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10.11.11

Il regno del fuoco


Reign of Fire
(USA/UK, 2002)

di Rob Bowman
con Matthew McConaughey, Christian Bale e Izabella Scorupco

La prima volta che ho visto Il regno del fuoco era il 2002, ero al cinema, Gerard Butler era meno famoso del dottor Bashir di Deep Space Nine, Christian Bale era quello ganzo che forse non hai ben presente chi è ma a me piace un sacco e poi mi han detto che era il bambino di quel film di Steven Spielberg, Matthew McConaughey era il più famoso dei tre. Quasi dieci anni dopo, ho visto lo stesso film spaparanzato sul divano grazie a un DVD da cestone del supermercato e le cose sono un po' cambiate, ma la sostanza è rimasta la stessa, ovvero quella di una scemenzina simpatica, divertente, con un bello spirito smargiasso da filmetto un po' horror, un po' fantasy, un po' d'azione, un po' Nati per Vincere su Italia Uno. Sigla.



Ok, non è la sigla di Nati per Vincere, ma quella non l'ho trovata e il senso si capisce lo stesso. Il regno del fuoco è il film con l'apocalisse e i mostri cattivi che hanno spazzato via l'umanità tranne una sacca di coraggiosa resistenza che finirà per ricacciarli a calci in culo nel buco da cui sono usciti. Solo che i mostri cattivi sono i draghi, proprio quelli fantasy che volano e sputano fuoco, e il buco da cui sono usciti è quello della metropolitana di Londra. Ora, il film di Rob Bowman (uno che si è fatto vent'anni di televisione, poi ci ha provato al cinema con questo, poi ha diretto Elektra e giustamente l'hanno rimandato in TV accompagnandolo con dei dolci coppini) cerca di viaggiare dall'inizio alla fine su quel simpatico confine, così tanto amorevolmente anni Ottanta, che separa la serietà dal cazzeggio.

L'impianto narrativo si prende sul serio, i draghi sono cupi, carnivori e violentissimi, i personaggi fanno battute su Camelot e approcciano la fisiologia dei dragoni con fare scientifico e alla fin fine è tutto un piangersi addosso, un rimpiangere il passato e uno sperare nel futuro. A stuprare qualsiasi dubbio che 'sta roba voglia fare il film di spessore, però, ci pensa Van Zan, idolo delle folle: interpretato da un McConaughey ovviamente quasi sempre mezzo nudo, però tatuato come se non ci fosse un domani, disinteressato ad essere il bello della situazione, pelato, con il culo di un sigaro sempre in bocca, passa più tempo a grugnire che a parlare. Il film lo tiene praticamente in piedi lui da solo con le sue sbiascicate, mentre il resto fa da puro contorno di rappresentanza. Oltre a quello ci sono gli incontri coi draghi, tutti secondo copione, i personaggi che hanno scritto in faccia "morirò" lo fanno tutti al momento giusto e insomma ci si diverte in maniera buzzurra e tranquilla senza pretendere nulla di più.

I draghi fanno la loro figura, anche se ovviamente gli effetti speciali sono invecchiati un po' peggio rispetto, che so, a un Jurassic Park qualunque. Bowman fa il suo sporco lavoro senza inventarsi nulla di particolarmente creativo e regalando una sola immagine davvero (molto) suggestiva, che però è copiata di netto da Pitch Black. E lo scontro finale, per quanto prevedibilissimo, funziona esattamente come funziona il timballo della zia ogni volta che lo mangi: sai cosa sta arrivando, non ti sorprenderà di certo, però è sempre un piacere. Vogliamo aggiungere che il dragone acquattato per terra che si muove guardingo e fa i versacci è affascinantissimo e caga ancora in testa a quello tamarro e noioso di Zack Snyder? Aggiungiamolo. E aggiungiamo anche che sull'uscita di scena di Van Zan, a un Dylan Dog Horror Fest qualunque, sarebbe scattata un'ovazione che rimbomberebbero ancora le orecchie oggi.

Alla fine era meglio lui di Emily Browning, dai.

Chiudiamo con un'altra sigla che ci ricorda di quando da piccoli guardavamo le cose educative in TV.



Non ricordo come Il regno del fuoco fosse doppiato, però guardarlo in originale è divertente per tutta la questione degli accenti e dei britannici che si azzuffano con gli yankee, oltre che perché Gerard Butler è sempre uno spacco da ascoltare, con le sue errre tutte spesse.

9.11.11

The Good Wife: errore mio?


C'è un motivo se The Good Wife non aveva mai attirato la mia attenzione, neanche per sbaglio, ed è che si tratta di una serie "drammatica" CBS, e a me quelle serie là, le varie CSI, NCIS e proceduralità assortita, non hanno mai detto nulla. Non mi affascina la struttura del caso della settimana, così come non mi affascina un certo modo di "fare" personaggi e intrecci narrativi, anche se ovviamente mi rendo conto che non è il massimo gettare tutto in un gruppone qualunquista. Limite mio, per carità, ma così è. Col senno di poi, quindi, è ovvio che il mio radar non poteva proprio farcela a intercettare la serie prodotta dai simpatici fratelli Scott.

Il senno di poi, però, arriva appunto poi. Prima, c'è della gente dai gusti confortanti (Mad Men, per dire) che te ne parla benissimo, c'è il fatto di Ridley e Tony coinvolti, che comunque un minimo di fiducia ancora te la ispirano, e soprattutto c'è lo spunto di partenza piuttosto intrigante. Abbastanza da convincermi a dare una chance senza stare a informarmi ulteriormente. E così mi guardo l'episodio pilota. Che parte benissimo, con una scena ottima per regia e scrittura, oltre che per una davvero brava Julianna Margulies. Solo che poi c'è il resto dell'episodio e, ehm, si rientra nel territorio del "no, dai". Tutti quei personaggi prevedibili ai limiti del macchiettismo, tutte quelle passeggiate con loro che si parlano portando avanti il caso, tutte quelle situazioni che è evidente già alla prima volta che saranno tormentoni, tutti quei momenti da lampadina accesa sopra alla testa... pelle d'oca, fastidio, noia, sconforto, non ce la posso fare.

Il problema è che la faccenda di fondo, la storiella personale della protagonista, mi affascina, e mi piacerebbe troppo guardare una bella serie HBO dedicata alla cosa. Quello che non mi va di guardare è una serie di casi dei quali non me ne frega nulla con attorno dei pezzetti della storia che mi interessa seguire. Anche se, sicuramente, ogni tanto ci sarà l'episodio bellissimissimo con il caso davvero interessante e intrigante. Quindi, insomma, croce sopra. Solo che poi, comunque, uno sguardo in giro per l'internet l'ho dato, e OVVIAMENTE nelle recensioni si legge tutto e il contrario di tutto. Chi lo critica, alla fin fine, esprime per filo e per segno il mio pensiero. Però chi ne parla bene dice cose interessanti. Aggiungiamo che al mio check-in su Miso ricevo due risposte su Twitter un po' dissonanti: "Secondo me è una grande serie, ben sviluppata e ben recitata, con qualche personaggio davvero riuscito." e "the good wife è terribile fermati finché puoi ;-)".

Insomma, boh.

Ora, la questione è in linea di massima piuttosto semplice, dato che ho subito calato il sipario e non mi sono messo a guardare nemmeno il secondo episodio. Croce sopra e fine. Però, lo ammetto, il dubbio che alla fin fine possa valerne la pena mi è venuto, presumo alimentato dalla fatica patologica che faccio a iniziare un libro/film/fumetto/videogioco/[aggiungere a piacere] e mollarlo prima di averne visto la fine. Quindi chiedo delle risposte a chiunque sia in ascolto e abbia risposte da darmi. Ne vale la pena? Ci sono momenti di grandissima televisione che non mi posso perdere? La parte che mi interessa è talmente azzeccata che vale la pena di sorbirmi tutto quel che, per quanto magari ben fatto, non ha proprio modo di piacermi? Ma soprattutto: la detective ganza muore di morte violentissima e/o dolorosissima e/o soffrendo tanto e male stile Gwyneth Paltrow in Contagion? No, eh? :(

Ovviamente non mi risponderà nessuno e non guarderò mai più un singolo episodio di The Good Wife. Bene così.

8.11.11

Oplà, nuova faccia


Ieri sera, che si è velocemente trasformata in notte e che sto scrivendo questo post (quasi) alle due e adesso non so se mettermi a guardare la diretta degli Eagles fra mezz'ora... Dicevo, ieri sera, colto da voglia improvvisa di fare 'sta roba che volevo fare da qualche centinaio di settimane, ho cambiato il template del blog. Nel farlo, sono andati persi dei pezzi, ho deciso di eliminare dei pezzi, ho aggiunto dei pezzi, però mi sembra di essere riuscito a fare più o meno tutto quel che volevo fare. Sicuramente mancheranno cose, ci saranno cose che devo sistemare e ci saranno pezzetti che mi sono perso per strada senza accorgermene. Ovviamente accetto suggerimenti di qualsiasi tipo, dritte, insulti, pacche sulle spalle.

Di mio posso dire che mi sembra un pochino più snello e leggibile, che finalmente tornano ad essere evidenziati i link senza che io debba farci le magie attorno, che il nuovo slideshow in home page mi piace parecchio, che non sono ancora del tutto sicuro di cosa ho messo e cosa ho tolto lì a destra, che però mi piace il selettore per vedere tre diversi pezzi di colonna lì a destra, che i menu là in cima mi piacciono, che in fondo in basso ci ho messo le cose dell'amicizia perché è giusto stiano in fondo dato che l'amore è sofferenza, che già da solo vedo qualche cosa strana e qualche cosa che non sembra funzionare come dovrebbe, che chissà che razza di avanzi di html stanno infilati in giro e non so bene dove scovarli e che basta.

Il momento in cui sì, ok, dai, carica il nuovo template, cambia tutto, sono sicuro, clic, è sempre un momento di grande panico. Che ancora non sai quanto andrà completamente in disastro tutto quanto, ancora non sai quanto ci vorrà per mettere tutto a posto, ancora non sai se ne uscirai vivo. In compenso sai di non poter più tornare indietro.

7.11.11

The Walking Dead 02X04: "La rosa Cherokee"



The Walking Dead 02X04: "Cherokee Rose" (USA, 2011)
creato da Frank Darabont e Robert Kirkman
episodio diretto da Bill Gierhard
con Andrew Lincoln, Jon Bernthal, Sarah Wayne Callies


L'inizio di questa puntata mi ha fatto dire "oh". Perché per la prima volta ho trovato una delle robe che più mi avevano gasato della prima stagione di The Walking Dead, ovvero quei due o tre avvii di episodio che ti fanno dire "oh". Tutta la parte del funerale, anche se l'avevo già vista nello sneak peak su Youtube, soprattutto con poi il crescendo della solita e sempre fichissima musica che sale e lancia i titoli di testa (che non sarà Bad Things, ma insomma, rimane una gran bella sigla da telefilm) mi ha fatto dire "oh". Il problema è che poi si torna nel mondo di una serie che continua ad alternare cose molto riuscite, cose che ti solleticano sotto il mento nel modo giusto se hai letto il fumetto (grande Glenn, sei tutti noi!) e cose che funzionano molto meno.

Più in generale, c'è sempre quella sensazione di girare in tondo per allungare un po' il brodo, anche se tutto sommato qua, pur nella natura dalla logica insensata di un po' tutta la faccenda del pozzo, lo svolgimento mi è parso meno sconclusionatamente inutile che nel terzo episodio. In più, stanno prendendo l'avvio alcune cose di là da venire, la stalla comincia a puzzare di marcio, i personaggi si lanciano gli sguardi torvi e si sta palesemente preparando il terreno per diverse situazioni note e altre un po' meno note. Solo che, appunto, sembra sempre un po' tutto un preparare, mentre preferirei che ci fosse più succedere, perché a furia di promettere e basta poi va a finire che scoppia tutto in una bolla di sapone.


Di contro va pure detto che continuano ad esserci quelle piccole cose di questa serie che mi piacciono davvero tanto, sia per i fatti loro, sia per il modo in cui rielaborano elementi presi dai fumetti. Per esempio quel bel momento fra Rick e suo figlio a letto, il modo in cui si sta sviluppando il rapporto con Hershel o l'evoluzione che sta subendo il personaggio di Andrea, il lento trasformarsi in quel che poi sarà. A non funzionare, invece, è il crescendo finale, la "grande rivelazione" che praticamente chiunque si aspettava dalla fine della prima stagione o che comunque, insomma, m'è parsa proprio costruita in maniera poco convinta, per quanto interessante in prospettiva futura (non dimentichiamoci che quando è saltata fuori nel fumetto era già accaduto quel che doveva accadere).

Di sicuro, comunque, è evidente che il lavoro su Daryl, pur dalla qualità che va e viene, è finalizzato al rientro in scena di Merle. Magari legato alla bimbetta scomparsa? Boh, non so, ero qui che me lo chiedevo e mi dicevo che sarebbe ora di tirarlo nuovamente fuori e poi sono andato a guardarmi su Youtube il promo del quinto episodio. E, ehm, ecco.

6.11.11

Rainbow 6 7


L'unico Rainbow Six che abbia mai provato a giocare per davvero è il primissimo, del quale ho fra l'altro un ricordo piuttosto confuso. Apparteneva a una categoria di giochi per me affascinantissima, quella delle robe che a sentirle descrivere mi gasavo e mi veniva una voglia matta di giocarci, ma poi, quando mi ci mettevo, facevo una fatica bestia, perché alla fine forse non sono abbastanza intelligente. Al di là di quello, ho giusto messo mano velocemente alla versione console di Rainbow Six 3, durante il mio primo press tour di un certo spessore (primo viaggio a San Francisco, con tanto di visita ad Alcatraz), maturando una certa qual vaga impressione che si fosse mandato al macero tutto quanto per venire incontro agli siemi come me, e ora che ci penso forse ho pure provato la demo di Rainbow Six: Vegas. Fine. 

Presumo che questa mancanza nel mio curriculum sia assimilabile al motivo per cui - attenzione - non ho mai giocato un singolo FPS ad ambientazione guerresca (se non per motivi di lavoro, magari per fare un'anteprima a qualche evento). Niente Medal of Honor, niente Call of Duty, niente Battlefield, niente Ghost Recon. Niente. Ho sempre pensato fosse perché non mi affascina giocare uno sparatutto ad ambientazione guerraiola, ma forse, facendo mente locale su Rainbow Six, la parola chiave è "realismo". Oppure anche "casualità". Comunque, basta divagare: l'altro giorno ha visto la luce questa specie di trailer, non trailer, prototipo, c'era stato il leak, adesso ve lo mostriamo noi, del nuovo Rainbow 6 Patriots


Casomai qualcuno non l'avesse visto: qua di seguito commento quel che succede.


Ora, questa roba, innanzitutto, è forse il primo gioco del quale si fa veramente fatica a dire che non sia stato influenzato da Heavy Rain. Dirlo per tutti i quick time event a valanga che si vedono di recente, non so, mi sembra un po' pretestuoso, perché quello è un fenomeno che va avanti da prima di David Cage e che mi sembra sia veramente esploso con God of War. Ma, cacchio, qua dentro di Heavy Rain ce n'è davvero parecchio. Ce n'è in maniera fin troppo palese nell'avvio, nel farti provare a vivere una sequenza "tranquilla", normale, di vita, facendotela giocare e non solo guardare, per darti immedesimazione naturale coi personaggi, basata su sensazioni che non siano solo da action movie. Ce n'è, ovviamente, in quei comandi contestuali che appaiono in giro per lo schermo in quella maniera lì. E ce n'è poi anche in maniera forse meno appariscente nel modo in cui si gioca con la prospettiva, col punto di vista, con la narrazione.

Ti fa vivere il momento drammatico di un personaggio e poi ti mette nei panni di un altro che quel personaggio se lo trova davanti e si trova costretto a doverlo uccidere. E compiere quell'azione, se già sarebbe un gesto "forte" di suo, assume tutta un'altra emotività nel momento in cui tu, fino a pochi minuti prima, "eri" il personaggio che se ne deve cascare giù dal ponte. Chiaro, poi si mette sempre in mezzo il problema dell'interattività, del giocare e del modo in cui uno si pone di fronte a queste cose, perché è ovvio che se le vivi solo come una serie di pupazzetti a cui sparare in faccia, beh, ti fai due risate e vai avanti. Però c'è uno sforzo di andare oltre il "semplice" darti la possibilità di uccidere gente a caso in aeroporto e mi piace, mi sembra interessante.

Più in generale, oltre a questo, il trailer mi piace per un po' di motivi. Intanto perché mostra le classiche tematiche scomode (o magari comode) che genereranno tanta polemica e tanta pubblicità, ma che mi fa piacere vedere affrontate. Poi perché sperimenta appunto con la narrazione interattiva, che è una cosa che mi affascina e mi piace molto. Per cui, insomma, sono intrigato. Allo stesso tempo, però, ho un po' il timore che dietro questi momenti dalla coreografia azzeccata finisca poi per esserci qualcosa di molto meno interessante, un gioco a cui se levi queste due o tre trovate lineari e gradevoli non rimane altro che una serie di sparatorie mediocri (e, a dirla tutta, già nel trailer la parte di sparatoria mi sembra di una noia mortale: "Fai questo, fai quello, vai di su, vai di là"). Poi si parla di sistema di scelte, moralità, decisioni, e già mi immagino i soliti bivi con addosso il peso del mondo in cui se vai a destra muoiono in dieci e se vai a sinistra muoiono in altri dieci e, boh, mi viene voglia di andare avanti a giocare a Fallout 2, che ha una storia semplice semplice, la butta tutta sul ridere, ma altro che bivi, è una rotonda continua.

Ma quanto è impossibile, su una scala da Resident Evil 6 a Van Buren, che un giorno salti fuori un nuovo Rainbow Six sullo stile dei primi due? Ma quanti grideranno allo scandalo perché questo gioco non c'entra nulla con il Rainbow Six che conoscono loro e che non c'entrava nulla con il Rainbow Six che non riuscivo a giocare io? Ma quanto sarebbe bello se lo intitolassero Rainbow 6 7?

5.11.11

Tentacolazzo


Così tante cose da fare, così poco tempo per farle, meglio dedicarsi allo spam. In attesa che mi colga fuoco sacro e ritorni ai livelli di produzione di due mesi fa, segnalo che i miei sicuramente tantissimi ed esigentissimi fan possono continuare a seguirmi in quell'altro posto di là, dove sto scrivendo come un ossesso, come non manco di segnalare su Facebook, su Twitter e negli appositi spazi accessori di questo blog. Sempre a loro, segnalo che domenica scorsa Davide ha pubblicato il nuovo episodio del Podcast del Tentacolo Viola, in cui si parla di qualsiasi cosa ci passi per la testa, anche se nominalmente il tema è "videogiochi". Lo trovate a questo indirizzo qui.

Fra le tante cose da fare, ci sarebbe anche il cambio di template del blog, ché finalmente ne ho trovato uno che mi aggrada. Però è uno sbattimento, nun c'ho voglia. Fra l'altro devo pure sistemare i link dei vecchi episodi di Outcast post cambio di server. Madonna che palle 'ste attività collaterali fatte per passione e che non portano soldi.

3.11.11

Grand Theft Auto V e il suo trailer



Il mio rapporto con Grand Theft Auto è sempre stato un po' conflittuale, diciamo. All'epoca giocai il primissimo episodio in 2D e, pur riconoscendone i limiti, lo trovai una roba smodatamente divertente, oltre che animata da uno spirito di libertà, di "fai un po' quel che ti pare", che già allora si stava facendo piuttosto raro. Mi persi per strada il seguito e la divagazione londinese, ma mi ritrovai sparato in faccia il terzo episodio da recensire ai bei tempi di PSM. Terzo episodio a cui diedi un voto sicuramente non adeguato all'importanza storica che quel gioco ha poi finito per avere, ma del quale resto ancora convinto in relazione alla qualità vera e propria del gioco stesso. Voto che ovviamente non ricordo, ma probabilmente era un 4 (su scala da uno a cinque, eh!).

A questo punto ci starebbe bene un bell'amarcord relativo a tutte le discussioni sulla portata innovativa di GTA III, sul fatto che era sicuramente notevole anche se poi, di fondo, la maggior parte delle idee che conteneva (sì, anche quelle che eri convinto fossero inedite) erano "semplicemente" un traslare nella terza dimensione quel coacervo d'inventiva che erano stati gli episodi bidimensionali e un tipo di approccio ampio e libero che fino a quel punto s'era visto solo nei GdR di una volta. Che poi non è stato certo poco, traslarlo con quella potenza e quella bravura, intendiamoci. Oppure potrei mettermi a blaterare del fatto che, forse, quel che non ho mai perdonato a GTA III è il fatto di aver reso il free roaming commercialmente obbligatorio, così che ce lo ritrovassimo infilato a calci in culo dappertutto, completamente a cazzo di cane, col solo risultato di rendere dispersivi, noiosi, brutti, sostanzialmente brodaglia, tanti giochi che sarebbero potuti venire fuori tanto meglio. Ma ho già dato.

Poi c'era pure, ad avermi indisposto, la scelta di abbandonare quella libertà totale accennata in 2D, quando si aveva il permesso di fallire più e più missioni, proseguendo comunque nel gioco con lo scotto di pagarne le conseguenze. Con GTA III, invece, si optava per una struttura ultra libera sull'accessorio, ma totalmente inquadrata nel cuore del gioco. Insomma, in un videogioco che mi prometteva di poter andare in giro a fare quello che volevo e spaccare tutto, mi dava fastidio non avere il permesso di fallire manco mezza missione. Problemi miei, seghe mentali.

Infine, c'è il fatto che Gran Theft Auto, fino a che è stato sulla passata generazione di console, mi ha sempre fatto cacare come estetica, come immaginario, come faccia. Non mi ha mai affascinato, non mi ha mai detto niente, non mi ha mai fatto venire voglia di passarci del tempo. Sicuramente è andata meglio con GTA IV, ma per qualche motivo, nonostante il miglioramento estetico, l'immaginario dipinto ha continuato ad affascinarmi come una maratona degli ultimi dieci film di De Oliveira. Ed è proprio solo una questione di "faccia", perché la tematica criminosa in fondo mi aggrada, tant'è che sono perfino arrivato a giocarmi i due Kane & Lynch. No, dico.

Aggiungiamo che si tratta di giochi lunghi, e che per me, da ormai tanti anni, la lunghezza è un difetto, non un pregio, un po' perché non ho più il tempo, la forza e la voglia di dedicare tante ore allo stesso gioco, un po' perché sono e rimango convinto che quasi nessun gioco abbia idee di gameplay a sufficienza per giustificare tante ore senza cadere braccia e gambe nel riciclo, nella ripetizione, nella brodaglia allungata. Insomma, il risultato di tutta questa manfrina è che ho infilato nel lettore della console di turno ogni signolo GTA uscito dopo il terzo, con tutti ho passato un paio d'ore cazzeggiando, distruggendo, viaggiando, visitando e nessuno mi ha fatto venire voglia di andare avanti, di giocarlo "sul serio". Dove stia davvero il problema non lo so, quel che so è che a conti fatti  L.A. Noire è stato il primo gioco Rockstar che mi ha convinto a giocarlo per davvero (a meno che non vogliamo considerare anche Max Payne II). E si potrebbe pure sostenere che non sia veramente un gioco Rockstar. 

Comunque, ieri è uscito il trailer di GTA V.



Ed è il solito, splendido trailer Rockstar Games, realizzato con una cura e un gusto cinematografico che forse nessun altro ha nel settore. Mostra degli scorci che davvero fanno dire pure a me "cacchio, questa roba la voglio giocare". Suggerisce l'idea dei tre possibili protagonisti, fa fantasticare i fan sulla possibilità che ci siano dentro Vercetti e CJ, si propone di chiudere un'era e di essere un giocone come davvero pochi. E di avere ancora quelle qualità cinematografiche e narrative così rare e che a me piacciono così tanto.

Solo che poi penso al fatto che è ancora una storia di uno che vuole smettere di fare il criminale ma non lo fa. Solo che poi penso a tutto quel gameplay approssimativo strizzato fra un pezzetto di storia e l'altro e a questi mondi che vogliono essere veri e mi sembrano per questo ancora più finti. Solo che poi penso che boh, continua a non affascinarmi proprio per niente, e non capisco perché. O forse lo so, il perché. Forse il fatto è che un mondo da girare liberamente, da esplorare, da vivere, mi interessa se è un posto lontano nel tempo, nello spazio, nella fantasia, ma di camminare e guidare per quella merda della Los Angeles moderna anche nei videogiochi non me ne frega proprio nulla. Mah. Problemi miei, comunque, buon divertimento a chi lo aspetta.

Che poi, vai a sapere, magari ci gioco per davvero, invece che per le canoniche due ore. In fondo con L.A. Noire ho rotto un embargo che durava da praticamente dieci anni e devo ammettere che ho una certa voglia di Red Dead Redemption...

2.11.11

Le avventure di Tintin: il segreto dell'unicorno


The Adventures of Tintin: The Secret of the Unicorn (USA, 2011)
di Steven Spielberg
con Jamie Bell, Daniel Craig, Andy Serkis

Mi sono avvicinato a questo film senza, lo ammetto, avere mai letto nulla di Tintin, ma con quella discreta voglia e quel pochetto di speranza generate dall'unione dei cognomi Spielberg, Jackson, Moffat, Wright e Cornish. Che, voglio dire, ok, nessuno di loro è infallibile, e inoltre vai a sapere come lavorano tutti frullati assieme, ma nelle potenzialità di un simile coacervo di belle teste devi crederci per forza, altrimenti non ha senso il mondo. E il coacervo ha funzionato a meraviglia.

Le avventure di Tintin è un bellissimo film, diretto da uno Steven Spielberg in formissima e in chiara sindrome da paese dei balocchi: fa tutto quello che gli passa per la testa, si diverte come un matto e non sbaglia una virgola che sia una. Aiutato magari, rispetto a ciccio Zemeckis, anche dai passi avanti tennologici, Stefanino bello abbraccia completamente un modo di girare per lui nuovo e lo sfrutta per tirar fuori un'avventura variopinta, eccitante, spettacolare, carica di invenzioni visive, ritmo e divertimento. I personaggi appiccicati sugli attori sono vivi come mai si era visto in questo genere di produzioni, tanto che si smette in fretta di preoccuparsi se si tratti di realtà o finzione: è la realtà di Tintin, quella in cui esseri virtuali si muovono come se fossero reali ma fanno cose che in un film tradizionale non potrebbero mai fare.

Tutta la parte in cui Haddock racconta del suo antenato è semplicemente meravigliosa per fascino, inventiva, capacità di stupire, e l'inseguimento a bordo del sidecar è un'unica sequenza, senza un singolo stacco, che ha dell'incredibile. Ma è l'intero film, dai titoli di testa a quelli di coda, ad essere delizioso per atmosfera, soluzioni visive, lievi omaggi, simpatico umorismo, adorabile leggerezza. Non conoscendo l'opera di Hergé, come detto, non sono in grado di dire se avesse ragione nel ritenere che Spielberg fosse l'uomo perfetto per dirigere Tintin, ma certo ci aveva azzeccato nel pensare che ne avrebbe tirato fuori un filmone.

Un filmone che è allo stesso tempo Spielberg al 100% ma anche qualcosa d'altro, di lontano e stupefacente. C'è tanto Indiana Jones, e capisco chi sostiene che questo è il vero quarto film di quella serie, anche se francamente non mi sembra che il tono sia poi tanto diverso e che tutti quei salti e quelle capriole siano molto distanti dal frigorifero e dalle liane di quell'altro film là. Il problema, casomai, è proprio la faccia, e il fatto che certe cose in questa via di mezzo fra il digitale e il reale te le puoi permettere molto di più che in un film "vero". Certo, qui c'è anche una sceneggiatura di altro spessore e ci sono soprattutto una freschezza e una fantasia che raramente si vedono in giro.

Insomma, un'operazione perfettamente riuscita, un bellissimo film e una gran voglia di scoprire cosa combinerà Peter Jackson con il promesso secondo episodio.

L'ho visto venerdì scorso qua a Monaco, in 3D e in lingua originale. Il 3D mi è sembrato piuttosto inutile, come sempre mi sembra piuttosto inutile il 3D fatto bene e in maniera non troppo invadente: quando te ne accorgi è perché ti sta dando fastidio tirandoti della roba in faccia, mentre per il resto del film neanche ti accorgi che c'è. Poi magari si può discutere di quanto dia o non dia in più, in termini di percezione, a livello inconscio, ma che ne so? In compenso so che per qualche motivo, più di altre volte, ho trovato un po' fastidiosa quell'impressione di stare guardando un film con addosso gli occhiali da sole. Ah, è un film da guardare al cinema, comunque, ad ogni costo, ma certo è che perdersi la strepitosa interpretazione di Andy Serkis è davvero un peccato.


1.11.11

Truccoparruccocast


L'altra notte ho pubblicato Outcast: Chiacchiere Borderline #12, un episodio un filo più breve del solito del mio, nostro, vostro podcast in cui chiacchieriamo di videogiochi, dintorni e distanti. Mi costa sangue, fatica, sudore della fronte, olio di gomito e tempo prezioso, quindi ascoltatelo con amore e passione. Sta tutto a questo indirizzo qui.

E anche questa volta non mi è troppo chiaro cosa c'entri la copertina di Fotone, ma continuo a non formalizzarmi troppo. Tipo che ormai manco gli faccio cambiare le scritte che hanno cose fuori posto.

31.10.11

The Walking Dead 02X03: "Sopravvivere"


The Walking Dead 02X03: "Save the Last One" (USA, 2011) 
creato da Frank Darabont e Robert Kirkman 
episodio diretto da Phil Abraham 
con Andrew Lincoln, Jon Bernthal, Sarah Wayne Callies 

Per quanto io sia massimo sostenitore dei vantaggi che vengono dal modificare, anche pesantemente, un'opera nel traslocarla da un mezzo espressivo all'alto, questo episodio si ficca tutto con amore nell'altro lato della medaglia, quello delle cose inventate a caso tanto per riempire un po' e sfruttare in maniera pretestuosa le caratteristiche della narrativa seriale. Quarantacinque minuti (più o meno, via) in cui succedono sostanzialmente due cose, una di quelle due cose la si capisce a metà puntata se proprio si è tordi e per il resto è tutto un tirare per le lunghe con il solo obiettivo di arrivare alla fine in quel modo lì.

Il problema è che questi sono i classici episodi che se ti stai facendo la maratona tutto sommato passano via abbastanza lisci, e anzi ne riesci ad apprezzare a fondo gli aspetti positivi, con un paio di conversazioni azzeccate, una o due svolte importanti per i personaggi e l'incontro fra quegli altri due là. Insomma, la trovata dell'impiccato è carina, ci sono dei bei momenti di dialogo e il modo in cui si risolve la spedizione alla scuola, per quanto, ripeto, stra-telefonato, è un ulteriore bel mattoncino nello sviluppo della faccenda Shane. Il problema, però, è che a guardare questo episodio sette giorni dopo il precedente e altrettanti prima del successivo, invece, con per di più addosso la spada di Damocle della stagione breve, rischi di passare la maggior parte del tempo a chiederti perché te lo stiano facendo perdere, il tempo, e non si vada al dunque.

Sembra tutto tirato e stiracchiato per le lunghe, con quel montaggio alternato fra tre situazioni che vanno avanti davvero troppo più placidamente di come dovrebbero. E arrivato alla fine ho l'impressione che mi avrebbero potuto raccontare le stesse cose in metà del tempo, infilandoci del mezzo un po' di sostanza in più. Insomma, la verità, forse, è che seguire le serie TV un episodio alla volta non fa davvero per me. Per dire, penso a Lost, al fatto che le prime due stagioni non mi hanno catturato e l'ho mollato lì, e mi chiedo quanto mi avrebbe fatto incazzare, col suo continuo girare in tondo perdendo tempo, se l'avessi seguito di settimana in settimana...




SPOILER SPOILER SPOILER




SPOILER SPOILER




SPOILER


Bisogna anche dire che, nel caso di questo episodio, c'è un bel giocare con la percezione di chi ha letto il fumetto. Io, purtroppo, non ho un ricordo chiarissimo di questa parte e non ricordavo, per esempio, che il personaggio di Otis in origine sopravviveva ben più a lungo. Avessi avuto in testa quella cosa, probabilmente, il finale dell'episodio mi sarebbe sembrato meno prevedibile, perché magari avrei dato per scontata la sua sopravvivenza. O magari no. Vai a sapere.

 
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