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10.12.13

The Human Race


The Human Race (USA, 2013)
di Paul Hough
con Paul McCarthy-Boyington, Eddie McGee, Trista Robinson

Nel leggere la premessa alla base di The Human Race, è difficile non farsi venire in mente La lunga marcia, quel vecchio delizioso romanzo che Stephen King aveva firmato con lo pseudonimo di Richard Bachman. Anche qua, infatti, si racconta che s'affronta in una gara di corsa, su un circuito prestabilito, nella quale infrangere le regole porta all'eliminazione fisica. In realtà, poi, la sostanza della situazione è abbastanza diversa e Paul Hough ci infila dentro anche un po' di Battle Royale, con la gente selezionata in giro e sbattuta a forza in un'arena che diventa presto teatro di un conflitto brutale, alimentato dalla natura stessa delle regole, e un po' di fantascienza, dato che il funzionamento del tutto si basa su trovate non proprio delle più ancorate alla realtà. Il risultato è un frullatone che a modo suo riesce ad essere quasi originale e che dà vita a un filmetto divertente e pieno di spunti azzeccati, pur con tutti i suoi limiti.

In particolare, è apprezzabile la voglia di prendere lo spettatore in contropiede giocando con le aspettative, dalla classica mossa di pasticciare con l'importanza dei personaggi, ammazzandoti magari a sorpresa quello che pensavi sarebbe stato un protagonista, al modo in cui le - infami - regole della competizione vengono pian piano svelate e poi utilizzate per alimentare l'azione e i bagni di sangue. Non c'è nulla di clamorosamente mai visto prima e, anzi, diverse svolte sono abbastanza prevedibili, ma i cliché vengono utilizzati bene e in generale c'è abbastanza da divertirsi, pur nella consapevolezza di star guardando un film d'esordio fatto con quattro soldi, che per altro si vedono tutti nei momenti in cui Hough prova a fare l'ambizioso con gli effetti speciali.

Ma soprattutto, The Human Race è un film onesto, che non si nasconde dietro a un dito e prende di petto il suo essere serie B, senza per questo scivolare nell'autoparodia o nel frullato di citazioni a caso. Sa quel che è e non se ne vergogna. Dopodiché, se funziona, è anche perché il cast è azzeccato. Non ci sono certo interpreti da Oscar, anzi, ma fanno tutti il loro dovere e funzionano. Con menzione d'onore in particolare per Eddie McGee, attore privo di una gamba (gli è stata amputata a undici anni a seguito di un tumore), ovviamente limitato da questo nella sua carriera, ma forte di una grande presenza fisica, grazie alla quale prende abbastanza in fretta il controllo del film e riesce ad esibirsi in due o tre bei momenti d'azione. Il che, considerando che tutto ruota attorno a una corsa, non è certamente male. Fra l'altro, curiosità, scopro oggi, spulciando Wikipedia, che si tratta del vincitore della primissima edizione del Grande Fratello americano.

Ho visto il film al cinema a settembre, al Fantasy Filmfest di Monaco di Baviera. L'uscita negli USA sembra essere prevista per gennaio, ma in generale non mi aspetterei una gran distribuzione in giro per il mondo. D'altra parte è il classico film che ti godi se lo guardi con un pubblico da festival a far casino o con un gruppo di amici armati di pizza e birra. Regolatevi di conseguenza.

9.12.13

Hunger Games: La ragazza di fuoco


The Hunger Games: Catching Fire (USA, 2013)
di Francis Lawrence
con Jennifer Lawrence che si mangia tutti tranne Philip Seymour Hoffman

Non ho letto i romanzi di Suzanne Collins e non ho quindi idea di come i film si pongano rispetto ai libri originali, anche se leggo in giro gente che parla di estrema fedeltà. Per me, giocoforza, gli aspetti interessanti di Hunger Games stanno altrove. Innanzitutto nella presenza di un'attrice pazzescamente dotata come Jennifer Lawrence, in secondo luogo nella curiosità per una serie di film che, pur dando magari l'idea, a livello superficiale, di stare rivolgendosi allo stesso target di Twilight, ha saputo raggiungere un pubblico di tutte le fasce e proporre una storia di grande successo in cui la protagonista è una ragazza forte, credibile, che sappia essere eroina anche "fisica" senza giocare sulle allusioni sessuali e staccandosi con forza dal modello di eroina il cui dramma umano si limita al decidere se farsi ingravidare dal vampiro o dal lupo mannaro. In questo, Hunger Games mi sta simpatico, specie poi in un mondo in cui anche i Marvel Studios, che al momento sembrano potersi permettere tutto e che possono attingere a una riserva sterminata di personaggi femminili, ritengono non sia il caso di piazzare una donna al centro dell'azione (non da qui al 2015 tutto, comunque).

Al di là di queste considerazioni, Hunger Games, tanto il primo film (ne avevo scritto su Outcast) quanto questo secondo, è allo stesso tempo una mezza - perché prevedibile - delusione e una bella sorpresa. La delusione sta nel fatto che avrei preferito vedere il coraggio di affrontare in maniera più ricca le tematiche appena sfiorate e la forza di un'azione messa in scena con più brutalità, ma tanto non è che potessi aspettarmelo. La sorpresa rimane quella per film comunque godibili, ritmati, piacevoli, che scorrono senza problemi, hanno comunque il pregio di fare quanto detto sopra e riescono a tirar fuori qua e là qualche guizzo interessante, nonostante uno svolgimento e dei colpi di scena che più telefonati di così sarebbe dura. In questo senso, a conti fatti, al di là dell'essermi goduto serenamente un paio d'ore abbondanti al cinema, La ragazza di fuoco mi lascia realmente addosso qualcosa di equivalente a ciò che ancora mi rimane del primo film: un'attrice protagonista che ruba la scena a tutti quanti con un'interpretazione ben più degna di quelle che tante sue colleghe offrono in contesti paragonabili e almeno una scena davvero riuscita e coinvolgente, per entrambi i film quella del lento arrivo all'arena e dell'avvio dei giochi, affrontata per altro in maniere diverse e tentando di evocare sentimenti diversi.

Oltre a questo, a rimanermi davvero stampato nella retina è un singolo momento di pazzesca forza espressiva di Jennifer Lawrence. Nel primo film fu quello sguardo di terrore subito prima del dunque, qui è proprio l'ultima inquadratura, un cambio d'espressione che non so quante attrici della sua età sarebbero in grado di rendere con altrettanta forza, impatto e profondità. Dopodiché, questo secondo film ha un po' tutte le caratteristiche della serialità, dell'episodio centrale di una trilogia (che pure avrà il suo terzo capitolo spezzato in due): si prova ad approfondire maggiormente i personaggi, a beneficio soprattutto della Effie di Elizabeth Banks, si propongono situazioni simili secondo un taglio diverso (decisamente più gradevoli i "trappoloni" nell'arena, rispetto agli orrendi cagnacci del primo film) e si racconta una storia che, di fatto, non ha conclusione. Ma le novità vere sono sostanzialmente due. Da un lato c'è Philip Seymour Hoffman, un altro che con pochissimo materiale riesce comunque a fare tantissimo, dando potenza al nulla e riempiendo di sostanza un personaggio sotto vuoto spinto, soprattutto nella scena del ballo. Cinque minuti suoi spazzano via senza problemi la pochezza di Wes Bentley. Dall'altro c'è il cambio dietro alla macchina da presa, effettuato in modalità stealth. Francis Lawrence non è certo un maestro, anzi, ma in Constantine e Io sono leggenda, pur con tutti i limiti di quei due film, aveva comunque dimostrato di saper dare una sua impronta visiva al proprio lavoro. Qua, invece, non so se per scelta o per imposizione, si nasconde completamente dietro al franchise, svanisce e si limita a riproporre in copia carbone l'impianto visivo messo in piedi da Gary Ross nel primo episodio, col risultato di una regia, se possibile, dalla personalità ancora minore. Comprensibile, ma comunque abbastanza deludente.

Ho visto il film al cinema, qua a Parigi, in lingua originale. E la voce è tanto, tantissimo, nel recitare di quei due gran bravi attori che ho citato qua dentro. Così, lo rendo noto.

8.12.13

Lo spam della domenica mattina: Iperattività



Acciderbolina, questa settimana ho un sacco di roba da segnalare. Partiamo da Outcast, dove si sono manifestati il nuovo The Walking Podcast, sul gran finale di metà stagione per The Walking Dead, la recensione incazzosa di The Wolf Among Us e, ovviamente, l'episodio di Old! di questa settimana, faticosamente dedicato al dicembre del 1973. Inoltre, oggi esce un nuovo podcast speciale a reti unificate dedicato alla localizzazione. Se non è ancora fuori, quando lo sarà, lo troverete a questo indirizzo. Su IGN, invece, abbiamo l'anteprima di Moebius, la nuova avventura grafica di Jane Jensen, un articolo in cui racconto l'intervento di Fred Markus alla Game Connection Europe 2013, sul game design secondo Nintendo, e il nuovo episodio della rubrica dedicata ai giochi indie, per parlare dei quattro che ho provato sempre alla stessa manifestazione qua a Parigi. Ah, e il live blogging a caso di stanotte, anche.

Le due gif in apertura sono così, solo perché sì.

7.12.13

La robbaccia del sabato mattina: Supereroi a caso

 
Allora, questa settimana c'è stata un po' una mezza esplosione di cose di supereroi al cinema, con i tre inseguitori che si sono sventolati il dito medio a vicenda mentre la Marvel, dalla sua posizione di attuale dominio, se ne sta tranquilla a guardare. Che poi gli inseguitori siano per due terzi gente che fa film basati su personaggi Marvel è un po' l'emblema di quell'assurdità chiamata diritti, ma insomma. Ad ogni modo, hanno annunciato che in Batman Vs. Superman ci sarà effettivamente Wonder Woman, interpretata da Gal Gadot. Che, boh, a me piace, però mi sembra davvero un po' tanto magrolina, per interpretare quel personaggio della super guerriera amazzone spaccaculi. Ovviamente poi subito è scoppiato il vociare sul fatto che alla fine 'sto film potrebbe essere, di nascosto, un film sulla Justice League e che nei prossimi mesi annunceranno la presenza anche di questo e di quell'altro, magari pure ricollegandosi ad Arrow. Boh.

Passando al fronte Marvel, Bryan Singer ha annunciato per il 2016 X-Men: Apocalypse. E improvvisamente è esplosa l'internet a farsi i pipponi su cosa questo significhi. Fra le voci più accreditate, c'è quella secondo cui il finale di X-Men: Giorni di un futuro passato dovrebbe sostanzialmente porre le basi, probabilmente a causa di un qualche casino di viaggi nel tempo, per il film successivo. Che, per altro, se si ispirerà ad Age of Apocalypse, potrebbe raccontare di qualsiasi cosa, coinvolgendo qualsiasi personaggio, compresi quelli morti e sepolti. Si tratta solo di convincere gli attori di turno a tornare. Tutto questo, oltretutto, deve andare a incastrarsi col fatto che sono annunciati un nuovo Wolverine diretto da James Mangold, un film su X-Force firmato Jeff Wadlow e il reboot dei Fantastici 4. Ah, è stato anche annunciato che Simon Kinberg è stato messo a fare il Joss Whedon dell'universo cinefumettistico Fox (quindi mutanti più Fantastici 4). Con buona pace di Mark Millar, dato che in teoria occupava già quel ruolo lui.



E poi c'è questo qua sopra, il trailer di The Amazing Spider-Man 2, in cui si vedono Elektro, Rhino, Goblin, suo padre, il tizio misterioso col cappello, a un certo punto c'è scritto Venom, ci sono sei gabbie (anzi sette), si respira aria di Sinistri Sei e insomma è tutto un grande tripudio di roba buttata dentro alla rinfusa. E sulla carta dovrebbe anche farmi gasare, come trailer, ma non so, c'ha quell'estetica tutta indecisa fra il coloratissimo puccettoso dei film Marvel e il cupo più serioso che finisce per produrre un sapore di caramellato un po' antipatico. E io parlo da persona che il primo film l'ha apprezzato. Mah. Fra l'altro, l'ultima volta che han fatto un film con l'Uomo-Ragno contro Goblin jr. e altri due supertizi non è che sia andata benissimo. In generale, comunque, la puzza di morto della gente che sta cercando alla disperata di copiare il modello messo in piedi dalla Marvel è evidente e mette un po' tristezza. Al di là del fatto che ho l'impressione che ci si stia avvicinando velocemente al momento in cui pure io mi farò prendere dal mobbasta. Vedremo.



Chiudiamo con un saluto a Paul Walker, ciccio, che mi stava simpatico, pare fosse una gran brava persona e comunque era un pezzo importante di una serie di film che mi hanno fatto divertire tanto. Insomma, non sto qui a piangere, eh, però mi spiace e guardare il trailer qua sopra mi ha messo un po' a disagio.

Ieri sera sono andato a vedere Jennifer al cinema. Questo post l'ho scritto ieri pomeriggio, quindi non so come sia il film, però ♥♥♥.

6.12.13

Heavy Rain


Heavy Rain (Sony, 2010)
sviluppato da Quantic Dream - David Cage

L'altro giorno m'è arrivato nella casella della posta Beyond: Due Anime. Non l'ho ancora neanche infilato nella PS3, ma il suo arrivo m'ha fatto venir voglia di andare a cercare qua su Blogger la bozza mai completata del post dedicato a Heavy Rain. Perché non ho mai scritto di Heavy Rain? È un po' strano che, a parte questo post breve su Tumblr, non abbia mai scritto niente su un gioco che mi incuriosiva tanto e, soprattutto, che mi è piaciuto, no? Il problema, immagino, si chiama Outcast: ne ho chiacchierato in ben due episodi del podcast, prima qui e poi qui, che è una cosa che un po' tende a svuotarmi. Tant'è che qua su Blogger è pieno di bozze di post sui videogiochi nelle quali non ho mai scritto nulla, perché la voglia di esternare mi s'era esaurita. Poi, però, ogni tanto mi torna all'improvviso, tipicamente quando ho a che fare con "l'episodio successivo". Per dire, ho scritto di Dead Space 2 all'uscita del terzo episodio, ho scritto di BioShock 2 quando mi sono ritrovato a
deprimermigiocare con BioShock Infinite. E oggi scrivo di Heavy Rain, prima ancora di giocare con Beyond: Due Anime. Così. Perché no?

Ad ogni modo, vediamo cosa viene fuori, scrivendone oltre tre anni dopo. Va detto che, al contrario di quanto avviene in altri casi, la bozza di Heavy Rain, qua, aveva dentro degli appunti, immagino presi mentre giocavo. E infatti facciamo che non li cancello, li lascio qua sotto senza toccarli minimamente, a parte una piccola censura su una cosa che mi sembra brutta.

Il tutorial ci sta
Pensieri ridicoli
Regia dozzinale
Bug nella scala
Audio posizionati a caso
Musiche fuori luogo
Jason dove cazzo sei e sta li
Scelte toste
Facce inizio
Idee da dilettante scolastiche
Dialoghi si legano male
Tv posseduta
Gente passa attraverso in cutscene
Interrogatorio figo non ricordi osservare vestiti ti senti in colpa
Belllo ginale polizia
Rapina poi un cazzo
Lavare e usare carta dopo pisciato
Pillole senza capire non sai a cosa servano i comandi
Stazione folla ferma
Svritte a cazzo a caso vellulare
Doppiaggio altalenante
Automobili ridicole
Citazione indy
John sheppard
Flashback brutti
Elicottero?
Avvisi solo uno sporco [CENSURA]
E la moglie poveretta?
Finale a pezzetti brutto
Controlla coerenza dell assassino

Belli, no? Comunque, vediamo di provare a fare un discorso coerente, fermo restando che alla fin fine tutto quello che ho da dire sta scritto qua sopra, in quest'elenco sconclusionato. Il mio problema coi giochi di David Cage, perlomeno coi due che ho giocato, sta fondamentalmente nel fatto che lo ritengo un bravo game designer, che ha un sacco di idee interessanti e prova a fare cose anche importanti (ella!), delle quali c'è bisogno (ella!), ma le cui doti di scrittura e messa in scena non sono all'altezza degli obiettivi che si pone. E, dato che i suoi giochi si focalizzano prevalentemente sulla narrazione, questo diventa un grosso problema. Fahrenheit, poi, di problemi ne aveva mille altri, figli immagino degli incasinamenti produttivi, ed era un gioco penalizzato da una scarsa convinzione nelle idee che stava provando a portare avanti, cosa che mi rende difficile lodarne le intenzioni. Ma anche volendolo fare, con le intenzioni ci faccio poco, se poi il risultato è una robetta mediocre che ha le prime due o tre scene splendide, pur con qualche limite, e poi si tuffa brutalmente in una vasca di escrementi. Quindi, insomma, no.



Con Heavy Rain, invece, è andata meglio e ho scoperto un rinnovato apprezzamento per questo gentile e furbetto francese. È andata meglio soprattutto perché si tratta di un gioco molto più coerente, che si propone di fare una cosa e la fa fino in fondo, anche se poi paga lo stesso il fatto di doversi concedere a contraddizioni che non si capisce se siano figlie di rospi produttivi da ingoiare o del fatto che David Cage, di fondo, nell'animo, è un tamarro francese. Perché al di là di ogni altra considerazione, Heavy Rain ti si propone come il gioco drammatico che vuole trattare i temi adulti e sfuggire alla necessità realizzare solo giochi d'azione che domina il mercato, però poi non riesce a fare a meno di infilare inseguimenti e scene d'azione anche un po' a caso, per spezzare il ritmo, per allungare, per sbrodolare, che stiracchiano, stancano, non sono manco particolarmente divertenti e alla fine stanno lì solo per metterti in difficoltà e farti morire la gente fra le mani. E perché c'è il timore che un gioco in cui passi tutto il tempo a cucinare per tuo figlio verrebbe rifiutato anche da Sony, che con la roba "artistica" ci va a nozze.

La cosa è pure comprensibile, eh, ma si ritorna un po' sul discorso della coerenza di cui sopra. Ma va bene, stai sperimentando qualcosa di diverso dal solito, in un ambito che secondo molti non ha proprio mercato, ci sta che concedi qualcosa. Ci sta un po' meno che inserisci nel gioco un personaggio patetico come Madison, che sembra veramente stare lì solo per poter avere la scena in cui si mostra nuda sotto la doccia, per poter usare quell'idea - azzeccata - del farti mettere nei panni della tizia osservata dal porco e per infilarci una scena di sesso in un momento a dir poco pretestuoso (ma quantomeno realizzata con un po' di gusto, rispetto a quella roba tremenda e imbarazzante che era il sesso in Fahrenheit). Ma non importa, ci si passa sopra, dai. Così come si passa sopra al fatto che, di fondo, Heavy Rain sia un filmetto mediocre, un poliziesco di quelli che neanche Morgan Freeman vorrebbe interpretare, banalotto nella scrittura, scolastico nella regia, dozzinale nella messa in scena, con un uso delle musiche da mani in faccia (mi torna ancora in mente la festicciola coi bambini accompagnata da delle melodie da tragedia). Ci si passa sopra? Boh, sì, io all'epoca ci sono passato sopra, perché per qualche motivo mi stavo godendo questa robetta mediocre.

Come mai? Per lo stesso motivo per cui mi godo un film d'azione in cui la componente narrativa è risibile ma le mazzate sono da estasi suprema che è propria dell'amore. Perché Heavy Rain, per quanto mi riguarda, funziona in ciò che più conta: nell'interazione. Funziona nel proporre un modello d'interazione coerente con se stesso, adatto a ciò che vuole ottenere e accessibile, nonostante la trovata idiota del grilletto per far camminare i personaggi e nonostante a volte bari palesemente nel metterti in confusione coi comandi contestuali. Non funziona a tutto tondo, non funziona sempre, ma quando centra il bersaglio sa colpire fortissimo proprio grazie all'interazione, grazie ai rapporti coi personaggi che ti costruisci tu, giocatore, interagendo con loro attraverso azioni a modo loro noiose (trovata riemersa poi quasi identica nella parte finale di Red Dead Redemption), per poi tirarti in faccia quei rapporti più avanti nei momenti chiave, ponendoti di fronte a situazioni difficili. Funziona perché appoggia i suoi passaggi fondamentali di gioco su sentimenti e temi talmente forti che, anche se vengono trattati in maniera grossolana, col bonus dell'interazione diventano qualcosa di diverso.

In questo, per paradosso, Heavy Rain, il gioco accusato di non essere gioco, di essere cinema che si nasconde dietro un dito, è una vittoria molto più del David Cage game designer che di quello narratore. E in realtà io sono anche abbastanza convinto che la cosa gli faccia piacere. E, fra l'altro, al David Cage sceneggiatore bisogna pure concedere che è riuscito a mettere assieme un affresco grosso, pieno di effettive svolte e diramazioni, in cui possono succedere tante cose diverse, si può andare a finire in tante direzioni diverse e bene o male tutto torna. Non è impresa da poco, diamogliene atto. Poi, certo, il rovescio della medaglia sta nel fatto che molte di quelle svolte narrative sono poco coerenti con la storia e con la caratterizzazione dei personaggi (pur tenendo conto del "filtro" applicato dalle azioni del giocatore). O anche nel modo in cui lo script palesemente bara per far funzionare il fatto che stai controllando un assassino senza sapere che si tratta dell'assassino (certi suoi pensieri sono da Nobel per l'arrampicata sugli specchi). E nei finali multipli che devono tirare le fila di tutto quanto e finiscono per diventare una roba insopportabile stile Il ritorno del re. E... OK, basta.

Quindi? Quindi, il fatto, sostanzialmente, è che Heavy Rain m'è piaciuto per alcune scene molto azzeccate (due o tre, non troppe di più) e per la sua struttura, per quel che fa a livello d'interazione. È stato un godimento più "analitico" che altro, un apprezzare le idee che ci sono dietro, le sperimentazioni e le possibili evoluzioni, a costo di sorbirmi, mentre lo facevo, un filmettino da nulla o poco più. Quel che mi è rimasto addosso, soprattutto, era la voglia di vedere quelle idee messe al servizio di gente in grado di raccontare cose più interessanti e dette meglio. Che poi, in una qualche misura, l'ho anche visto accadere con The Walking Dead e Kentucky Route Zero, anche se in realtà puntando in direzioni diverse e sfruttando meccanismi diversi. Il problema è che io le intenzioni le apprezzo, ma da sole mi stancano in fretta, soprattutto nel momento in cui le idee e le intenzioni "nuove" diventano uno standard e là fuori c'è un mondo che le mette in pratica molto meglio. Detto questo, continuo ad avere un buon ricordo di Heavy Rain, inteso come esperienza nel suo complesso, al di là delle sue componenti meno riuscite, e penso che alla fine verrà ricordato come un gioco importante. O forse anche no. Vai a sapere.

E adesso vediamo con Beyond. Oddio, "adesso", vediamo anche quando riesco.

5.12.13

Escape Plan - Fuga dall'inferno


Escape Plan (USA, 2013)
di Mikael Håfström
con Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger, Jim Caviezel

Non ho idea di se e quanto apprezzino e/o abbiano apprezzato Sly e Schwarzy qua a Parigi, e magari i loro film sono sempre stati considerati produzioni di secondo piano (ne dubito) ma devo ammettere che ho trovato bizzarro andarmene al Gaumont Pathé, vale a dire la più "popolare" fra le due grosse catene di multisala che ci sono qui, e ritrovarmi a guardare l'appena uscito Escape Plan in sala 7, una fra le più piccole. Intendiamoci, magari ho avuto sfiga, ho scelto male e da qualche altra parte lo proiettavano su uno schermo gigante, però, ecco, diciamo che dubito sarebbe potuta accadere la stessa cosa se questo stesso film, l'incontro fra due icone che hanno segnato oltre un decennio di cinema popolare, fosse uscito vent'anni fa. D'altra parte oggi le masse - e io per primo - vanno al cinema per i supereroi e i film tratti dai romanzi per adolescenti, quindi non è che ci si possa aspettare un'orda all'assalto di un action (più o meno) stra-classico nella sua pacchianeria, che non si vergogna di esserlo e che ha per protagonisti di richiamo due cariatidi appena tornate sulla cresta di un'onda alimentata da spettatori che sono cresciuti guardandoli al cinema.

Considerazioni sociologiche da un tanto al chilo a parte, non è che abbia molto da dire su Escape Plan, film che ho visto in ritardo rispetto al resto del mondo perché - ogni tanto capita - in Francia è uscito dopo e nel quale ho trovato bene o male quel che mi aspettavo e che le chiacchiere lette in giro mi avevano portato ad attendermi. L'avessero girato vent'anni fa, magari, sarebbe stato più muscolare e carico d'azione, ma magari anche no: in fondo si tratta di un film d'evasione (battutona!) semplice, pulito, con personaggi stra-classici, situazioni stra-classiche e una premessa assurda che ti fa subito capire che non devi stare a preoccuparti troppo della logica con cui le cose si svilupperanno. Anche perché se lo fai, poi ti ritrovi a discutere per un quarto d'ora, dopo la visione, cercando di capire che cacchio di senso possano avere le azioni di Vincent D'Onofrio e come s'incastrino con tutto il resto. Poi però ti ricordi che c'è 50 Cent nel ruolo dell'hacker e lasci andare.

Escape Plan è un film semplice, che bene o male si limita a fare quello che promette. Ci sono un paio di evasioni contorte e arrotolate nella costruzione dei rispettivi piani, anche se poi, a conti fatti, nella prima tutto ruota attorno a una serratura progettata da un cretino e nella seconda si risolve la faccenda scatenando una rissa. Ci sono due cattivi in gran forma, con un Jim Caviezel super insopportabile e un Vinnie Jones carico a mille. C'è il tizio pelato che fa il mediorientale cazzuto in tutti i film recenti che ho visto in cui c'è un mediorientale cazzuto. C'è Sam Neill che evidentemente aveva bisogno di pagarsi la nuova casa al lago con un ruolo in cui non fa nulla a parte essere un ingranaggio del piano di fuga. E poi ci sono loro due, Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, che interpretano gli stereotipi di quel che sono sempre stati e si limitano a mettere di fronte i motivi per cui, a memoria mia, si finiva per preferire l'uno o l'altro.

Sly è l'eroe tormentato, depresso, combattuto e che solo ogni tanto si lascia andare alla battutina sarcastica. Schwarzy è l'istrione con l'accento assurdo che spara stronzate a getto continuo, si gode i momenti più azzeccati del film e sostanzialmente ruba la scena a tutti quanti dal primo all'ultimo istante in cui gli viene concessa. Preferire l'uno o l'altro in questo film, alla fin fine, non è molto diverso dal preferirlo vent'anni fa. E in fondo il fascino del film sta in larga parte qui: non è un'operazione nostalgia piena di ammiccamenti e citazioni come quell'altra compilation di vecchietti e, di fondo, forse solo la gag di Arnie che smitraglia funziona grazie ai ricordi che evoca. Per tutto il resto del film, c'è solo l'incontro di questi due assurdi personaggi, entrambi ancora grintosi e in forma, seppur ciascuno alla sua maniera. Fermo restando che io ho sempre preferito l'austriaco e vederlo mangiarsi il film mi ha fatto strippare.

Ma veramente nella versione italiana hanno pasticciato con l'adattamento al punto che nel finale Schwarzy non svela il segreto? Non ci credo, dai.

4.12.13

Le vie del cinema passano pure da Torino


In questi giorni sono un po' preso perché sto frequentando la Game Connection qua a Parigi e mi risulta difficile riuscire a scrivere dei post per il blog. Oggi me la gioco segnalando una piacevole novità nel fantastico universo delle rassegne dei filmini in quel di Milano che non posso più frequentare perché vivo altrove. Io ho sempre seguito quelle dedicate a Cannes e a Locarno/Venezia, ma dal 9 al 12 dicembre proiettano a Milano una manciata di film del Torino Film Festival. Non so onestamente se sia la prima volta, di sicuro è la prima volta che mi vedo arrivare la relativa mail dall'Agis e, siccome son sempre belle cose, segnalo l'iniziativa. Sai mai che interessi a qualcuno. Per saperne di più, l'indirizzo è sempre il solito.

Ma poi chemmefrega, qua c'ho le rassegne coi film horror.

3.12.13

The Walking Dead 04X08: "Indietro non si torna"


The Walking Dead 04X08: "Too Far Gone" (USA, 2013) 
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
episodio diretto da Ernest R. Dickerson
con Andrew Lincoln, David Morrissey e un sacco di altra gente

E finalmente è arrivato l'episodio di The Walking Dead che più o meno tutti aspettavano da almeno un anno, con in testa gli appassionati del fumetto, al corrente di com'erano andate le cose "dall'altra parte". Il Governatore si è presentato a ritirare il conto assieme al suo fido carro armato, gli escrementi hanno colpito la ventola ed è volato il sangue. E per mettere in scena un appuntamento fondamentale, ancora una volta, è stato chiamato a dirigere Ernest R. Dickerson, uno fra i registi più affidabili della serie, autore di alcuni fra gli episodi migliori di questi quattro anni. Sarà un caso ma ne è venuto fuori quello che, assieme al quinto, mi sento di considerare l'episodio migliore della stagione (e, sarà un caso pure questo, in entrambe le puntate. Hershel ha giocato un ruolo decisivo).

Abbiamo avuto un bel crescendo, un trattare in maniera tutto sommato convincente i vari sviluppi e ogni cosa che doveva accadere e, in generale, un buon lavoro di adattamento degli avvenimenti che "sapevamo" alle situazioni del telefilm. Insomma, che siano accadute questa e quell'altra cosa, magari a quel personaggio invece che a quell'altro, ha assolutamente senso per il modo in cui si è evoluta la serie TV fino a oggi. E, al di là di quello, l'episodio è stato appassionante e non si è tirato particolarmente indietro nel momento in cui c'era da far schizzare il sangue e da picchiar duro. Insomma, tutto sommato, sono soddisfatto, anche se dei limiti è difficile non notarli, partendo dal fatto che bene o male è accaduto tutto quel che era lecito attendersi, senza una virgola fuori posto, e giungendo alla considerazione che, di fatto, se questo episodio l'avessero piazzato più o meno uguale al termine della terza stagione, beh, non sarebbe cambiato poi molto.

Scappate! Arrivano gli spoiler! E si parla anche del fumetto!

La prima considerazione, per carità, è in larga parte figlia del fatto di aver letto il fumetto: anche se hanno cambiato le carte in tavola e rimescolato i personaggi, non ci voleva un genio a intuire che Hershel avrebbe fatto la fine di Tyreese. Mi hanno un po' spiazzato mettendo nel trailer di questo episodio un tizio con la barba che correva per un fotogramma, ma la verità è che la decapitazione l'avevo più o meno profetizzata nel momento esatto in cui, tre settimane fa, l'ho visto uscire tutto gagliardo e ringalluzzito dal carcere assieme a Michonne. E dubito di essere stato l'unico. Del resto, far capitare quella cosa a Tyreese, oggi, non avrebbe avuto senso, mentre Hershel era chiaramente stato sviluppato a dovere per l'occasione. Ma non c'è solo questo aspetto, che di fondo è anche un po' inevitabile nel guardare l'adattamento di un'opera che hai letto. È proprio che l'episodio, per quanto ben scritto e diretto, per quanto coinvolgente e sanguinario, ha un po' il problema che tutta questa quarta stagione ha avuto, tanto nei momenti più alti, quanto in quelli più bassi: succede esattamente quel che deve succedere, non si esce quasi mai dai binari. Anche gli avvenimenti che coi fumetti non hanno nulla a che vedere ti telefonano con dieci minuti d'anticipo e, sebbene la cosa sia sicuramente almeno un po' voluta, per accumulare tensione nell'attesa, forse l'equilibrio non è proprio dei migliori. Tant'è che l'unico momento realmente whaddafuck, l'entrata in scena delle bimbe pistolere, m'ha stupito, divertito e financo quasi scatenato un applauso.

L'altra considerazione è figlia invece di quel che ci hanno raccontato in questa stagione. Dire che non sia accaduto veramente nulla sarebbe esagerato, perché in fondo è stata data un po' di sostanza a Tyreese (ma neanche poi molta) e ci sono state le operazioni simpatia per dare spazio a Carol, Hershel e Brian, preparandone le rispettive dipartite. Ma, onestamente, l'unico personaggio davvero cambiato e sul quale abbiamo imparato cose nuove, in questi episodi, è il primo del terzetto. L'episodio dedicato a Hershel a me è piaciuto molto e il personaggio lo apprezzavo ma, a conti fatti, in queste puntate, abbiamo davvero imparato qualcosa su di lui che già non sapevamo? E gli stessi due episodi sul Governatore sono serviti solo a sottolineare col pennarello rosso quel che di fondo era già stato ampiamente suggerito l'anno scorso. Insomma, fondamentalmente, cosa sarebbe cambiato, se il macello fosse avvenuto all'epoca del primo attacco? Meno carne [da macello], forse, ecco.

Al di là di queste considerazioni, però, l'episodio in sé, ripeto, l'ho trovato molto riuscito. Buono l'avvio, ottimo lo scambio iniziale in cui Rick si mostra sempre più codardo e ipocrita, nascondendosi dietro al "consiglio dei saggi" per non dover affrontare di petto la situazione, divertente il botta è risposta in stile "We have a Hulk" e apprezzabile anche il modo in cui si è riusciti a dare un minimo spazio a tutti i vari personaggi, necessario per fare il punto della situazione e toccare brevemente le diverse questioni in sospeso. Dopodiché sono partiti i venti minuti finali, si è scatenato il disastro e, lo ammetto, qui la carta del cambiare le cose rispetto ai fumetti, almeno per me, è tornata a funzionare: che un Daryl potesse essere realmente in pericolo non ci credeva nessuno e Tyreese ha avuto ancora troppo poco spazio perché se ne potessero liberare, ma più o meno tutti gli altri personaggi sono stati gestiti e messi a rischio nella maniera giusta e di qua e di là ho temuto - ad esempio - per una cannonata all'autobus con dentro Glenn o per una morte improvvisa delle figlie di Hershel.

 Che insomma, un po' spiacerebbe.

Buona anche la risoluzione dei vari conflitti armati, una volta tanto scarsa sensazione di pezzenza nella messa in scena delle sparatorie e valido il tirare le fila di tutto quanto. La caduta del Governatore per mano di Michonne ha quel gusto della vendetta che in fondo neanche ti interessa più, perché ormai te ne sei fatta una ragione, e il colpo di grazia firmato Lily è amaramente a metà fra il gesto pietoso e, di nuovo, la vendetta per quanto accaduto. Rick che si fa massacrare di pugni (e testate!) e salvare da suo figlio Chuck Norris è l'emblema del personaggio debole che è diventato nel corso del tempo e il gran finale con la culla vuota e insanguinata, pure, lo demolisce definitivamente. Poi, certo, la cosa non ha la forza con cui lo stesso avvenimento è stato raccontato nei fumetti e, soprattutto, nonostante non ci abbiano mostrato nessuno dei personaggi principali intento a salvare la bimba, nulla esclude che sia arrivata in qualche modo nell'autobus. Ma insomma, vedremo come se la giocheranno nella seconda metà di stagione, così come si giocheranno questo nuovo cliffhanger all'insegna della gente sparsa in giro e se e come verranno introdotti altri elementi, dal già annunciato Abraham a, magari, la psycho-bimba pistolera come surrogato di una faccenda simile che proprio in questo periodo emergeva nei fumetti.

Solo che adesso tocca aspettare febbraio.

2.12.13

Wrong


Wrong (USA, 2012)
di Quentin Dupieux
con Jack Plotnick, Todd Giebenhain, Eric Judor, William Fichtner

Nella carriera di Quentin Dupieux spiccano, a oggi, due accadimenti in particolare. Ha diretto le pubblicità e il videoclip con protagonista Flat Eric, il pupazzo giallo della Levi's che ci ha tormentati per qualche tempo verso la fine dello scorso millennio, e, tre anni fa, ha curato sceneggiatura, montaggio, musiche, fotografia e catering per Rubber. Quest'ultimo, forse, se lo ricorda meno gente, comunque si tratta del film che ha per protagonista uno pneumatico di nome Robert, dotato di poteri mentali, che se ne va in giro a far esplodere le teste della gente. E diciamocelo, uno, di fronte a una descrizione del genere, s'aspetterebbe una bella cacatona trash con cui farsi quattro risate da sbronzi fra amici. Invece, Rubber è un film intellettuale e raffinato, tutto metaforoni e metacinema. Per cui, insomma, l'emblema del film che lo guardi e ci rimani un po' male. Cosa aspettarsi dalla sua opera successiva?

Questo, per esempio.

Secondo la trama di Wrong riportata su IMDB, il protagonista Dolph Springer si sveglia una mattina e scopre che il suo cane Paul, unico grande amore della sua vita, è sparito. E quindi Dolph va alla ricerca di Paul per rimettere in sesto la propria vita, ma nel farlo si trova a cambiare radicalmente le vite del prossimo suo e a rischiare di perdere la propria sanità mentale. Che è un po' come descrivere Rubber dicendo che c'è un copertone che va in giro ad ammazzare la gente: tende ad essere ingannevole. Il problema è che, allo stesso tempo, quel riassunto è perfetto, perché è indiscutibile: il film racconta di questo tizio a cui è sparito il cane e del suo tentativo di recuperarlo. Ce la farà? Non ce la farà? Ce ne fregherà mai qualcosa dall'inizio alla fine del film?

Ecco, il fatto che il sottoscritto, come noto persona che si commuove come un cetriolo appena gli mostrano un qualsiasi genere di animale in difficoltà, abbia guardato Wrong fregandosene completamente del destino del cane, forse, è indice quanto Paul sia importante nella logica del film. Ammesso che ci sia una logica, nel film. La storiellina alla base di Wrong è fondamentalmente una scusa per mettere in fila tutta una serie di sketch completamente assurdi, incentrati sul fatto che Dolph è un uomo bizzarro in un mondo bizzarro, pieno di accadimenti bizzarri e situazioni bizzarre. All'inizio, fra l'altro, Dupieux ci tiene anche a sottolinearlo, il fatto che è tutto bizzarro, piazzando un suono tutto strano, una specie di BRUONG, ogni volta che si verifica qualcosa di bizzarro. E del resto BRUONG suona un po' come Wrong. Wink wink.

Immagino si possa apprezzare o meno Wrong a seconda di quanto ci si trovi in sintonia con la poetica e l'umorismo di Dupieux. Io qualche risata me la sono fatta e in generale non posso dire di essermi annoiato, nonostante il ritmo letargico. Ma io, per qualche motivo, non mi annoio facilmente, coi film dal ritmo letargico. Più che altro, il fatto è che se realizzi un film buttandoci dentro tutte le idee più stupide e surreali che ti vengono in mente, così, alla rinfusa, è inevitabile: qualcosa di buono, nel mucchio, lo azzecchi per forza, così come è facile che almeno una gag riuscita per ogni singolo spettatore ci sia. Se poi ci aggiungi William Fichtner che fa lo scemo nei panni dello psicologo dei cani orientale coi tratti somatici occidentali ma che parla con accento da orientale, beh, hai svoltato.

Ho visto Wrong a settembre, durante il Fantasy Filmfest a Monaco di Baviera. Il film s'è fatto il giro di un po' tutti i festival dell'universo - compreso quello di Torino - ed è uscito in Polonia, Francia, Belgio, Ungheria, Brasile, Danimarca, Stati Uniti. Tutto sbagliato.

1.12.13

Lo spam della domenica mattina: Venti minuti di Tiny Death Star


Questa settimana abbiamo pubblicato ben due podcast, signore e signori: il nuovo The Walking Podcast, in larga parte dedicato al totomorti, e il nuovo Outcast Magazine, dove la next gen non è di casa. Inoltre, crepi l'avarizia, ho scritto pure un paio di rubriche: l'eXistenZ dedicato alle chiacchiere cinematografiche di David Cage e l'Old! dedicato al novembre del 2003. E su IGN? Eh, traduzioni, gestione, amministrazione e un articolo che pubblichiamo domani.

Di cosa si parla, nell'articolo di domani? Della nuova avventura grafica di Jane Jensen. Altro che next gen! Tzé! Figuriamoci! Ma che, scherzi?

 
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