In effetti potevo pure aspettarmelo, ma, ecco, vai a sapere. Ieri ho avviato un post col manifesto promozionale del nuovo Star Trek into Darkness, oggi mi salta fuori il primo teaser trailer. Bene così, guardiamolo, in versione giapponese perché c'è un pezzetto in più alla fine.
Sbaglio a pensare che ci sia un pochino di malizia e si stia facendo il giochetto dello strizzare l'occhio a noi che ci ricordiamo fin troppo bene quella roba meravigliosa che fu Star Trek II: L'ira di Khan? Voglio dire, a me i dubbi già stavano venendo semplicemente guardando il poster ieri e pensando a Sherlock Holmes come tipo incazzato e vendicativo che vuole spaccare tutto e la butta sul personale. Ma, insomma, questa cosa, da sola, non basta, perché in fondo, a voler ben vedere, una buona metà dei film di Star Trek - compreso in effetti il primo di Abrams - si basa sul fatto che c'è un cattivo incazzato nero e vendicativo che pianta su un casino. Poi però guardi 'sto trailer, tutto incentrato sul melodramma, la tragedia, lo smarrimento, l'Enterprise che si incaglia nelle profondità dell'acqua e soprattutto quell'immagine finale delle due mani che si toccano col vetro in mezzo che ovviamente sta lì per farti venire in mente proprio quell'immagine identica di quel film lì e farti venire i brividini lungo la schiena, i lucciconi agli occhi e l'ansia e... OK, mi sono perso.
Comunque, la sostanza è che qua si sta chiaramente giocando coi sentimenti e coi richiami al passato. E tutto sommato è pure comprensibile e giusto farlo, anche perché in fondo ha senso che, raccontando di nuovo dell'equipaggio originale, ma in una versione alternativa, si finisca per andare a toccare in una maniera un po' diversa alcuni eventi fondamentali della sua storia. Mi dicono fra l'altro che in realtà sono mesi che fanno intendere "Khan di qua e Khan di là" e in effetti vedo su IMDB che "pare" Sherlock Holmes interpreti proprio quel personaggio. Beh, fico, dai.
Al di là di 'ste faccende, il trailer mi sembra un trailer piuttosto standard della categoria Inception, con quel genere di musica lì, il cattivo che fa il suo monologo, dramma, morte, distruzione, smarrimento, gente che corre fortissimo e poi salta verso l'abisso, pausa, finale.
Maggio 2013, attendiamo ardentemente. Ah, in Italia un mesetto dopo, sorry.
Questo qua sopra è il poster di Star Trek into Darkness, secondo film del nuovo Star Trek firmato J.J. Abrams. Il primo l'ho visto molto in ritardo, circa tre mesi fa, e mi è piaciuto un sacco. Va però anche detto che io sono, probabilmente, il target perfetto per quell'operazione: ho sempre amato Star Trek, più o meno in tutte le sue incarnazioni (anche se chiaramente ho delle preferenze), ma non ho nessun problema con le reinterpretazioni che cambiano anche tantissimo. E infatti mi sono goduto questa rilettura, mi sono divertito, ho apprezzato quel minimo sforzo di inserirla comunque in qualche modo in continuity e ho colto tutte le varie citazioni. E in fondo, guarda, i protagonisti mi sembrano un po' tutti delle azzeccate versioni moderne di quei personaggi lì. E il seguito? Boh? Si sa che la storia riguarda un tizio che dà di matto e vuole fare a pezzi il pianeta Terra, si sono viste un paio di foto di scena con Sherlock Holmes che mena l'equipaggio dell'Enterprise e questo poster sembra uscito dalla campagna promozionale di Mass Effect 3. Vedremo. Sono comunque fiducioso.
C'è poi anche Pacific Rim. Arriva pure lui l'anno prossimo e ci sono due ottimi motivi per aspettarlo. Innanzitutto è il nuovo film di Guillermo Del Toro, e già questo sarebbe sufficiente. In più è il film dei mostri giganti giapponesoidi e dei robottoni. Ma in realtà il punto è la combinazione di queste due cose, il fatto che a realizzare il tutto ci sia non un cretino ma un regista dal gran talento, dalla sensibilità molto particolare e che ha dimostrato di sapersi muovere perfettamente a suo agio anche nelle grosse produzioni su commissione, conservando sempre intatta la propria personalità. Insomma, fotta. Di seguito, un po' di materiale "viral" sul film: i progetti dei robottoni e un paio di filmati dai luoghi del disastro.
Oggi è una di quelle giornate lì, in cui scrivo e pubblico post con elenchi di robe, che mi vengono facili e sono innocui. Capitano, dai. Stasera si registra Outcast Monografie. La monografia quella annunciata mille volte e mai uscita. Per la precisione, si registra la prima metà, quella che avevamo già registrato e poi è andata persa. Quella che porta sfiga. Magari finisce il mondo, vai a sapere.
The Walking Dead 03X08: "Made to Suffer" (USA, 2012) con le mani in pasta di Glen Mazzara e Robert Kirkman episodio diretto da Bill Gierhart con Andrew Lincoln, Michael Rooker,Danai Gurira, David Morrissey, Norman Reedus, Lauren Cohan, Steven Yeun, Chandler Riggs, Chad Coleman, Laurie Holden
Allora, leviamoci subito il pensiero: non sono fisicamente in grado di commentare questo episodio senza fare spoiler, quindi evitate di leggere questo post se non avete già visto l'episodio (che poi dovrebbe essere comunque pratica acquisita e ovvia, ma sai mai). OK? OK.
L'anno scorso, la pausa di metà stagione è arrivata dopo un episodio che sicuramente lasciava dei discorsi aperti, ma allo stesso tempo dava un bel senso di chiusura, soddisfazione, con una specie di stagione nella stagione che finiva lì. Che non sarebbe andata allo stesso modo quest'anno era fin troppo ovvio, perché certo non avrebbe avuto senso concludere così tante faccende in una sola puntata, ma, cacchio, piazzarci una pausa in questo modo, dopo un episodio gestito in questa maniera, è ai limiti del criminale. Non solo lasci aperto tutto ciò che era inevitabile rimanesse aperto, non solo ci metti tre o quattro cliffhanger incrociati e carpiati negli ultimi cinque minuti, mi vai pure ad aprire l'episodio così, introducendomi Tyreese come se niente fosse? Maledetti, maledetti infami.
Ad ogni modo, bell'episodio, anche se le sparatorie in mezzo al fumo c'hanno veramente addosso un senso di pezzenza che levati. Bello, per esempio, il modo in cui viene introdotto Tyreese e subito caratterizzato, nel suo rapportarsi a Carl (e bello Chad Coleman, chiaramente). Certo, è ormai oltre il ridicolo questo fatto che in The Walking Dead i personaggi di colore fanno i turnisti e appena ne arriva uno nuovo muore quello vecchio, ma, ehi, perlomeno Tyreese dovrebbe essere in grado di durare e fare il bel protagonista a tutto tondo. Bello il Rick sempre più cazzuto in modalità SWAT e bella la gestione di Daryl, il suo essere combattuto nel panico della situazione, fra il desiderio di rivedere suo fratello Merle, la fedeltà che dimostra a Rick e al gruppo e poi il modo in cui va a finire. Anche se gli espedienti per impedire a lui e ad Andrea di capire cosa stia succedendo sono un po' tanto forzati.
Meravigliosi Glenn e Maggie che entrano in azione e si danno da fare a colpi di ossa. Spettacolare la rissa fra Michonne e il Governatore, con quest'ultimo che compie un altro passo deciso e bello ampio verso la versione a fumetti, pur mantenendo comunque la caratterizzazione televisiva che, non c'è niente da fare, mi piace di più. Ottimo, infine, pure il modo in cui la balla raccontata da Merle al Governatore un paio di episodi fa gli ritorna in faccia sparata a mille. Da tutto questo viene fuori un finale di metà stagione che non può avere la forza di quello dell'anno scorso, concentrato com'era sul risolvere una singola cosa potente, ma ti lascia però appeso su centomila faccende diverse, tutte da affrontare. Che combineranno alla prigione (a proposito, Carl in versione Robocop mi piace sempre di più)? Il baffo è un maniaco? Come gestiranno la situazione Rick e gli altri? Vedremo Tyreese in quella scena in quella stanza della prigione? Che accade ai Dixon (io voto per un Merle che prima o poi si sacrifica per salvare il fratello)? Andrea sta cominciando a rendersi conto di essere una povera cretina (io voto per Andrea che finisce per fare quel che nel fumetto fa Lily)? Quante puntate aspetterà, il Governatore, per saltare in groppa al carro armato? Fastidio, comunque.
Applausi ai titolisti italiani che traducono in maniera letterale, anche se chiaramente e inevitabilmente si perde l'ambiguità del titolo originale, che può riferirsi tanto a un singolo quanto a un gruppo di persone. Oddio, poi si potrebbe pure dire che in italiano suona un po' da schifo, ma dai, mica possiamo sempre lamentarci. Agevolo promo vari per febbraio.
Ho iniziato a scrivere questo post per pubblicarlo qua dentro e poi, in corsa, m'è venuto in mente che magari poteva essere carino sbatterlo anche su Outcast. E quindi lo sbatto anche su Outcast. Se poi non frega niente a nessuno, pazienza. Ce ne faremo una ragione.
Venerdì, in pausa pranzo, sono andato al Media Markt (nome tedesco del Media World) più grande del mondo, che sta qua a Monaco, prendendo la mia bella metropolitanina, per comprare il Wii U che avevo prenotato qualche giorno fa. Un Premium Pack prenotato mirando Nintendo Land e rifiutandomi di accettare la proposta del paccozzo con ZombiU. Un po' perché sossoldi, un po' perché il gioco di Ubisoft l'ho provato a Colonia e non ci sono proprio impazzito, un po' perché al momento non sento l'esigenza di Pro Controller e si fa sempre in tempo a prenderlo poi. Quindi Nintendo Land e ovviamente Mario, ci mancherebbe. Poi, è chiaro, nel frattempo ho letto la recensione di Ualone di ZombiU, mi sono venuti i dubbi esistenziali e, una volta davanti ai giochi, ho tentennato, ho fatto i conti, ho aperto play.com sul telefono e per fortuna mi sono reso conto che se anche volessi comprarlo, quel maledetto gioco, lo pagherei meno grazie all'internet e ai paradisi fiscali. E quindi niente, ho acquistato il previsto, ho perso il treno di rientro perché son stato troppo a tentennare e son tornato a casa tardissimo per appoggiare tristemente il sacchetto in salotto e mettermi poi a lavorare il resto del pomeriggio. Toccava aspettare, per il giocattolo nuovo.
Ma facciamo un passo indietro.
Mi rendo conto che può sembrare bizzarro e poco credibile, vista la mia passione, visto il mio lavoro, visto tutto quanto, ma questa è la prima volta in vita mia che compro una console al day one. E appena la seconda volta che ne compro una al lancio, se per "al lancio" vogliamo intendere "più o meno appena uscita". La prima, si sarà intuito dall'immagine qua sopra (anche se la mia scatola è diversa), fu col Sega Megadrive giapponese, acquistato il prima possibile dal mitico negozio 68.000 e dintorni. Per comprarlo, da picciriddo, vendetti il Sega Master System, con pistola ottica, occhiali 3D, joysticckone extra e una quarantina di giochi. E, insomma, era quel Master System con ancora solo il gioco della lumachina in memoria, era una roba a cui ero affezionatissimo e fu dolore vero. Il tutto per un Megadrive con tre giochi. Non che me ne sia pentito, eh. O forse sì, visto che in anni recenti ho ricomprato tutto su eBay, ma insomma. In ogni caso, di sicuro non fu il giorno del lancio, perché i tempi, la logistica, quel che vi pare. Anzi, passarono mesi. Però fu circa un anno prima dell'arrivo in Europa. Quindi, dai, in prospettiva, possiamo considerarla l'unica altra occasione in cui ho fatto qualcosa del genere.
Da allora a oggi, mai. Perché le console al lancio costano troppo e hanno pochi giochi interessanti. Perché, quando non gioco per lavoro, tendo a giocare quasi sempre tutto in ritardo, quindi sai che mi cambia. Non che la curiosità manchi, eh, la voglia del giocattolo nuovo, del mettere le mani sul nuovo pezzo del mondo dei videogiochi, di provare quei due o tre titoli comunque interessanti che ci sono sempre, però così è. Le ho sempre comprate in ritardo di almeno un anno, cercando nell'usato, aspettando tagli di prezzo o magari saltandole proprio, giocandole a casa di amici e recuperandole anni dopo in fotta da retrogaming. E perché stavolta no? Che c'ha il Wii U di diverso da quanto appena descritto? Assolutamente nulla. Sono diverso io, però, o comunque è diverso il contesto.
Anche qui, sembrerà una scusa, sembrerà quel che sarà, ma è tristemente vero: ad aver fatto capitombolare la bilancia dal verso sbagliato è stato il lavoro. In passato, mi son sempre trovato in situazioni lavorative nelle quali comprare la console nuova non m'avrebbe cambiato nulla. Per dire, lavorando su PSM, avevo accesso alle pleistescion redazionali e non mi servivano le icsbocs. E quindi comprai in ritardo l'icsbocs e ancora più in ritardo la pleistescion 2. Stesso discorso per la generazione successiva. Oggi, invece, il Wii U lo userò assai per IGN e per Outcast. E, boh, ci tengo, a fare cose per entrambi i siti. Ma soprattutto, diciamocelo, ci tengo a farle per Outcast. Ci tengo a scrivere cose sul Wii U e a dire la mia quando a gennaio faremo l'ormai tradizionale podcast speciale sulla console. Ed è chiaro che è un mix di cose, non è solo l'elemento lavorativo, però le altre cose ci sono sempre state, l'unica a render la faccenda differente, stavolta, è quella. Pensa te, come sto messo male.
Poi c'è anche il fatto che me lo posso permettere, eh. Ché altrimenti non si va da nessuna parte.
E dunque, venerdì sera, dopo aver finito di lavorare, dopo cena, si scarta 'sta benedetta console. Tiro fuori tutto, spacchetto, appoggio, disfo, richiudo e assemblo. Inizio a montare e a divertirmi con quel divertimento che è proprio del mettere le mani sul giocattolo nuovo. Ridacchio pensando che Nintendo, paradossalmente, è la prima a infilarti nella scatola un cavo HDMI ma, per sicurezza di darmi comunque fastidio, non mi mette l'uscita a parte per l'audio digitale. Attacco il GamePad, attacco tutto e avvio. Ed è subito giuoia. La giuoia di far casotto con una roba nuova. Ma anche sorpresa e stupore. Lo so, pare folle, abituati come siamo ad avere per le mani tablet, smartphone e tutto sommato pure DS e 3DS, ma stringere in mano un pad per una console casalinga che c'ha in mezzo quello schermo, in qualche modo, un po' di magia me l'ha messa addosso. È la novità strana ed è fascinosa.
Subito è il momento di creare l'account e, attenzione, Nintendo introduce una CLAMOROSA INNOVAZIONE. Un passo avanti di portata biblica. Ai giapponesi piace procedere con calma, tipo con l'evoluzione dei movimenti dei protagonisti di Resident Evil, o, appunto, con quella dei Mii. Su 3DS si potevano importare i Mii del Wii, ma, attenzione, quello da legare all'unico account doveva essere nuovo, no no, col piffero che potevi continuare a usare il tuo Mii cui eri affezionato. Ecco, qua, su Wii U, si possono importare i Mii del 3DS e, INCREDIBILE AMMISCI, si possono legare quei Mii importati agli account! Si possono creare diversi account del tutto indipendenti, coi loro salvataggi, le loro identità online e via dicendo. E son belle cose. Certo, siamo comunque lontani dal piacere di accendere PlayStation Vita e, dopo aver tirato quattro bestemmie per la gestione ridicola del primo aggiornamento di sistema, ritrovarsi lì sopra lo stesso account di PS3, perché è unico e condiviso. Ma, ehi, con calma.
E allora parte poi il cazzeggiare, l'esplorare i menu, lo sfogliare il manuale, l'attivare la funzione per controllare la TV col GamePad, il comodo scrivere cose toccando lettere col ditino o col pennino, invece che muovendo in giro quel maledetto schifoso di cursore del Wiimote, l'impostare pian piano tutte le opzioni... e poi improvvisamente la magia si infrange sulla distruzione dei maroni. Che lentezza. Mamma mia che lentezza. Wii U è lento. Non è in realtà più lento di Wii (anzi, via, va più veloce), ma, cacchio, passare da un canale all'altro, aprire certe sezioni (in particolare le impostazioni di sistema) è roba lenta. Carica. Intendiamoci, la cosa è probabilmente, almeno in parte, anche giustificata: in fondo stai aprendo delle applicazioni, c'è l'internet di mezzo, quel che vi pare, però il problema è di percezione. Sarà giusto, sarà sbagliato, sarà diverso, ma il mondo attuale ci ha abituati al fatto che quando smanetti con un touch screen è tutto immediato, veloce, senza sbattimenti. Qua no. E anche se levi questo fattore, voglio dire, gironzolare per i menu di PlayStation 3 sarà mica così lento? Anche la Dashboard di Xbox 360 spacca i maroni giusto quando si incanta un po' a caricare contenuti legati a Live, ma per il resto va che è una crema. Insomma, boh, un po' di noia sopraggiunge, questo sì. Anche se, intendiamoci, è tutto sopportabilissimo, non siamo mica in zona Commodore 64. Però, ecco, David Jaffe, a cui viene la gonorrea anche solo guardando i loghi che appaiono in avvio di un qualsiasi gioco, non sarà contento.
In compenso l'eShop va una crema. Davvero!
Ripresomi dall'improvviso coma, giunge il momento di fare le cose brutte. Tipo che il GamePad, ovviamente, dalla scatola ci è uscito mezzo scarico e c'è fra l'altro da tirar giù il temuto aggiornamento. Ma prima, per forza, almeno un livello di New Super Mario Bros. U. Apro la scatola del gioco è c'è quella deliziosa mappetta (con le scritte in tedesco, sigh), infilo il disco, partono le musichette, le cose, l'introduzione, la grafica in accaddì, il primo livello, salti, piroetti, il costume, le monete giganti, le piante carnivore, quel morbido piacere del giocare a un Mario. Ah, pace dei sensi! Unica preoccupazione: devo dire che giocare guardando la TV, ma avendo costantemente uno schermo acceso fra le mani, che mi occupa la coda dell'occhio, un po' mi dà fastidio. Non nel senso che mi distrae, ma proprio un fastidio quasi fisico, tipo quando ho rigiocato a Dead Space: Extraction su PS3 e starmene al buio con quel cacchio di globo luminoso del Move costantemente acceso in un angolo del campo visivo mi faceva venire il mal di testa e sanguinare gli occhi. Boh, vedremo.
Sotto questo aspetto, comunque, mi tocca ribadire quanto ipotizzato in quel Videopep che sta a questo indirizzo qua. Secondo me Nintendo ha avuto una bella intuizione, nello spostare in alto l'analogico di destra. Io, il GamePad, lo trovo proprio comodo. Lo trovo comodo per un gioco di Mario, che chiaramente è tutto croce digitale e tasti frontali, ho trovato comodo usare i due analogici in alto per quel poco che ho giocato a ZombiU e trovo comodo agire sui tasti frontali lasciando al volo l'analogico in alto. Magari poi non diventerà standard, ma per me è una cosa azzeccata. Anche se ho qualche dubbio sulla qualità delle due levette analogiche, ma quello è un altro discorso. Le argomentazioni complete stanno nel video, comunque, non le ripeto. Anzi, dai, metto il video qua sotto.
Ma insomma, l'aggiornamento. Terremoto, tragedia e smarrimento? Boh, io mi preparo a concludere la serata di venerdì su quello, perché chissà quanto ci vuole, e invece in mezz'ora è tutto fatto. Saranno i miracoli della VDSL tedesca. Ad ogni modo, tutto liscio, ed ecco che all'improvviso il Wii U mi si anima, invaso da nuove funzioni e Mii che corrono da tutte le parti. Ma che cosa carina! Prima di pasticciarci, però, facciamo un giro nell'eShop. Bello, semplice, scorrevole, tramite il Touch Screen si naviga che è un piacere, è veloce, i download vanno in background mentre fai altro... insomma, è un negozio online fatto in maniera cristiana. Non sarà magari perfetto, ma, ehi, per essere su una console Nintendo, è grasso che cola. In compenso, purtroppo, al momento non c'è l'integrazione che si è vista sull'eShop 3DS: i titoli WiiWare e Virtual Console Wii, qua, non ci sono. Arriveranno? Mboh? Vedremo. Fra l'altro, vedi i casi della vita, ho giocato e recensito World of Goo su Wii, ora faccio lo stesso con Little Inferno su Wii U.
E, a proposito di Wii, gestiamo la procedura assurda. Che, Dio santo, prevede di avere accesso ad entrambe le console, possibilmente accese assieme, per fare cose. Wii, su Wii U, si usa con un emulatore realizzato in pieno stile Nintendo. Nel senso che uno dei canali di Wii U è proprio un emulatore di Wii in tutto e per tutto (al di là di alcune funzioni morte e sepolte). Quando lo avvii, il GamePad sviene, fai tutto col Wiimote e perfino dal punto di vista della memoria viene simulato un Wii. Quindi, chi magari sperava di poter sfruttare la maggior memoria di Wii U per tenere tutto il WiiWare e tutto il Virtual Console in un solo posto (io, per dire) s'attacca. Stesso numero di blocchi, stessa esigenza di appoggiarsi a una scheda SD se hai più di cinque o sei giochi scaricati. Scheda SD che, fra l'altro, Wii U non riconosce. La console ha uno slot per leggerne, ma le legge solo e unicamente in modalità Wii. Al di fuori di quella, riconosce solo periferiche esterne collegate tramite USB. Il che è delizioso, per chi magari vorrebbe riciclarsi per i giochi scaricati dall'eShop di Wii U la SD che usava su Wii, no? Già.
Comunque, la procedura.
Allora, trasferire account, salvataggi e giochi da Wii a Wii U è uno sbattimento. Bisogna scaricare l'apposito programma all'interno del Wii emulato su Wii U. Attivarlo, per fare in modo che salvi le sue robe sulla SD precedentemente inserita nella console. Estrarre la SD, infilarla nel Wii, dove si è scaricato lo stesso programma, dare il via, attendere che i dati vengano copiati, estrarre la SD, inserirla nel Wii U, completare il tutto con un bel taglia e incolla automatizzato. In tutto questo, a bonus, io ho provato la meravigliosa sensazione lisergica dell'usare due Wiimote contemporaneamente, legati a due console diverse, passando al volo dall'una all'altra con due colpi sul telecomando e avendo davanti due sensor bar collegate a due console. E, chiaramente, il Wiimote rilevava entrambe le barre, non ci capiva nulla, sdoppiava il cursore, andava in giro a caso. Era talmente folle che, invece di allontanare le barre per eliminare il problema, ho proseguito così. Era più divertente.
Tutta la faccenda, va detto, viene accompagnata da una deliziosa animazione con i Pikmin che trasportano la roba da una console all'altra. E cosa genera, tutto questo? Che nel Wii emulato su Wii U ci si ritrovano i Mii, i salvataggi (di roba Wii) e i giochi scaricati che stavano sulla vecchia console. E al Wii che succede? Succede che viene brasato, torna quasi come nuovo. "Quasi", perché se apri il canale dei sondaggi ci trovi registrate domande e risposte, ma legate a dei Mii anonimi, dato che quelli che stavano lì li hai eradicati. E non solo.
Sul Wii, per esempio, rimangono anche i salvataggi dei giochi Gamecube, dato che Wii U non li supporta, ed eventuali giochi che per qualche motivo non è stato possibile spostare. Per esempio, il primo LostWinds non si sposta, immagino perché, come spesso accade anche in altri ambiti, tipo Xbox Live Arcade, non sta più sul negozio online. E pure Castlevania Rebirth se n'è rimasto lì, ma in quel caso la faccenda è più complessa: all'epoca, non uscì sul negozio WiiWare italiano e, per comprarlo, cambiai la regione della console, andai sul negozio inglese e lo presi da lì. Questa cosa, probabilmente, crea conflitti, e infatti il programma di "trasbordo" neanche mi ha avvisato (come ha invece fatto per LostWinds) che non sarebbe stato possibile spostarlo. L'ha lasciato lì e basta. Ah, a proposito: questa manovra del cambio di negozio online al volo, ancora fattibile su 3DS, su Wii U non si può fare, perché il Nintendo Network ID rimane legato alla nazione per cui si è impostato l'account e, se si cambia la nazionalità della console, non permette l'accesso al negozio. Appare comunque un messaggio che consiglia di creare un nuovo account e relativo Network ID, quindi è probabile che basti in realtà crearsi account apposta per eventuali negozi a cui si volesse accedere e non ci siano particolari problemi. Anche perché, per dire, io sono in Germania e ho fatto un account italiano senza che mi venisse detto "bah", quindi dovrebbe essere tutto molto semplice e, se si ripresenteranno situazioni stile Castlevania Rebirth, magari ce la caveremo. O magari no.
Un dettaglio dei controller Wii appartenenti a chiunque.
Ad ogni modo, devo ammettere che un pochino mi ha fatto tristezza, vedere il Wii ridotto in quelle condizioni, spogliato dei Mii scaricati dal canale delle competizioni, devastato nel canale dei sondaggi e con quei due giochini abbandonati lì in mezzo. Insomma, io le console le conservo, perché sono scemo, e l'idea che il mio Wii se ne resti lì un po' monco, certo comunque utile per fare da Gamecube, visto che quello vero sta a Milano, ma senza tante piccole cose che comunque hanno "fatto" la sua storia in casa mia, un po' mi spiace. Certo, potevo pensarci prima, ma in realtà ci ho pensato e ho comunque preferito la comodità di travasare tutto su Wii U. Anche se, porco cane, a quanto pare proprio tutto tutto no. Il fatto è anche che, per quanto senta e legga pareri discordanti al riguardo, io un miglioramento lo vedo. Passando al volo dal Wii attaccato in component al Wii emulato in HDMI, oh, non è che sia il giorno e la notte, ma vedo più pulizia, colori più vivi, meno impastamento brutto. E buttalo.
In tutto questo, quasi dimenticavo. E i giochi che stavano sulla SD? Ed eventuali giochi che avevo cancellato? Eh, il trasferimento, come detto, sposta i salvataggi. I giochi te li devi riscaricare dal negozio online. E che palle, Dio santo. Ché lo sappiamo quanto possa essere un'agonia scaricare una ventina di giochi in fila da quel negozio, uno per volta, col resto di due perché capitano pure gli errori durante il download. Non oso immaginare che razza di esperienza agghiacciante possa essere tentare questa manovra per chi magari s'è scaricato l'impossibile dalla Virtual Console. Il bel vivere.
E questo, più o meno, è quanto. Venerdì sono andato a letto, boh, alle due di notte passate, dopo aver cazzeggiato ancora fra menu, trasferimenti, download e quant'altro. Sabato ero di turno alle news su IGN e, nel pomeriggio, ho fatto le cose che si fanno di sabato, tipo andare a fare la spesa o scrivere un post interminabile per il proprio blog. Ho acceso ovviamente Wii U, ho pasticciato con il Miiverse, una roba davvero carina e dal bel potenziale, in cui ci si incontra, si chiacchiera, si fanno i disegnini eccetera. Sicuramente è più ricco rispetto a un canale per i sondaggi, però, boh, alla fine, non so per quanto tempo mi risulterà davvero interessante. Ma certamente è un bel lavoro. E poi è bello poter mandare le richieste d'amicizia alla gente che incontro in quei posti, o agli amici che avvisto nelle liste amici altrui, senza doversi mettere d'accordo per altre vie. Rimane il limite che se la richiesta la mandi "dal nulla", semplicemente inserendo il nome, si torna al passato e l'altro non riceve una fava, deve inserire il tuo nome pure lui. Ma, ehi, è Nintendo, ha paura dei pedofili su internet, facciamocene una ragione.
Divaghiamo.
Questo post l'ho scritto sabato nel tardo pomeriggio, mentre riscaricavo con certosina pazienza i miei giochi WiiWare e Virtual Console. Ma lo pubblico oggi perché così mi va. Tanto dubito che nel frattempo avrò accumulato molto altro da aggiungere. Anche perché domenica si va a pranzo dagli amici cinesi che cucinano robe deliziose e ogni volta che le mangi ti ricordi che (1) non c'entrano nulla con quello che i ristoranti fetenti ti hanno insegnato essere cucina cinese, (2) è roba incredibilmente buona e (3) c'è una varietà pazzesca, come del resto è pure normale, considerando quanto è vasta la Cina, ma, ehi, i ristoranti cinesi mi hanno insegnato altro. Ma sto divagando. Chiudiamo dicendo che il più grande selling point di Wii U, la modalità cesso, è una bufala. Per carità, me lo aspettavo, e comunque dipende sicuramente dalla struttura della casa, dalla natura dei muri, dall'allineamento dei pianeti e dal feng shui, ma rimane il fatto che se mi porto il GamePad in bagno, a letto, in una qualsiasi altra stanza, se insomma ci metto di mezzo un muro, il segnale va perso. O, nel migliore dei casi, fa una gran fatica. Poi, per carità, avere la possibilità di gestire tutto (o quasi) dallo schermo del GamePad senza passare dalla TV è comunque ganzo, ma svaniscono come lacrime nella pioggia i sogni di giocare New Super Mario Bros. U seduto sulla tazza. Diamine.
In un mondo ideale, questo sarebbe il primo in una serie di post in cui scriverei altre cose sulla console. Oppure, malissimo che vada, arriverebbe perlomeno una mia recensione di New Super Mario Bros. U. Ma questo non è un mondo ideale, quindi non trattenete il fiato nell'attesa.
Oggi abbiamo pubblicato il nuovo episodio del Podcast del Tentacolo Viola, corredato da questa deliziosa copertina qua sopra. Non è una meraviglia? Sì, lo è, dai. In questo episodio si apre chiacchierando di Derat Inc. e si va poi avanti come al solito parlando del più e del meno. Fra i più e i meno, ci sono anche considerazioni mie su un paio di giochi, Pid e The Devil's Attorney, e su un paio di film, Argo e Cloud Atlas. Se volete ascoltare il tutto, lo trovate a questo indirizzo qua.
Domani, invece, forse, registriamo un nuovo Outcast. O invece forse no. Chi lo sa.
Battlestar Galactica: Blood & Chrome #7/8 (USA, 2012) creato da David Eick e Michael Taylor diretto da Jonas Pate con Luke Pasqualino, Ben Cotton, Lili Bordán E OK, dopo tanto penare, siamo arrivati al primo incontro fra Pasqualino Adama e i Cylon dei bei tempi andati. Una faccenda interessante soprattutto in prospettiva, se mai si dovesse decidere di dar vita a una serie TV basata su Blood & Chrome, perché si apre alle possibilità più fascinose nascoste nella natura stessa di un prequel. Certo, è anche una faccenda delicata, perché - magari sbaglio - io il primo Adama della serie TV me lo ricordo parecchio indifferente alla natura "umana" dei Cylon e alla questione morale di fondo della guerra fra umani e tostapane.
Per cui è chiaro che, se qui ci si fa prendere troppo dal gusto di esplorare queste faccende, per la curiosità che Adama nell'ottavo episodio sembra mostrare per quel comportamento quasi umano del Cylon abbattuto, si rischia di scombinare un po' troppe carte. Ma d'altronde, a occhio, il finale della puntata sembra quasi suggerire che sia proprio la natura dei Cylon al centro del mistero nascosto dietro il bel visino del personaggio di Rebecca. Ad ogni modo, fra una settimana la miniserie si concluderà e sapremo tutto. Si fa per dire.
Quel che è apparso ieri su Machinima Prime, comunque, è una bella coppia di episodi, con tanti momenti riusciti e una voglia apprezzabile di spingere in tutte le direzioni. In appena quindici minuti si vedono un bel cenno di approfondimento dei personaggi, un momento notturno molto suggestivo, un po' di azione viscerale e coinvolgente, una mezza rivelazione e un po' di misteri buttati lì a farti venire voglia di sapere cosa accadrà nella parte conclusiva. Bene così, no?
Comunque, nella base in cui è ambientato l'episodio, l'effetto Wing Commander è sparato davvero a mille. Se ne fanno una serie TV, spero i budget siano ben diversi.
Looper (USA, 2012) di Rian Johnson con Joseph Gordon-Levitt, Bruce Willis, Emily Blunt, Jeff Daniels
Il problema di realizzare un film in cui c'è Bruce Willis vecchio, stanco, a tratti con una pettinatura improbabile, che torna indietro dal futuro per impedire qualcosa, è che finisci per attirare paragoni piuttosto scomodi con un altro film in cui succedono bene o male le stesse cose. Chiaramente, però, quando dal paragone non ne esci preso a schiaffi, la cosa smette di essere un problema. Diventa anzi un vantaggio. Ecco, il bello di Looper, al di là del suo essere già finito in quel carosello di complimenti senza fine che piano piano si tramutano in rivalutazioni verso il basso e "ehi, ma guardate che non è così bello" assortiti, sta fondamentalmente in questo: lo metti a confronto con tanti altri bei film di fantascienza, con tutta questa rinascita della fantascienza solida, intelligente, originale e recente che risponde ai nomi di Neill Blomkamp, Gareth Edwards, Duncan Jones e compagni, e non sfigura, anzi, ne viene fuori proprio bene.
Perché Looper, senza voler fare classifiche, è quella cosa lì: un bel film di fantascienza, intelligente, appassionante, che prova a fare cose un pochino fuori dagli schemi, si concede qualche libertà, qualche scena dura, perfino un finale coraggioso che in produzioni di altro tipo forse non potresti permetterti. È un film a cui risulta facile voler bene, andando anche a perdonare quel momento in cui ti tira di gomito, con quel dialogo in cui Jeff Daniels che dice quelle cose a Joseph Gordon-Levitt è in realtà Rian Johnson che fa il predicozzo presuntuoso a Hollywood. Ed è un film a modo suo semplice, basato su cose semplici, che punta tutto sulla suggestione, sul concedersi il lusso di non dover tirare tutto avanti infilando scene d'azione a caso, parlando invece di malinconia, destini ineluttabili, melodramma e altre simpatiche note di allegria. Ha delle belle idee, qualche colpo di scena più o meno prevedibile, dei momenti dal forte impatto visivo, e anche una discreta capacità nello scrivere i personaggi. Nei dialoghi spiccioli, sempre buoni e capaci di non stonare anche quando fanno i "meta", come nello scambio che dicevo prima, o in quello in cui Bruce spiega a Joseph come funzionano le cose nel film. Ma anche nella ricchezza dei personaggi stessi, pure molto azzeccati come casting. Perché Jeff Daniels è un cattivo bizzarro, da cui non sai mai bene cosa aspettarti, e perché Emily Blunt, che già da sola, messa lì a fare nulla, andrebbe benissimo, ha un bel personaggio, rotondo, capace di andare oltre la semplice figura da damigella in pericolo. E poi c'è il Gordon-Levitt, davvero bravo a interpretare questo strano ruolo della versione giovane del Bruce Willis attuale, che non è necessariamente aderente al vero Bruce Willis giovane. Bravo nel parlare in quel modo lì e bravo anche dal punto di vista dell'espressività, che, aggiunta al trucco, in certe inquadrature, ti fa proprio dire "poffarbacco".
E insomma, per me Looper è fra le cose più belle viste quest'anno, qualsiasi cosa questo voglia dire. Ci vedo fondamentalmente solo due problemi, al di là delle piccolezze. Il primo è che tutto il racconto si basa su un paradosso temporale non proprio a prova di bomba. Ora, capiamoci, mi rendo conto che possa apparire un po' ridicolo, fare le pulci a un paradosso, ma la verità è che le migliori storie basate sui viaggi nel tempo definiscono regole ben precise e riescono a muoversi al loro interno con grande agio. Si parte dall'assurdo, ma all'interno di quell'assurdo, eh, sono impeccabili. Ecco, Looper dà l'impressione di applicare le sue regole in maniera abbastanza fumosa, crea situazioni a tratti un po' difficili da giustificare e questo, mi rendo conto, può dare fastidio. A me non ne ha dato e, anzi, sono contento che da quel fumo, in fondo, vengan fuori alcuni fra i momenti più suggestivi del film, compreso quel bel finale, ma son faccende personali, e capisco perfettamente se qualcuno, a forza di perplessità, finisce per uscire un po' dal racconto. L'altro problema è un po' più di circostanza:io e il resto del mondo abbiamo visto Looper fra la fine di settembre e l'inizio di ottobre. Toh, qualcuno fra fine ottobre e inizio novembre. In Italia, il film arriva, con quel sottotitolo banale che ho messo là in cima per completezza, a fine gennaio. Se IMDB non mente, dopo qualsiasi altro posto del mondo. E, ecco, dopo quattro mesi di lodi sperticate, poi va a finire che uno si presenta al cinema con un'aspettativa che potrebbe essere soddisfatta solo se sullo schermo si manifestasse l'intero cast dell'ultimo Swimsuit Special di Sports Illustrated a svelare il terzo segreto di Fatima, la verità su Calciopoli e il numero di telefono di tutte le partecipanti, magari mentre in sala ogni spettatore viene sottoposto allo stesso provino che John Travolta impone a Hugh Jackman in Codice: Swordfish. E invece ci si ritrova davanti solo un bel film. E magari ci si rimane male. Epperò mica è colpa del film. Voglio dire, io l'ho visto nello stesso periodo in cui al cinema c'era fuori quella puttanata vergognosa del remake di Total Recall. Son cose che fan la differenza.
Come detto, l'ho visto a fine settembre, o giù di lì, chiaramente in lingua originale. Lingua originale che merita per la bravura degli attori, per la bizzarria del personaggio di Jeff Daniels e, ovviamente, per il lavoro d'imitazione svolto da Joseph Gordon-Levitt. Poi fate voi.
Argo (USA, 2012) di Ben Affleck con Ben Affleck, Bryan Cranston, John Goodman, Alan Arkin Argo è il terzo film da regista di Ben Affleck. Ed è il terzo gran bel film da regista di Ben Affleck. Arrivati a questo punto, forse è il caso di smettere di stupirsi, così come potremmo smettere di stupirci nello scoprire che Ben Affleck, quando si mette nelle mani di un bravo regista (tipo Ben Affleck), è anche un bravo attore. Quindi, diciamocelo chiaro: Ben Affleck è uno dei migliori (nuovi, dai) registi sulla piazza. Gone Baby Gone non è stato un caso, The Town ha fatto da conferma, Argo è esattamente quel che ormai era lecito attendersi: un gran bel film come non se ne fanno più, diretto da un regista come non se ne fanno più.
Perché poi, il problema dei film di Ben Affleck è anche un po' quello: non provano a stupirti con chissà quali trovate geniali o innovative, non fanno accartocciare palazzi su loro stessi e non ti fanno passare metà del tempo a chiederti cosa stia succedendo. Non c'è l'ambizione di cambiare le regole, c'è piuttosto la voglia di fare un cinema classico, impegnato, "normale". E comunque moderno e affascinante. Argo sembra uno di quei film che recuperi in videocassetta dallo scaffale in soffitta e ti viene subito voglia di schiaffare nel videoregistratore, perché sai di andare sul sicuro. Solo che è stato girato oggi, non quarant'anni fa, anche se fa di tutto per sembrare un film degli anni Settanta (non solo in giochetti come il logo vintage della Warner Bros, ma anche nello stile, nella scrittura, nell'approccio e nel rigore).
Racconta una storia talmente bizzarra che solo al cinema, e che invece, guarda un po', pur con l'inevitabile romanzare hollywoodiano che allunga gli imprevisti e forza un pochino di spettacolo, mette in mostra per davvero quegli anni. E lo fa con una precisione notevole nella ricostruzione storica, visiva, di linguaggio, usi e costumi, fatta di quella follia esagerata, superflua, piena di dettagli che magari neanche cogli, ma registri a livello inconscio e ti danno un forte senso di solidità. Tutto questo nel segno del cinema, certo non del documentario, con una storia capace di sorprendere, stupire, toccare, divertire e tenere preda della tensione dall'inizio alla fine. Affleck tiene le redini di tutto in maniera incredibile, alterna i registri a meraviglia, passa dalla tensione insopportabile di Teheran alla distensione comica di Hollywood senza mai far storcere il naso, anzi, concedendosi un bel pezzo di bravura in quel montaggio alternato fra le due messe in scena, e dirige tremendamente bene un cast azzeccatissimo. E in tutto questo, racconta una storia che ti ammazza dalla tensione grazie a quattro dialoghi e due sguardi, nonostante tu sappia perfettamente come andrà a finire. Insomma, è gran bel cinema. Avercene.
Posso dire che Christopher Nolan glie lo puppa, a Ben Affleck? Dai, lo dico.
Oggi volevo scrivere di Argo, ma oggi mi sono svegliato senza l'estro creativo, e Argo, come spesso accade coi film che mi sono piaciuti tanto, mi mette in difficoltà. Quindi (oggi) parliamo d'altro, con un post veloce veloce, un po' nerd, che mi permette di tenere aperta la striscia di giorni consecutivi anche se c'ho da fare. Parliamo di notizie nerd su film nerd. Parliamo quindi di nerdate DC e Marvel.
A quanto pare, Zack Snyder sta titillando le genti con dichiarazioni sul fatto che Man of Steel (qua i due teaser trailer) sarà il primo tassello del mosaico previsto per l'arrivo a un film sulla Justice League, un po' sullo stile del circo messo in piedi da Marvel per arrivare a The Avengers. Considerando il delirio produttivo che è stato L'uomo d'acciaio, è un attimo pensare che questa cosa l'abbiano proposta l'altro ieri e che, se tutto va in porto, gireranno una scena a caso all'ultimo momento, da aggiungere dopo i titoli di coda. In tutto questo, salta fuori una voce secondo cui, nell'universo allargato della Justice League cinematografica, dovrebbe essere Joseph Gordon-Levitt a interpretare Batman. E che sia lui, sia altri attori della trilogia di Christopher Nolan, dovrebbero apparire in qualche forma prima del film "corale" previsto per il 2015. Al che, uno si immagina un'apparizione del Levitt proprio in quella scena di cui sopra. Certo, che il Batman tutto realismo fico si inserisca nell'universo della Justice League fa un po' ridere, ma in fondo anche chissenefrega. Fra l'altro, a questo punto, la scena finale dell'ultimo Batman diventerebbe ufficialmente il primo di 'sti crossoverini. Tutte fregnacce? Possibile, e l'entourage di Gordon-Levitt nega. Ma forse è solo perché ha paura che gli facciano indossare il costume di Robin.
La reazione di Joseph Gordon-Levitt dopo aver letto la notizia.
Nel mentre, procedono i lavori su un nuovo film Marvel che non fa parte dell'universo dei Vendicatori coi costumi colorati. Di X-Men: Days of Future Past e di quanto c'abbia il potenziale per essere una roba spettacolosa avevo già parlato a questo indirizzo. Qui segnalo che Matthew Vaughn ha deciso di dedicarsi ad altro (non a Kick-Ass 2) e Bryan Singer ha preso il suo posto, tornando quindi a dirigere una pellicola mutante dieci anni dopo X2. Ma soprattutto, è stata ufficializzata la partecipazione di Ian McKellen e Patrick Stewart, cosa del tutto coerente con la storia a base di viaggi nel tempo e, soprattutto, cosa che mi rende un bimbo felice. A questo punto manca solo che metta la firma pure Hugh Jackman. Che, dai, ci vuole. Wolverine deve apparire in ogni singolo film che abbia a che fare con i mutanti, no? E infatti chiudiamo ricordando con affetto la sua adorabile partecipazione a X-Men: First Class(oddio SPOILER!!!).
E anche per oggi è andata. Dai, domani ci provo, a scrivere di Argo.
The Walking Dead 03X07: "When the Dead Come Knocking" (USA, 2012) con le mani in pasta di Glen Mazzara e Robert Kirkman episodio diretto da Daniel Sackheim con Andrew Lincoln, Michael Rooker, Norman Reedus, Lauren Cohan, Steven Yeun, Laurie Holden, Danai Gurira, David Morrissey
E "finalmente" questa terza stagione ci ha regalato un episodio talmente riempitivo che se lo riassumi al succo ti dura cinque minuti. Non che sia una brutta puntata, anzi, in tutta la parte che si svolge a Woodbury la tensione si taglia col machete, il crescendo è davvero di spessore e, in generale, il lavoro per farti venire la fotta in attesa del gran finale di metà stagione è eccellente. Però, ecco, insomma, rispetto ai primi quattro o cinque episodi, in cui praticamente ogni settimana morivano due persone, c'erano otto colpi di scena e si consumavano cento pagine del fumetto, eh, qua gli autori sono stati più tranquilli. E, sarà un caso, alla regia ci han messo uno al suo primo episodio della serie.
Ad ogni modo, è evidente che volevano preparare per bene quel che arriva domenica, con quel titolo là, e giustamente si son posizionate le pedine a dovere, con quel lungo sottolineartele tutte per benino nei minuti finali. Ma prima sono arrivati dei bei momenti, con il cazzuto interrogatorio di Glenn, con quella Michonne in diffcoltà, spaventata, che teme di essere finita dalla padella alla brace e non si fida di gente che le chiede di fare esattamente quel che le avevano chiesto a Woodbury, e con un Governatore sempre più adorabile nel passare dalla vestaglia alla mazza ferrata e viceversa, con quella scena al tavolo che, al lettore del fumetto consapevole della faccenda Michonne, qualche brivido lo fa venire. Certo, la parte nella casetta è veramente messa lì solo perché in qualche modo bisogna arrivare alla fine dell'episodio con, appunto, tutte le pedine al loro posto, ma insomma, dai, ci può stare. E soprattutto la fotta c'è, quindi bene.
A margine, poi, c'è sempre la faccenda di Andrea, protagonista del segmento più prevedibile e prevedibilmente inutile - anche se apprezzabile nelle intenzioni, via - e che a conti fatti, mi si conceda, ha il suo momento migliore dell'intera stagione quando mostra le chiappe. Detto questo, e dette tutte le critiche solite sullo sviluppo del suo personaggio, sono comunque curioso di vedere cosa le capiterà. Perché in ogni caso, le varie dinamiche che hanno costruito gli autori fra tutti i personaggi e tutte le situazioni sono interessanti e l'impressione è che i tre quarti d'ora del prossimo episodio saranno davvero pochi, per contenere tutto quello che potrebbero tirarne fuori. E poi la pausa, uffa.
Una stretta di mano virtuale al titolista italiano, che, dopo averci regalato un titolo tutto sommato fedele all'originale una settimana fa, si inventa qui una roba che, boh, sarà stupido io, non riesco neanche a capire come gli sia venuta in mente. Ma infiltrati chi? Dove? Perché? MACCOSA?
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