, molto bene, proseguendo la crescita messa in mostra e dimostrando di avere grinta anche quando la partita scotta. In questa partita, poi, incredibile, si è visto perfino un Belinelli quasi degno, non tanto per quei due o tre tiri sparacchiati entrati per miracolo, quanto per la voglia di attaccare il canestro e farsi sentire. In compenso, ancora una volta, è mancato Gallinari, e si sono visti tutti i limiti della squadra.

Di fondo, però, l'Italia esce dal torneo consapevole di essersela giocata alla pari con delle squadre di livello e del fatto che, se magari non ci si fosse qualificati dalla porta di servizio e si avesse avuto quindi a che fare con un girone meno competitivo, poteva arrivare anche qualcosina in più. Di sicuro abbiamo visto della crescita, un gruppo che giocava come squadra e con voglia di impegnarsi e difendere, un allenatore che qualcosa provava a fare, un Bargnani in grado di comportarsi da leader. Ci sono pure stati degli errori fastidiosi ma figli dell'inesperienza di tutti (compreso Pianigiani, che non è necessariamente nato imparato per questo contesto), c'è stato un Belinelli che francamente temo ormai sia questo e ce lo dobbiamo tenere, e c'è stato un Gallinari che - al di là di qualche sprazzo - ha mostrato tutta la sua inesperienza. 

Epperò uno può comunque uscirne con dell'ottimismo, prendere nota dei passi avanti compiuti e pensare che fra due anni, magari, saremo lì a giocarcela apertamente, più pronti, più in grado di dire qualcosa di importante. Fermo restando che i problemi rimangono. Che se le risposte sono Crosariol e Cusin le domande forse è meglio non farle. Che tocca davvero sperare che Gentile junior diventi degno del padre e possa dare alla nazionale il playmaker che le serve. 

Io, comunque, non posso fare a meno di continuare a chiedermi cosa ci faccia Datome in nazionale se poi deve passare il tempo a scaldare la panchina. E, volendo, mi chiedo anche se tutto sommato Poeta una chance non se la meritasse. Specie considerando che Maestranzi non ha combinato un tubo ed è di fatto sprofondato nella panchina quando contava davvero.

[FF11] Red State



Red State
(USA, 2011)

di Kevin Smith
con Michael Parks, John Goodman, Michael Angarano, Nicholas Braun, Ronnie Connell, Melissa Leo, Kerry Bishé

Posso fare a meno di aprire il post su Red State con la tiritera su Kevin Smith, sul personaggio Kevin Smith che ultimamente ha preso a starmi un po' sui maroni, sul fatto che sono riuscito a farmi piacere più o meno tutti i suoi film fino a Jersey Girl (compreso Jersey Girl) ma Clerks II mi ha fatto piuttosto cacare, non ho visto Zack & Miri e Cop Out m'è parso gradevole, anche se più per meriti di Tracy Morgan che altro? Uhm, no, mi sa che non posso. Comunque, quando lo Smith se n'è saltato fuori con questo progetto sfizioso e con quel trailer davvero intrigante, non so perché mi sono convinto che si fosse messo in testa di girare un torture porn, o come cacchio si chiamano adesso le robe in stile Hostel. E che sarebbe venuta fuori una schifezza. E invece Red State è una cosa ben diversa, che tutto sommato non mette in mostra particolari dosi di violenza esplicita insistita (giusto qualche pistolettata) e che si gioca tutto sull'atmosfera e sull'ansia. E non è una schifezza.

Faccio pure fatica a considerarlo un horror vero e proprio, checché ne dica Smith, perché di fatto non c'è questa gran ricerca della tensione o dello spavento. C'è un racconto semplice semplice, che parte sì dalle classiche premesse da film horror (ragazzi arrapati in cerca di sesso, troveranno guai) e per un attimo sembra davvero andare nella direzione di Hostel, ma si dirige poi in un territorio tutto suo, fatto di amoralità, disinteresse per uno sviluppo classico o prevedibile, critica insistita a un po' tutto e tutti, sparando a caso in ogni direzione.

Ispirandosi al reverendo Fred Phelps e alla sua simpatica congrega battista, Smith sembra quasi voler spiegare a tutti quanti che in realtà è molto più capace di quanto si pensi. La sceneggiatura è micidiale, perfetta nel suo prendersi i tempi che servono e costruire la tensione con uno sviluppo dalla lentezza lancinante, puntuale nei rarissimi accenni di risata, ottima nel tratteggiare i vari protagonisti esattamente per quel che servono. Non si prende le parti di nessuno, anche se è evidente che ci sono personaggi per i quali è più facile simpatizzare, e si lascia spazio a una direzione del film e degli attori incredibile, che zittisce tutti quelli che han sempre considerato Smith una capra. Certo, poi aiutano le interpretazioni notevoli di praticamente tutti gli attori coinvolti, ma è proprio il film tutto a funzionare davvero, forse anche e soprattutto per la sua capacità di sorprendere fino in fondo lo spettatore che vi si presenta davanti più o meno vergine, oltre che per la subdola bravura nel dipingere una situazione totalmente assurda senza sconfinare nel ridicolo, ma ricordandoti anzi che, tutto sommato, robe del genere, nella pazza pazza America, sono sempre dietro l'angolo.

Guardando il film ho realizzato che il "God Hates Fangs" di True Blood fa riferimento al "God Hates Fags" motto della chiesa di Phelps. Non ci avevo mai pensato, sono parecchio stordito.

[FF11] Super




Super (USA, 2010)
di James Gunn
con Rainn Wilson, Ellen Page, Liv Tyler, Kevin Bacon, Michael Rooker

Nel momento in cui per la prima volta la DC riesce a portare al cinema qualcosa che non sia Batman o Superman, la Marvel riesce a organizzare un mega cross-over fra sei film distribuiti nell'arco di cinque anni, ci sono altre due o tre saghe di roba sui supereroi apprezzata da critica e pubblico, è in lavorazione un sequel di Ghost Rider con Nicolas Cage che piscia fiamme e siamo addirittura ai sotto-generi radicati, con quattro esponenti per il filone dei supereroi sfigati e fatti in casa, beh, è evidente che i tizi in calzamaglia non ce li leveremo dalle scatole per un bel po'. Oppure il genere sta per implodere e collassare su se stesso, può anche essere. Comunque, nel caso specifico, viene spontaneo chiedersi se dopo Special, Defendor e Kick-Ass ci sia ancora spazio per un nuovo rappresentante della categoria. Eh, dipende. Per dire, a un film il cui trailer si presenta con "From the lunatic who directed Slither" gli si vuole già bene a prescindere. Anche perché io, al lunatico James Gunn e al suo adorabile Slither, voglio in effetti un gran bene. 

Lo spunto che differenzia Super dai suoi predecessori, comunque, sta nella natura del protagonista, che questa volta non è semplicemente uno sfigatello nerd o un povero ritardato, ma uno squilibrato vero. Uno che decide di mettersi in costume dopo aver avuto una visione mistica in cui dei tentacoli in stile Urotsukidoji gli aprono la capoccia, l'enorme dito di Dio gli tocca il cervello e Nathan Fillion vestito da Holy Avenger gli dà un paio di dritte. Un tizio seriamente pericoloso, che procede a tentoni e si agita sostanzialmente preda della rabbia per l'amor perduto, abbattendo a colpi di chiave inglese sulla fronte piccoli e grandi criminali, ma anche gente che - per dire - salta la fila al cinema.

Ed è seguendo la sua furia psicolabile che il film abbandona i temuti toni da Sundance Festival accennati in avvio per andare alla deriva verso un fiume in piena di improvvisi, fortissimi, raptus violenti e comicità dell'assurdo. Anzi, ancora meglio: Gunn riesce a mescolare le due anime, sfruttando non a caso una folle e ottima Ellen Page e partorendo un film che riesce a ritagliarsi un'identità tutta sua, che ti fa innamorare dei suoi personaggi squilibrati e che ti appassiona con la sua narrazione schizoide. Insomma, una figata.

Ha forse solo un po' il "problema" che il trailer rischia di attirare un pubblico non necessariamente avvezzo ai crani scoperchiati mostrati dal film. Voglio dire, il trailer di Slither era decisamente più sincero.

 
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