Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie

Dawn of the Planet of the Apes of the titoli tradotti come capita.

The Innkeepers

Brrrivido!

Universal Soldier: Il giorno del giudizio

Follie distributive italiane

Video Games: The Movie

Video Games: The Meh

Byzantium

Femminismo vampirico

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30.1.10

Tumblerpep

Ok, mi sono fatto pure il tumblr. Ormai sono troppo duepuntozero, figata. Sta qui. Fra l'altro ci ho infilato un piccolo aggiornamento al post sulle review session dell'altro giorno. Filate tutti a leggerlo!

Accetto suggerimenti per renderlo non dico bello, ma perlomeno guardabile.

29.1.10

Lost Gears of Jazz

La foto qua sopra non c'entra nulla con l'argomento del post, l'ho messa giusto per non avere il thumbnail vuoto in homepage.



Trailer pubblicato un paio di giorni fa. In Lost Planet 2 ci saranno Marcus Fenix e Dominic Santiago di Gears of War (e di Gears of War 2, ovvio). Non è certo la prima volta che si vede una roba del genere, ma in questo gioco è forse più significativa che in altri. Lost Planet era un tentativo - parzialmente riuscito - di realizzare un gioco di un genere strettamente occidentale, ma filtrato attraverso una visione giapponese fino al midollo. Lost Planet 2, pur mantenendo sotto molti punti di vista il suo taglio nipponico, sembra spingere molto di più sul fronte dell'occidentalizzazione. Quale modo migliore per sancire la cosa, che ospitare i protagonisti del gioco occidentale che più di tutti ha caratterizzato e definito il genere negli ultimi anni? E poi mi diverte l'idea che negli uffici di Epic ci sia una forma di rispetto, stima ed esaltamento da fan di Capcom. Anche se in realtà è solo una questione di soldi.



Questa roba è bellissima ed è un ottimo segnale di quanto potenziale nasconda Rock Band Network. Un pezzo di musica jazz su Rock Band, innanzitutto, è qualcosa di totalmente nuovo e che allarga - finalmente - i confini al di fuori del rock-pop che sta dominando i giochi musicali recenti. Fra l'altro, trattandosi di genere musicale fortemente improntato alla masturbazione, il risultato è una traccia complicata e appassionante da suonare con tutti gli strumenti. Sì, anche il basso. Con la batteria, riporto dalla descrizione del video, si affrontano "Tricky time signature changes, including sections of 5/4, 7/4, 6/8, and a few measures of 4/4 will keep you on your toes". Certo, utilizzare la chitarrina di plastica per suonare il pianoforte è un compromesso abbastanza fastidioso - ma richiesto dagli utenti, eh! - però lo spettacolo sta nell'utilizzo del sax tramite il microfono. Se hai un vero sassofono a casa, lo usi col microfono e te la suoni tutto contento. Altrimenti ti arrangi facendo i versi come un cretino. Spettacolo.

A pranzo sono andato a provare il nuovo panino di McDonald's. Se non sopravvivo, sappiate che vi voglio bene. A tutti.

Per una nuova cultura del cibo italiano

Dunque, ho mangiato il McItaly, il nuovo panino di McDonald's tutto bello sovvenzionato dal governo, pubblicizzato dagli organi di stampa, perculato dagli stranieri e pieno di buonissimi pezzi d'Italia. Mi sembra coerente con tutti gli altri panini che si sono inventati quelli di McDonald's Italia negli ultimi anni: fa schifo.

Ha sempre quello stesso sapore, quella specie di rancido retrogusto, quella consistenza gommosa che accomuna tutti i panini di McDonald's. La crema di carciofi è come se non ci fosse. Per quel che si capisce al gusto, potrebbe serenamente essere una spalmata di pasta abrasiva. La fetta di Asiago è tale e quale alla fetta di formaggio (che era, parmigiano?) di qualche panino fa: sa di marcio. Il pane è quello dal taglio quadrato, sullo stile di quello che usavano per il 280. Quello che prova a convincerti di essere "normale" e invece fa ancora più ridere. Lati positivi: la foglia di insalata non è amara.

Insomma, fa schifo.

Bisogna dire che a me, in generale, McDonald's non piace. Sì, un due o tre panini che mi soddisfano ce li hanno, ma proprio complessivamente, nel regno del cibo veloce di merda, preferisco Burger King. Roba tipo Johnny Rockets non la conto, quello è proprio un altro sport. Ah: avevano finito le patatine alternative, mi hanno dato quelle regolari. Che da McDonald's fanno vomitare.

28.1.10

Londra a doppia mandata

È la seconda volta nel giro di neanche un anno che organizzo un weekend a Londra e mi organizzano un viaggio a Londra il giorno prima. Era già successo a giugno, si è ripetuto la scorsa settimana: partenza mercoledì mattina e rientro giovedì pomeriggio per l'evento legato a MAG, partenza venerdì sera e rientro domenica sera perché avevo voglia. Son cose belle e divertenti. Seguono pensieri sparsi un po' a caso su quel che ho fatto in questi (quasi) cinque giorni a Londra.

Mercoledì sera sono stato a mangiare al Matsuri High Holborn. In realtà non sono sicuro il ristorante fosse questo, ma mi pare proprio di sì. Ci hanno piazzati a un tavolo a ferro di cavallo, con in mezzo la piastra teppan-yaki e il cuoco che preparava carne, pesce e verdure facendo il fenomeno con gli strumenti, lanciando oggetti e pezzi di cibo per aria, dando spettacolo. Cibo buono, ma non eccezionale. Quantità sazianti, ma non strabordanti. Prezzi un po' altini, ma tanto non pagavo io.

Sabato a pranzo, invece, sono stato per la prima volta da Wagamama, che è questa catena abbastanza famosa in cui si mangia nippocibo un po' contaminato e sostanzialmente della categoria "cotto". Mi sono sparato un menu composto più o meno dalla roba che mangiavo a settembre al ristorantino di zuppaglia vicino all'albergo a Tokyo: Wagamama Ramen, ravioli Gyoza e boccia di riso. Tutto molto buono, prezzo onesto.

Sabato sera sono stato portato da Papero e Ganglio al Sakura, ristorante giapponese vicino a Oxford Circus. Menu molto vario, c'è davvero di tutto, sushi discreto. Ma insomma, niente di eccezionale. È molto più buono quello del Tomoyoshi Endo qua sotto, per dire. Ne ho mangiato un po' giusto l'altro ieri, e c'era dello sgombro da restarci secchi.

Domenica s'è fatto un giro dalle parti di Notting Hill. Una zona che, francamente, non mi piace molto. Però ho visitato due posti molto simpatici. Uno si chiama Hummingbird Bakery, ed è una pasticceria "american style", in cui preparano cupcake di tutti i tipi e torte che ti stroncano le coronarie solo a guardarle. Io mi sono mangiato un'enorme fetta di Red Velvet Cake che penso digerirò fra una settimana. Sempre lì in zona, ho fatto una profumata visita al The Spice Shop, un negozio specializzato e dedicato in toto a spezie e condimenti. Una cosetta piccola e strabordante, in cui ovunque ti giri trovi qualcosa di affascinante. Le spezie comprate le ho infilate nello zaino: durante tutto il volo di ritorno, ogni volta che aprivo lo zaino usciva una zaffata d'aroma speziato. Inebriante.

Sabato pomeriggio sono andato da Waterstone. C'era il 3X2. Ho speso talmente tanti soldi che mi hanno fatto la tessera fedeltà. "Ma vivi a Londra?" "No, ma ci vengo spesso per lavoro" "Bella!"

Giovedì mattina mi hanno portato a Camden Town. Non ci ero mai stato prima e ho scoperto un posto a modo suo affascinante, anche se non c'era davvero nessuno e i negozi erano abbondantemente chiusi fino alle undici. Però, insomma, poco importa: tanto ci sono tornato sabato pomeriggio. Ah, per chi è ignorante come me: Camden Town è una specie di quartierino in cui ci sono otto miliardi di negozi, baretti e ristorantini. C'è più o meno di tutto. E ci sono le insegne assurde e colorate, le bancarelle, il tizio che vende centomila tipi diversi di ciambelle, gli interni in legno con le statue dei cavalli, le cose strane e Cyberdog. Che è un negozio, uhm, un negozio... uhm... una roba. Vale un giro, senza dubbio.

Mega City, invece, è una fumetteria che sta a Camden Town. Non è fornitissima, e soprattutto ha quasi solo roba recente, però ci ho trovato il nuovo volume di praticamente qualsiasi serie io segua in lingua originale e ho speso una fortuna. Shame on you, Umberto!

The Economist, Edge, Retrogamer, GamesTM, Internazionale, Empire. Sono le riviste che compro ogni volta che mi capita di fare un viaggio in aereo, specie se passo da Londra e/o dintorni. Prima o poi mi deciderò ad abbonarmi. Se qualcuno vuole regalarmi gli abbonamenti, io gli voglio molto bene. Ah, sono anche le uniche riviste "cartacee" che leggo, assieme a Duellanti.

Ho visto Avatar all'Imax. L'Imax, per chi non lo sapesse, è un cinema dallo schermo particolare. È molto grosso, senza dubbio. Ma non è necessariamente spropositato. Voglio dire, lo schermo dell'Imax di Londra è largo 26 metri, quindi meno rispetto ai 30 metri della sala Energia all'Arcadia di Melzo. Però è alto 20 metri, quindi più dei 16,50 della sala Energia all'Arcadia di Melzo. Ma ovviamente è diverso anche il rapporto fra altezza e larghezza, di pari passo col formato. E il punto è proprio quello, il formato: un film girato in formato Imax va in alto, molto in alto. In più, all'Imax, c'è questo modo strano in cui sono disposti i seggiolini: dovunque tu ti sieda, sei parecchio vicino allo schermo, più che in altri cinema. Però, a esperienza mia, dovunque tu ti sieda non sei mai troppo vicino allo schermo. Il campo visivo è tranquillo.

All'Imax di Londra, tanti anni fa, ci ho visto Matrix Reloaded. Che era però proiettato nel suo formato regolare e non sfruttava quindi tutto lo schermo. Bello, eh, specie per il discorso sulla vicinanza, ma non necessariamente tanto meglio della sala Energia all'Arcadia di Melzo. L'anno scorso ho visto Watchmen all'Imax di Montreal, pure quello non in formato specifico. L'estate scorsa ho visto quella schifezza di Transformers: La vendetta del caduto all'Imax di Londra. Una porcheria che però, come già Il cavaliere oscuro in precedenza, aveva una manciata di scene girate in formato Imax. E quindi, in quelle scene, lo schermo veniva completamente riempito. E ti ritrovavi davanti Optimus Prime a grandezza naturale. E faceva decisamente il suo effetto. Nonostante il film di merda. E nonostante questa situazione delirante in cui il montaggio fra parti in formato Imax e parti in formato "regolare" produceva a tratti un continuo cambio nelle dimensioni dell'immagine. Roba da mal di testa.

Avatar è tutto in formato Imax, e pure in tre dimensioni. Ora, un film proiettato tutto in quel formato, bisogna dirlo, fa una gran cazzo di scena. Insomma, sei lì appiccicato a dei puffi alti come Optimus Prime. Hai detto niente. Va però precisato che l'immagine non occupava tutto lo schermo, ma era leggermente sottodimensionata, probabilmente per evitare che le ringhiere nella parte bassa della sala andassero a sovrapporvisi. In più c'è il 3D. Che all'Imax, va detto, utilizza gli occhialini usa e getta (anche se non te li fanno gettare) più squallidi che abbia mai visto. Sono molto grossi, probabilmente per far sì che possano "contenere" tutto lo schermo, e sono molto brutti. Funzionano? Sì, e bene. Ma non sono un intenditore e non saprei "recensirli", anche se do per scontato che ci sia una certa perdita rispetto alla resa che si può ottenere con gli occhialetti lussuosi e muniti di ricevitore che ti fanno indossare all'Arcadia di Melzo.

Ne è valsa la pena? Sì. Intanto perché, oh, ho comunque passato un bel weekend a Londra. Poi perché ho potuto guardare Avatar in lingua originale senza passare dal via. Poi perché lo schermo Imax, riempito per bene, casomai non l'avessi detto, fa una gran cazzo di figura. E poi perché il 3D, ripeto, funzionava. Chi ha visto Avatar in sala Energia all'Arcadia di Melzo si è perso molto rispetto a me? Certo: l'ha visto doppiato in italiano. Chi ha visto Avatar in 2D si è perso molto rispetto a chi l'ha visto in 3D? Beh, secondo me sì, perché comunque l'effetto "uah, figata!" è parte dell'esperienza. Però il film l'ho trovato molto valido a prescindere dagli occhialetti, di cui ti scordi dopo mezz'ora, quindi tutto sommato va bene lo stesso. Però, oh, eccheccazzo, su, un po' di duepuntozero.

La foto in apertura ha molteplici significati. Per scoprirli tutti, cliccatevi sopra e analizzate quanto scritto sul foglio bianco. La carta di credito è la peggiore invenzione nella storia dell'umanità. È un'arma di distruzione di massa. Cazzo, sono stato via di casa neanche una settimana e ho speso una fortuna. Maledetti, maledetti tutti.

27.1.10

Review session, my love

La scorsa settimana, Sony ha organizzato un evento fantastico, multiforme e multicolore, nel cui contesto ha raggranellato 128 (centoventotto) persone in quel di Londra, per farci provare MAG, tutti assieme, in un fulgido boato di allegria. Dato che 128 giornalisti, presi magari da 128 riviste/editori diversi, non li trovi proprio sotto i sassi, s'è allargato il confino: assieme a noi della specializzata che ce la tiriamo tanto, c'erano blogger assortiti e pure un po' di inquietanti rappresentanti della generalista. Nelle simpatiche intenzioni di Sony, doveva trattarsi di una review session.

Divaghiamo per spiegare cosa sia una review session: le review session (se lo scrivo ancora una volta vi autorizzo a tagliarmi il mignolo del piede sinistro) sono delle situazioni in cui si prendono i giornalisti e si dice loro: "Hai [X] ore per recensire il gioco. Te ne stai in questa stanza e lo fai. Te lo giochi un po' come ti pare, eh, no problem". Tipicamente, una review session (ahia!) è una situazione in cui - pur di vedere tutto il gioco dall'inizio alla fine - parti bello sparato a livello di difficoltà minimo e vai lanciato come un missile. Magari usi pure qualche cheat, se te lo danno. Poi, se c'è tempo, provi qualche pezzetto alzando il livello di difficoltà. Il multiplayer? Dai, su, fate i bravi. Ogni tanto si riesce anche a giocarlo, se le cose sono organizzate per bene, ma insomma, mica c'è sempre tempo. Al limite scrivi "questa recensione è basata sul single player, al multiplayer ci pensiamo quando abbiamo tempo".

Le review session (ahia!) possono essere organizzate in modi diversi. C'è chi prende e ti trascina all'altro capo del mondo, per due o tre giorni, mettendoti sotto chiave e trattandoti a pane e acqua. C'è chi ti manda in giornata nella meravigliosa Londra, andata e ritorno. C'è chi ti dice: "Oh, abbiamo il gioco da provare qua nei nostri uffici di Gazzano Padoano Lambruschese al Cernuschello, vieni pure quando vuoi e per quanti giorni vuoi". Questi ultimi, diciamocelo, son quelli un po' più sensati. Anche se, insomma, la situazione non è comunque ideale.

Ma quali sono, i giochini del pleistescion che vengono recensiti in questo modo meraviglioso? Beh, gli esempi sono innumerevoli e multiformi. Vado a memoria, abbiate pietà. Ricordo, per esempio, che tanto tanto tempo fa mi capitò di trattare in questa barbara maniera il primo The Sims e Nox. Cioè, hai capito? The Sims recensito in un pomeriggio. Il primo, fra l'altro, quello che si approcciava senza ancora aver capito di che si trattasse. Ero un inesperto e spiantato freelancer agli inizi, avevo da campà. Lo so, non ho scuse. A mia discolpa posso dire che mai mai mai mai più in vita mia mi sono prestato a barbarie simili.

Altro? Un classico dei tempi moderni: Grand Theft Auto: San Andreas. Eh, sì, il gioco delle millemila ore passate in bicicletta e facendo palestra, Rockstar te lo faceva recensire in una opprimente giornata in quel di New York. Giusto perché è importante approfondire. Poi, vediamo, mi si corregga se sbaglio, ma credo sia andata in questo modo per Halo, Halo 2, Halo 3, ODST, Gears of War e Gears of War 2. E sì, lo so che non c'era bisogno di elencarli tutti, ma così ci ho messo i link ai miei post in cui parlo di alcuni fra quei giochi. Davvero, ci sono, basta passarci sopra col puntatore del mouse e ve ne accorgerete.

Di esempio molto recente potrei citare Call Of Duty: Modern Warfare 2. Di esempio meno recente potrei citare quel The Orange Box e la sua review session (ahia!), da cui qualcuno - non faccio nomi - uscì talmente rincoglionito da inventarsi che il gioco era doppiato in italiano e mettersi pure a commentare la qualità del doppiaggio. E no, non era doppiato in italiano. Esempi ce ne sono sicuramente millemila altri (Oblivion, se non ricordo male), ma insomma, ci siamo capiti.

È tutto ciò la norma? No, la norma è che ti mandino il gioco, sia esso in versione debug o definitiva, e te lo giochi un po' come ti pare, per fare la recensione. Certo, poi magari te lo mandano una settimana prima dell'uscita, segnalandoti che il giorno dopo scade l'NDA e tutti potranno pubblicare l'articolo (quindi, insomma, eh, se non vuoi farti fregare dalla concorrenza e vuoi essere tempestivo, devi uscire quel giorno pure te). Dicendoti pure: "Oh, mi raccomando, giocalo bene e approfonditamente". Capito, no? Hai un giorno di tempo, ma giocatelo bene e approfonditamente. Al che, uno che magari deve pure fare la videorecensione - e non è il mio caso - immagino pensi più che altro ad approfondire un dito al culo di chi gli ha scritto quel messaggio di amorevole simpatia.

Che poi, diciamocelo, è tutta una questione di fiducia. Come accade che i giochi da recensire siano pronti uno o due mesi prima dell'uscita, perché bisogna mandarli alle riviste da edicola, perché i tempi di pubblicazione sono quelli, ma per la gente che lavora sull'Internet non siano pronti fino a una settimana prima? Nomaguardatiassicuroproprioilgiocoancoranonesiste. Eccerto. Presumo, suppongo, immagino accada perché acca' nisuno è fesso e se ti mando il gioco un mese prima a te che fai il blog sul web poi mi ti fai sfuggire le foto in anticipo e mi metti l'elenco degli achievement e finisce che mi spezzi l'embargo e mi recensisci il gioco due settimane prima. Insomma, siccome ci sono quattro furbe teste di cazzo nel globo che spezzano gli accordi e fanno quello che vogliono (stronzi che non siete altro, vi appendo tutti al muro), al solito, le conseguenze le pagano tutti gli altri.

Ok, mi ricompongo, andiamo avanti.

Qui di seguito avevo scritto tutta una slasagnata sui voti, le opinioni, il qualunquismo, la pubblicità, le pressioni e blablaba, ma la verità è che non c'entra nulla, quindi magari facciamo un'altra volta. Parliamo invece di MAG. La review session (ahia!) ha coinvolto 256 persone, fra Europa e Stati Uniti. Lunedì sera è scaduto l'NDA per pubblicare le recensioni. Recensioni basate su due ore di gioco, spalmate in un intero pomeriggio, provando il gioco un po' a caso, senza organizzazione, senza poter usare davvero la comunicazione vocale, con le due partite finali che laggavano manco fossimo nel 1997. Ieri, su Metacritic c'era la skin pubblicitaria di MAG. E non c'era un voto. Perché non c'erano abbastanza recensioni. Solo tre (Destructoid, TheSixthAxis e Meristation). Basate sul nulla. E a me fa piacere che nessun altro abbia voluto basare una recensione sul nulla. Mi fa piacere che Soletta, in risposta alla mia mail in cui chiedevo che fare, abbia scritto: "Per me il problema non sussiste. Se non si può fare la recensione, non si fa". Del resto, lui, quando va in Microsoft a provare Halo tutto il giorno a livello di difficoltà Scimunito, poi ci scrive un hands on, mica una recensione.

Oggi su Metacritic il voto c'è, perché le recensioni stanno cominciando a spuntare, ma perlomeno, oh, puoi dare a quest'altra gente quel minimo di fiducia e pensare che abbiano passato almeno un paio di giorni a giocare MAG senza tregua. Che, insomma, continua a sembrarmi poco, ma vai a sapere, io di 'sti effepiesse non ci capisco nulla. Noto comunque con piacere che nessun sito italiano, perlomeno di quelli su cui poso gli occhi regolarmente, ha ancora pubblicato una recensione di MAG. Lampi di gioia scorrono nell'etere, mentre qualcuno parla di "Epic Fail" e "Soldi buttati ar cesso".

Ah, ovvio: se si fosse trattato di un Call Of Duty: MAG e se in questi stessi giorni non fosse stato il momento di recensire un certo Mass Effect 2, immagino che ci sarebbero state molte più recensioni, sulla pagina di Metacritic, già lunedì sera. Ma insomma, oh, eh, uh.

Chiudiamo con una twitterata dell'altro giorno a firma Jeff Gerstmann. Ve lo ricordate? È quello che è stato cacciato da Gamespot perché aveva trattato male Kane & Lynch.
jeffgerstmann: Getting started with MAG tonight. Day-one patch sounds significant enough to make early reviews seem weird: http://bit.ly/5rbpep

Madonna quanto ho scritto. Almeno è interessante? Ah, io su MAG ho scritto un hands on. È molto brutto e sta qui. Qua, invece, c'è una tumblerata in cui ho aggiunto una considerazione su questo stesso argomento (le recensioni, non MAG).

26.1.10

Avatar

Avatar (USA, 2009)
di James Cameron
con Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang


Di Avatar mi hanno ipnotizzato le orecchie. Il modo in cui si muovevano, avanti e indietro, e raccontavano le emozioni dei puffi giganti. Gli occhi, le bocche, le code, certo. La naturalezza dei movimenti e del comportamento, l'espressività, la capacità di comunicare un forte realismo emotivo, a prescindere poi dal fatto che 'sti puffi giganti non dessero sempre l'idea del fotorealismo. Ma è nel complesso, che i puffi giganti funzionano, e lo fanno anche, o magari soprattutto, per i dettagli, per il peletto sulla lingua, per le orecchiette che scodinzolano. E perché sono scritti. E perché c'è un regista.

Mentre altri mettono in fila solo scene d'azione una dietro l'altra e mi annoiano a morte, Cameron racconta. Racconta personaggi, racconta mondi, racconta esperienze. Lo fa nella sua maniera straclassica, stranormale, straprevedibile, ma lo fa mettendoci lo stomaco. È uno stomaco regolare, lineare, il suo. Il cibo entra da sopra, si fa la sua bella centrifuga da un paio d'ore e poi esce da sotto, coi botti. Ma son botti che hanno un senso, una coerenza narrativa, un trasporto emotivo forte e irresistibile, perché esplodono in faccia a personaggi che ti hanno fatto interessare e affezionare, non a marionette di cui non potrebbe fregartene meno.

Io non lo capisco troppo, chi si lamenta perché - certo - ha amato l'affresco visivo - per carità - si è divertito - figurati, s'è pure emozionato - però, oh, si aspettava chissà cosa. Chissà cosa che? Su quali basi? Ma l'avete visto Titanic? Son quasi trent'anni che Cameron racconta storie semplicine sempliciò e fa innamorare generazioni di spettatori raccontandole bene come pochi altri. Certo, ogni tanto ci ha provato, a fare qualcosa di diverso, ma insomma, l'ha sempre detto pure lui che gli interessa far roba divertente. Che ti vuoi aspettare, di più?

Un filmone d'avventura che ti stupisce con il gusto della scoperta? Ce l'hai. Un mondo splendido, pensato e ragionato, scolpito nell'immaginario? Ce l'hai. La capacità di emozionare raccontando quattro cazzate? Ce l'hai. Un cattivo che buca lo schermo e fa il suo pur essendo, di fondo, tremendamente monocorde? Ce l'hai. Innovazione tecnologica? Ce l'hai. Capacità di raccontare e dire senza dover per forza spiegare didascalicamente tutto, perché ti bastano due movimenti di macchina e tre battute? Ce l'hai. Padronanza del mezzo cinematografico che 'sti giovani d'oggi si sognano la notte svegliandosi tutti sudati? Ce l'hai. Oh, se ce l'hai. Un 3D che ti si scodella addosso per una ventina di minuti e poi praticamente nemmeno te ne accorgi più perché, nonostante qualche rametto e tre foglie, Cameron non ha bisogno di spararti roba in faccia ogni dieci secondi? Ce l'hai. Tanti momenti di cinema splendidamente riusciti, con quell'esplosione furiosa di gioia per un paraplegico che finalmente ritrova le sue gambe o la scena in cui si procura un uccello più grosso? Ce l'hai.

E sì, Avatar è narrativamente semplicino, stereotipato (o archetipico, come vi pare), prevedibile. E sì, gli umani cattivi capitanati dal militare Terminator da operetta super stronzo sono oltre il cartoon. Però mi colpisce quel che dice un bell'articolo di George Monbiot sul Guardian (ho letto la versione tradotta di Internazionale, l'originale sta a questo indirizzo qui ed è pure meglio, coi link alle fonti). Avatar racconta di quanto siano figli di puttana, egoisti, terrificanti, squallidi approfittatori interessati solo al loro tornaconto personale gli esseri umani. Lo dice in maniera semplice e diretta. Lo ricorda a tutti, senza rinunciare per questo ad essere il filmone d'avventura spettacolare e semplice di James Cameron.

Noi siamo quelli che cinquecento anni fa hanno spazzato via dal suolo americano qualcosa come cento milioni di persone, distruggendo completamente popoli e civiltà. Siamo quelli che quando serve schiavizzano, torturano, imprigionano in campi di concentramento e poi dimenticano, contestualizzano, beatificano. È completamente assurdo il personaggio del colonnello Quaritch? Sì. È particolarmente più assurdo di un un George Washington che ordina di distruggere case e terre degli irochesi, di un Thomas Jefferson che ordina di far proseguire la guerra fino a che tutte le tribù non saranno sterminate o cacciate oltre il Mississipi, di un Theodore Roosevelt che definisce il massacro di Sand Creek "a righteous and beneficial a deed as ever took place on the frontier"?

Cameron ci racconta di un futuro in cui finalmente, dopo essere stato calpestato, piegato e quasi spezzato, il selvaggio di turno riesce a tirarci in faccia le sassate che ci meritiamo. E ci rispedisce indietro, con la coda fra le gambe, verso un pianeta Terra (che presumibilmente abbiamo) ridotto ai minimi termini, non più in grado di tollerare la nostra sopravvivenza. Probabilmente condannati all'autodistruzione. Mentre i puffi giganti vivranno per sempre felici, contenti e in totale armonia USB 2.0 col loro pianeta. A me mi piace.

Michael Bay, messo di fronte a James Cameron, può fare solo e soltanto una cosa: staccargli dei gran soffoconi. Su tutta la linea. Anche se c'è in effetti un aspetto sul quale il primo è decisamente superiore al secondo: realizzare film di merda. Ciao e grazie.

22.1.10

Segreti di famiglia

Tetro (USA, 2009)
di Francis Ford Coppola
con Vincent Gallo, Maribel Verdú, Alden Ehrenreich


Mentre guardavo Segreti di famiglia, pensavo a Bastardi senza gloria. Due film che, pur avendo poco a che vedere l'uno con l'altro, hanno generato in me la stessa sensazione. La sensazione di stare osservando il lavoro di un regista che sa quel che fa e quel che deve fare con la macchina da presa. Che può anche dirigere una puttanata cosmica, ma lo fa in una maniera che comunque mi stampa un sorriso in faccia. I movimenti di macchina, il montaggio, la pura composizione dell'immagine, di cosa mettere qui, lì e là in fondo. Roba che fatta così bene, in questo modo fuori dalla grazia di Dio, non trovo quasi da nessun'altra parte.

Insomma, Coppola non se li inventa più, gli Apocalypse Now, però di sicuro non s'è scordato come fare il suo lavoro. In Segreti di famiglia ogni singola immagine è una bellissima fotografia, messa assieme come meglio non si potrebbe fare, dipinta in quello splendido bianco e nero digitale, che davvero ti mozza il fiato. Solo che non è una fotografia, perché gli ometti si muovono, gli animali zompettano, l'inquadratura si sposta. E come si sposta, mamma mia.

Poi c'è anche un racconto, che è il dramma famigliare di due fratelli ritrovati, del loro ripristinato contatto umano, dei segreti nascosti nel loro passato e tutti legati al tumultuoso rapporto con un padre impossibile. C'è molto di autobiografico, pare, ma nulla di realmente accaduto. "Nothing in it happened, but it's all true", dice Coppola, e noi ci fidiamo, perché Segreti di famiglia si racconta con una visceralità e un'intensità che te lo fanno diventare molto, molto sincero, nonostante quella patina d'esercizio di stile che lo ricopre renda il tutto un po' asettico.

Il problema, se problema dev'essere, è proprio quello. La teatralità eccessiva, sbrodolata, ammorbante, che esplode senza più pudore nell'atto conclusivo e finisce per straniare completamente lo spettatore (o, perlomeno, questo spettatore qui che sta scrivendo). Il racconto svanisce un po', e rimane solo una splendida messa in scena, che comunque t'ipnotizza e t'affascina, ma un pochino d'amaro in bocca, pure, te lo lascia. Ma ti lascia anche rinnovata fiducia in un autore che credevi perso. Hai detto niente.

Il film l'ho visto in lingua originale con sottotitoli in italiano al cinema Arcobaleno di Milano, nel contesto del sempre amabile ciclo Sound & Motion Pictures. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Non saprei, dipende anche un po' da come han gestito nel doppiaggio il continuo alternarsi di inglese e spagnolo. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Berlin - Black Rebel Motorcycle Club. Masticavo formiche.

20.1.10

La settimana a fumetti di giopep - 20/01/2010

Prima Settimana a fumetti del 2010, quella con nippospadaccini, belle gnocche, poeti dall'oltretomba e famiglie disfunzionali.

Bonelli
Lilith #3: Il fronte di pietra ***
Ho appena realizzato una cosa: questa maxiserie è composta da diciotto numeri, che stanno uscendo a cadenza semestrale. In sostanza, ci vorranno nove anni per leggerla tutta. No, dico, nove anni. Poi ci si lamenta di come vengono pubblicati i manga. Comunque, Il fronte di pietra prosegue nella tradizione dei fumetti realizzati da Enoch per Bonelli: buoni, validi, interessanti, con un bel lavoro sulla creazione di un mondo credibile, al solito estremamente ben disegnati e meno political-social-spaccapalle di quanto - ne sono sicuro - Enoch vorrebbe. Però, ecco, ho l'impressione che manchi un po' di mordente, di identità, di potenza narrativa. Senza contare che quando leggo Enoch mi sembra sempre di leggere ogni volta la stessa storia, gli stessi piccoli stereotipi, gli stessi personaggi, le stesse trovate. Ma d'altra parte, una volta ogni sei mesi, che male potrà mai farmi?

Manga
Vagabond #45 ****
Tutti i manga di lunga durata, anche quelli più belli e intensi, hanno quel momento in cui sembrano dire "ok, ci siamo quasi, lo so io e lo sai tu, ma devo fartela pesare" e vanno avanti senza pietà a prepararti per un finale di quelli emozionanti e travolgenti. Quando i manga belli e intensi lo sono per davvero, il finale si rivela spettacolare. Quando i manga sono splendidi, anche questa fase attendista è talmente ben realizzata da non spaccare le palle. È così per Vagabond? Abbastanza. Di sicuro, a un certo punto vorrò rileggermelo tutto in fila.

Altro
Bottomless Belly Button *****
Bottomless Belly Button racconta di due anziani parenti prossimi al divorzio, che prima di metterci una pietra sopra vogliono godersi un'ultima riunione di famiglia, assieme ai tre figli (e relative appendici). O, meglio, racconta le persone che interpretano questa storia, spargendo pochi giorni di vita in oltre settecento pagine di splendido, emozionante, sperimentale, disgustoso, appassionante, erotico, intenso, esilarante fumetto. Dash Shaw è un meraviglioso narratore, che realizza bellissimi disegni brutti per mostrare bruttissima gente bella. Da leggere, assolutamente.

Pasolini ****
Un'intervista immaginaria condotta da Davide Toffolo che racconta se stesso alle prese con un sosia di Pasolini, o forse il suo spettro, mentre lo insegue fra i luoghi della sua vita, dandogli occasione di raccontarsi attraverso parole e scritti recuperati tramite un certosino lavoro di documentazione. Pasolini non racconta Pasolini per filo e per segno, non ne svela segreti nascosti, non mostra tutta la sua vita da un punto A a un punto B. Apre una finestra, offre uno scorcio su un uomo fondamentale della nostra storia recente. Un ottimo modo per ricordarselo, o magari scoprirlo per la prima volta.

Bottomless Belly Button me l'ha consigliato Miriam (link). Comprate (link) i suoi disegni (link) e rendetela una bambina felice e ricca. Ciao e grazie. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Porcelain - Moby. Sgranocchiavo torcetti.

19.1.10

BrütalCast

Outcast episodio trepuntocinque: una scoreggia da venti minuti o poco più. Sta qui.

Doveva essere una scemenzuola fatta tanto per fare e gestita con calma, abbiam dovuto organizzare tre sessioni di registrazione diverse causa fato avverso. In pratica, due settimane di sbattimenti per ventidue minuti di podcast. E ancora non ho capito se mi piace quel che è venuto fuori. Comunque il prossimo episodio, quello "serio", è previsto per fine mese. Credo.

18.1.10

Pentacolo

Quinto episodio del Tentacolo Viola, in apertura di un 2010 carico d'amore per tutti. Ospite in studio: la torazina. Si parla di varie cose. Io mi ritaglio uno spazio per insultare Ray Muzyka (chiamandolo Greg, fra l'altro), raccontare Darksiders e Blue Toad Murder Files, dir due cose su Ben X e Pasolini (il fumetto). Lo trovate nel sito ufficiale, che potete raggiungere cliccando sulla parola "link": link.

È lunedì, ma sono stranamente attivo. La settimana si preannuncia campale, inaugurarla ascoltando gli Editors forse non rappresenta il modo migliore per farsi forza. Pazienza.

14.1.10

Ok, mi sto perdendo

Dunque.

Ho l'account di Facebook (lo potete vedere cliccando qua, mannaggia a 'sto template che mi decolora i link). Su Facebook ho attivato l'import di qualche minchiatina: le canzoni a cui metto il cuoricino su Last.FM, gli status che infilo su Friendfeed (cosa che non faccio praticamente mai, in realtà), Flickr, le robette di Anobii, la Gamercard di Xbox, qualcosa da Linkedin e basta, credo. E poi c'è Networked Blogs, che mi spamma su Facebook i post del blog. Non uso applicazioni esterne, a parte quella sull'iPod touch, che comunque apro veramente ogni morte di papa. Uso Facebook ormai quasi solo per spammare i miei articoli su Nextgame, il blog e i podcast, per far scambi veloci via messaggi privati con gente che mi è più comodo contattare lì e ogni tanto per fare qualche minchiata (che si suppone essere) simpatica con lo status, le foto, i tag, sarcazzo. Ah, ho dato un'occhiata all'applicazione di Twitter per Facebook, ma non ho capito bene a che cazzo dovrebbe servire. A parte permettere a Twitter di impostarmi lo status di Facebook, cosa che non credo di voler fare.

Friendfeed (lo potete vedere cliccando qua, mannaggia a 'sto template che mi decolora i link). Ci faccio andare in automatico i video che metto su Youtube, gli status di Facebook, i post del blog (visto che comunque da Facebook preleva solo lo status), gli status di Google Talk, non so cosa da Linkedin e i twit di Twitter. Anche qui, accedo solo via web, non uso applicazioni esterne. Non mi fa impazzire che da Twitter prelevi anche le risposte che dò in giro, secondo me rischia di generare troppo caos, soprattutto troppo caos che non ha senso leggere decontestualizzato su Friendfeed. Ma mi pare di capire che non ci sia modo di risolvere. Friendfeed lo uso solo come aggregatore di roba che arriva da altrove.

Twitter (lo potete vedere cliccando qua, mannaggia a 'sto template che mi decolora i link). Ho appena aperto l'account (buongiorno!), sto capendo che farne. Al momento, ho attivato solo l'import da Friendfeed, che se ho capito bene gira su Twitter tutto quello che importa (a parte Twitter stesso, ovviamente), quindi mi permette di twittare in automatico le varie cose. Ho capito bene? Sto usando Twitdeck, che mi sembra un modo molto comodo per essere aggiornato in tempo reale, visto che di fondo la cosa bella di Twitter - se ho capito bene - è che genera facilmente conversazioni.

Ora: cosa non ho capito? Cosa c'è di fondamentale che devo fare e non sto facendo? C'è qualcosa di fondamentale che magari sto facendo, ma da questo post non si capisce e quindi è meglio segnalarmela? Qualcuno che mi legge mi dice che altro fa con Twitter? Se voglio condividere, che ne so, un mio articolo su Nextgame in tutti e tre i posti, lo devo condividere su Facebook e su Friendfeed, che poi lo manda a Twitter, giusto? Non creo doppioni, così facendo, giusto? Non creo loop infiniti in grado di generare sufficiente antimateria da distruggere l'universo come lo conosciamo, giusto? Aiuto. :D

Tutto questo Web 2.0 mi mette in crisi, io sono troppo un abitudinario. Nello scrivere questo brutto post ascoltavo il pesante respiro dello Sbrocchieri e digerivo due panini: uno con la cotoletta, uno con, boh, sicuramente era carne rossa.

11.1.10

Colpo secco

Slap Shot (USA, 1977)
di George Roy Hill
con Paul Newman, Strother Martin, Michael Ontkean, Jennifer Warren, Lindsay Crouse


Com'è, questo strano film del 1977 che ha generato un paio di seguiti per la TV nell'attuale decennio all'insegna del vintage? È, nonostante (o forse proprio grazie a) uno stile goliardico, esagerato, sopra le righe, un ritratto fedele e realistico di cosa fosse l'hockey nelle Minor League alla fine degli anni settanta? Non ne ho davvero idea, conosco appena l'hockey NHL attuale, figuriamoci quello minore di trent'anni fa. Questo articolo su ESPN, però, sostiene che "Slap Shot", which turned 25 on March 25, might seem like the silliest, most outrageous piece of sports fiction that Hollywood has come up with. Turns out, it came pretty close to the real world of minor-league hockey, circa mid-1970s. Quindi, insomma, ci fidiamo e la chiudiamo qui.

A questo si può aggiungere che dietro un vero e proprio sbarramento di situazioni stupidine, personaggi simpatici, imprecazioni e volgarità (che risultano ancora più forti ad ascoltarle per bocca di Paul Newman in un film di trent'anni fa) c'è un appena abbozzato ma efficace ritratto dell'America suburbana di quei tempi. I Charlestown Chiefs del film si ispirano ai veri Johnstown Jets e attorno alle loro vicende c'è del triste, mogio e opprimente vivere di una comunità della Pennsylvania cui stanno per chiudere la principale fonte d'occupazione.

Mentre tutto va a catafascio, Reggie Dunlop, interpretato da un Paul Newman figo come pochi, prova a ricucire i pezzi della sua squadra puntando tutto sul caos, sulla violenza in campo, sul far saltare i nervi agli avversari a colpi di insulti e trollate varie. Ne vien fuori un film un po' invecchiato, ma crudo e divertente, che cresce parecchio quando - nella seconda parte - prova ad approfondire meglio i suoi protagonisti e scivola un po' sui binari della malinconia, senza però smettere di far pronunciare a Newman delle sparate da antologia e regalando un delirante match finale che davvero scalda il cuore.

Il film l'ho visto su un decente DVD - con commento audio dei fratelli Hanson! - comprato in offertissima da Fnac. In lingua originale. Importanza di guardare questo film in lingua originale: non ho idea di come sia la versione italiana, ma Paul Newman si merita questo e altro. Nello scrivere questo brutto post ascoltavo la sofferenza umana dello Sbrocchieri e mi attardavo in ufficio oltre il lecito in attesa di recarmi al cinematografò.

8.1.10

A serious Man

A Serious Man (USA, 2009)
di Joel & Ethan Coen
con Michael Stuhlbarg, Sari Lennick, Fred Melamed


A Serious Man è un film antipatico, cattivo, subdolo, che non vuole bene a nessuno. Non vuole bene al suo protagonista, unico uomo degno in questo mondo di ladri, costretto a subire angherie, ripicche, bisticci e un carico di sfiga di proporzioni bibliche. Non vuole bene a tutti gli altri personaggi, ebrei filtrati da una visione talmente acida, sprezzante, corrosiva, da far pensare che i Coen non ricordino con gran favore le genti fra cui loro stessi son cresciuti. Non vuole bene allo spettatore, che cerca in tutti i modi di tenersi lontano con distaccata austerità e programmatica lentezza.

Ma è anche un film bellissimo, che ti rapisce con quelle sue immagini splendide e un po' strane, ti seduce con quel suo umorismo enigmatico e sarcastico, ti ipnotizza e ti trascina dentro il suo mondo senza speranza, in cui la crudeltà del destino è direttamente proporzionale alla rettitudine con cui ci si comporta. Nel quale ogni principio è pronto a crollare in nome di una totalmente mal riposta speranza di salvezza.

È un film che ti spiazza e ti lascia un po' così, perplesso, ammaliato e incapace di comprendere davvero cosa ti sia piaciuto, convinto che l'unico modo per entrare davvero in sintonia sarebbe aver condiviso l'infanzia dei Coen in quegli ambienti e quei tempi. Ma si deposita lì, sullo stomaco, si annida, se ne resta a macerare e piano piano cresce, diventando nel ricordo più bello, forte e grande di quanto ti fosse sembrato e di quanto magari realmente sia.

Il film l'ho visto in lingua originale con sottotitoli in italiano al cinema Mexico di Milano, nel contesto del sempre amabile ciclo Sound & Motion Pictures. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Nella media. Mi dicono che col doppiaggio s'è perso qualche dettaglio, qualche citazione. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Interstate Love Song - Stone Temple Pilots. Mi chiedevo se fosse il caso di impelagarmi nella recensione di Darksiders.

7.1.10

Dieci inverni

Dieci inverni (Italia, 2009)
di Valerio Mieli
con Isabella Ragonese e Michele Riondino


Ogni tanto è piacevole vincere la diffidenza, fidarti di quel che leggi e senti in giro, combattere la puzza sotto il naso e andarti a vedere un film italiano che - sorpresa - si rivela davvero bello come dicono. Un'opera prima diretta con gusto e capacità, senza il desiderio di mettersi in mostra ma anche con la voglia di fare cinema, e non la solita docufiction "realistica" bella da guardare come un dito in un occhio.

Dieci inverni racconta l'amicizia-amore-nonlosoforsevediamo fra due persone che viaggiano dai venti ai trenta, inseguendo passioni, facendo cazzate, pentendosi di errori, dicendo un sacco di scemenze. Scemenze, sì, perché poi il pregio maggiore di Dieci Inverni, oltre alle belle immagini, all'ingenua sincerità, alla bravura degli interpreti, sta in una sceneggiatura frizzante, con dialoghi insolitamente - per il cinema nostrano - credibili e una bella dose d'ironia. Poi uno dice che il cinema italiano è morto.

Il film l'ho visto al cinema Eliseo, Milano City. Prima son passato da Fnac: lo sapevate che da Fnac, se gli porti dei videogiochi usati, ti caricano il credito su una tesserina che puoi usare per comprare qualsiasi cosa vendano? Tipo anche un televisore. Fico! Il cinema italiano, comunque, è morto: queste sono solo reazioni nervose. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Devil - Stereophonics. Cercavo disperatamente di digerire il Katsudon del Miyako. Un ristorante che fa abbastanza cacare. No, davvero, il sushi così son capace a farlo pure io. Lista nera.

6.1.10

Oscar - Come funziona

Allora, quanto segue viene dal sempre interessante blog di John August (sceneggiatore di vari film, alcuni belli, alcuni meno belli, alcuni di Tim Burton). Nello specifico da questo post, che consiglio di andare a leggere perché il testo originale è sicuramente meglio della mia interpretazione e perché vengono dette cose interessanti nei commenti. Comunque, dato che non ho niente da fare, ho deciso di tradurre quello che sta scritto lì dentro e aggiungerci in coda informazioni pescate in giro. Più o meno.

Questo è il mio primo anno da membro dell'Academy ed è quindi anche il primo anno in cui voterò per i premi. In quanto membro della sezione Scrittori, voterò le nomination per la miglior sceneggiatura originale, la miglior sceneggiatura non originale e il miglior film.

Per me è una faccenda tutta nuova, quindi ho pensato di rendere partecipi i miei lettori.

Qualche settimana fa, ho ricevuto una Reminder List stampata, vale a dire un catalogo che elenca tutti i film che possono ricevere la nomination come miglior film. È basandomi su quest'elenco che devo selezionare e mettere in classifica i miei dieci migliori film. Li scriverò a mano in un modulo che andrà poi inserito in una busta verde, da far pervenire alla PricewaterhouseCoopers LLP entro le cinque del pomeriggio del 23 gennaio.

A partire da quest'anno sono previste dieci nomination per il miglior film, un cambiamento rispetto alle cinque del passato*. In compenso è dal 1936 che le selezioni vanno ordinate in classifica. Si tratta di un sistema di votazione preferenziale, pensato per riflettere in maniera più accurata il volere dei votanti.

E caspiterina se è complicato. Si fa prima a spiegarlo elencando ciò che non è.

1. Non è una votazione "pesata". Non vengono assegnati dieci punti al primo film in classifica, nove al secondo e così via.

2. In pratica si vota solo per un film. Il primo film in classifica è il film per cui hai votato. Le altre posizioni sono le scelte "di riserva", che entrano in gioco nel caso in cui la tua prima scelta non sia valida. Questo può accadere per vari motivi: per esempio, il film che riceve il minor numero di voti viene eliminato dalla contesa**.

3. Mettere al primo posto il proprio film preferito non significa sprecare un voto. Magari si tratta di un film che non potrà mai ottenere il maggior numero di voti, ma proprio grazie alla tua selezione potrebbe infilarsi fra i dieci fortunati. E se non ce la fa, beh, il tuo voto andrà comunque alla seconda scelta. Inoltre, un film può andare in nomination solo se almeno una persona l'ha messo al primo posto: quindi è fondamentale mettere in testa alla classifica la propria prima scelta.

4. Compilare l'intera lista non significa danneggiare le proprie prime scelte. Quando si tengono le elezioni per la dirigenza della WGA (Writers Guild of America), compilo liste brevi, perché temo di danneggiare il candidato che supporto davvero dando anche solo un voto "minore" a candidati in cui non credo. Ma in questo caso il meccanismo è diverso. La mia decima scelta difficilmente otterrà il mio voto, ma includerla non fa certo male.

A margine, a partire da quest'anno, anche la votazione finale per il miglior film seguirà il meccanismo della classifica. Non si dovrà più indicare solo una scelta, ma una classifica di dieci film.

Alla cerimonia di accettazione dei nuovi membri, i capi dell'Academy hanno sottolineanto con insistenza l'importanza di guardare tutti e dieci i film in nomination. Ho poco tempo a disposizione, ma mi assicurerò di colmare le lacune prima di votare.

Le nomination per le categorie legate alla sceneggiatura funzionano sostanzialmente allo stesso modo. Abbiamo una lista di sceneggiature candidabili e un modulo da compilare con la nostra classifica. La differenza sta nel fatto che solo gli sceneggiatori votano per i premi alle sceneggiature.

* Ci sono dei precedenti: nel 1934, le nomination furono dodici. La scelta di allargare a dieci, comunque, ha dato vita a qualche contestazione. Vediamo cosa ne viene fuori.

**Ovviamente può accadere che qualcuno voti dieci film che non selezionerà nessun altro.


In un post successivo, August riporta un estratto da un articolo di The Wrap, nel quale viene spiegata questa stessa roba insieme ad altra. È interessante e complesso, non so se sarei capace di tradurlo per bene, sicuramente non ne ho voglia: quindi, insomma, imparate l'inglese e andate a leggervelo.

Riassumendo, si potrebbe dire che "l'Academy ha voluto far questo, l'Academy ha voluto premiar quello" son tutte fregnacce che si racconta chi parla a vanvera e chi si diverte con le cospirazioni. La verità è che ci sono un tot di persone (poco meno di seimila, se non è cambiato nulla dal 2007) a cui viene chiesto di votare le nomination. E ciascuno vota all'interno della sua categoria. In più tutti votano per decidere le nomination per il miglior film. E fino a qui, l'aver realmente visto il film per cui stai votando sta alla tua buona fede.

Discorso diverso per i "foreign language film": tutti i membri dell'Academy che fanno anche parte del Foreign Language Film Award Committee possono votare per le nomination se hanno assistito a proiezioni ufficiali di almeno metà dei film in lizza (su un totale che credo non sfori mai la cinquantina).

Più "liberi tutti" le votazioni per i vincitori. Chiunque faccia parte dell'Academy può dare il suo voto per la vittoria finale in qualsiasi categoria. Fanno lieve eccezione, ancora, i "foreign language film": può votare chiunque dell'Academy, ma solo se ha assistito a proiezioni ufficiali di tutti e cinque i film candidati.

Comunque, insomma, almeno per quanto riguarda le nomination, si parla di registi che valutano registi, sceneggiatori che valutano sceneggiatori, tecnici del suono che valutano tecnici del suono... cose del genere. A me sembra sensato, ma magari sbaglio qualcosa. Certo, poi tutti possono votare i vincitori in tutte le categorie, ma insomma, eh, alla fin fine ci sta anche.

Ah, le dieci nomination per il miglior film: a me non dispiace, è un modo per dare un riconoscimento a film comunque meritevoli. Così magari non succede più che un Wall-E se ne stia tutto solo nell'angolino. Insomma, candidatemi Up! Se poi, come si ipotizzava su Empire, dovesse ricevere una nomination The Hangover, via, un sorrisino glie lo dedicherei.

Ovviamente son tutte minchiate, li si fa votare per farli contenti e poi nomination e vincitori vengono decisi da un consiglio di malvagi dei quali fanno parte fra gli altri la strega cattiva di Biancaneve, Darth Vader, Silvio Berlusconi, Pavel Nedved e Claire Colburn. Ah, quest'anno presentano Steve Martin e Alec Baldwin, e in casa Maderna si manterrà salda la tradizione ormai quasi trentennale di passare la nottata svegli a sbadigliare davanti allo schermo. Se qualcuno vuole unirsi, il salotto è capiente. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Here's Looking at You, Kid - The Gaslight Anthem. Digerivo dell'ottimo speck valdostano.