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18.7.11

London Boulevard


London Boulevard (UK, 2010)
di William Monahan
con Colin Farrell, Keira Knightley, Ben Chaplin, David Thewlis, Ray Winstone, Anna Friel

London Boulevard rappresenta l'esordio dietro la macchina da presa – ma senza abbandonare quella da scrivere – per William Monahan, sceneggiatore in passato al soldo di Ridley Scott e Martin Scorsese. A quest'ultimo, fra l'altro, ha fatto vincere il classico Oscar alla carriera per un film che si meritava giusto due calci in culo (e cominciamo subito divagando con la polemica sterile a cui non credo nemmeno io).

E com'è, questo esordio? Ma neanche male, dai, soprattutto se lo vai a vedere aspettandoti il peggio del peggio. Perché in fondo ha un bello spirito romantico e noir di quelli che piacciono a me, tutto perdente e sconfitto in partenza, pure banalmente prevedibile nello sviluppo (HINT: un attimo prima della fine va tutto a mignotte), ma a cui in fondo si vuole bene per le intenzioni. E poi ha un cast piuttosto azzeccato, con i soliti bravi caratteristi di contorno, l'inevitabile Ray Winstone, il tizio che faceva Al Capone in Boardwalk Empire e qui invece fa il mafioso irlandese, e pure due protagonisti in giornata buona.

E questo di sicuro a Monahan bisogna concederlo: sembra proprio bravo a dirigere gli attori, perché Colin Farrell e Keira Knightly non è che ci riescano proprio tutti tutti a farli recitare bene. Poi gli si può anche concedere che ha un taglio vagamente elegante, che tira fuori due o tre sequenze piuttosto coinvolgenti e che è fra i pochi in grado di costruire con gusto una colonna sonora interamente fatta di canzoni e canzonacce (mi chiedo a questo punto se abbia messo le mani anche sulla stupenda soundtrack di The Departed). Insomma, buttalo.

E allora, si chiederanno quei quattro che mi leggono, cosa c'è che non va? Perché lo si legge tra le righe, che qualcosa non va. Beh, intanto non va la sceneggiatura. D'altra parte l'ha scritta uno che ha vinto un tanto immeritato quanto perfettamente comprensibile Oscar per la migliore sceneggiatura, quindi direi che tutto torna. Non funzionano i dialoghi, con in particolare Lei scritta completamente a cazzo di cane e in generale tutto l'intreccio romantico che si rivela una roba a cui fai un favore definendola “affrettata”. Non funzionano i personaggi minori, che si piazzano lì con in mano un cartello con scritto sopra enorme “Sono qui perché Monahan non sapeva come far succedere [inserire snodo chiave della trama a piacere]” e attendono il loro turno. Non funziona soprattutto l'amalgama dei singoli elementi, dando vita a un film che invece di mescolare in maniera armoniosa tante belle cose dà semplicemente l'impressione di non saper che pesci pigliare.

E non aiuta la natura del tutto risaputa della storia. Che a me va benissimo, un film in cui succede tutto quel che ti aspetti e che sai che deve succedere in film di quel genere. Specie se parliamo di un noir. Solo che poi, se ci sono tutti quei difetti là sopra, il piacevole e solido rispetto delle regole rischia più che altro di diventare monotona e prevedibile noia.

Il film l'ho visto in lingua originale con sottotitoli in italiano al cinema Arcobaleno di Milano, nel contesto del sempre amabile ciclo Sound & Motion Pictures. E i film ambientati a Londra vanno visti in lingua originale, su, dai. Specie poi se c'è un Ben Chaplin che recita in quel modo lì.

12.7.11

X-Men: L'inizio


X-Men: First Class (USA, 2011)
di Matthew Vaughn
con James McAvoy, Michael Fassbender, Kevin Bacon, Jennifer Lawrence, Rose Byrne, January Jones


L'ho già scritto altre volte, ma in questo caso particolare è molto d'attualità: tutti, o quasi, i film di supereroi hanno quel momento. Quello con Batman appollaiato per la prima volta sul doccione, nella notte, sotto la pioggia. Quello con Iron Man che sfreccia in cielo tutto bello rosso e luminoso. Quel momento lì, in cui gli anni passati a leggere 'ste robe tornano prepotentemente fuori e mi rincoglioniscono di violenza. Quel momento in cui anche il peggiore dei film sui supereroi riesce a darmi un brivido di piacere e a mollarmi lì, bocca aperta e occhi lucidi.

Ecco, questo momento, con le avventure degli Isc Men in versione teenager, si era manifestato già ben prima di entrare in sala. Nel momento in cui ho visto la mia pelle inspessirsi di fronte a quei mini trailer dedicati ai singoli poppanti, che mostravano Banshee urlare, Havok lanciare i dischi volanti e così via, beh, ho capito che su 'sto film sarei stato poco equilibrato. Poi mi sono ritrovato davanti a mezz'ora di Michael Fassbender che regala una performance da uomo più ganzo del pianeta, a una catena enorme che viene arrotolata attorno a uno yacht, a un Kevin Bacon che veramente non puoi non volergli bene e a quelle scene lì, quelle dei trailerini, infilate ottimamente nel film... beh, ero già tutto contento.

E poi. È poi è successo che, di fronte a quella bella scena ambientata nella base segreta, eh, m'è appunto scattata l'estasi suprema che è propria dell'idillio dell'amore. Ma un po' peggio, perché stavolta è andata avanti ininterrotta fino alla fine del film. Da lì in poi, proprio, ho – consciamente o meno, non lo so – staccato tutto e, semplicemente, era la figata. Punto. Rincoglionimento totale di fronte agli omini in tuta colorata che volano e fanno cose come quando li leggevo sui fumetti. E vittoria.

A questo trionfo della mia pochezza cerebrale ha comunque contribuito il fatto di trovarmi di fronte a un filmetto bello solido e ben fatto, nel suo muoversi bene all'interno dei confini – per carità – limitati che si è scelto. Matthew Vaughn l'è bravino, sa il fatto suo, e se la cava anche in un ambito che un tempo aveva schifato (ricordiamo agli amici in ascolto che aveva mollato il terzo X-Men perché non gli davano abbastanza tempo per farlo, e poi questo l'ha girato in meno tempo ancora). Fassbender e Bacon orinano in testa a tutti quanti per bravura e presenza scenica, ma in linea di massima un po' tutti fanno il loro dovere in maniera più che egregia, a parte January Jones che non solo è incapace, ma interpreta la gnocca più gnocca e consapevolmente gnocca dell'universo Marvel con l'aria di una appena uscita da una clinica di disintossicazione (e a questo punto mi voglio riguardare la prima stagione di Mad Men, perché lì mi sembrava bellissima, oltre che perché così magari poi mi guardo anche le stagioni successive che sarebbe ora).

Comunque, sto divagando: bel filmetto d'azione, strapieno di riferimenti e cosucce che da fan che se ne sbatte del rispetto dell'opera originale sacra e inviolabile mi divertono un sacco, con tre o quattro momenti davvero emozionanti, un paio di situazioni che in sala hanno scatenato l'applauso (true story!) e un finale che si infila bene nelle tematiche della serie, anche se i missili a singhiozzo fanno un po' ridere. In più fa più o meno tutto quel che dovrebbe fare un prequel: racconta una storia decente anche per i nuovi arrivati, si riallaccia bene e in maniera ammiccante a quanto verrà dopo, mostra cose che ti fanno rileggere in maniera diversa, o comunque più ricca, i film originali e mantiene poi anche una forte coerenza tematica e stilistica con il resto della serie (il ritorno all'ovile di Bryan Singer, presumibilmente, non ha fatto male).

In particolare, l'impressione è che il terzo film, la pecora nera di Brett Ratner, ne guadagni molto: al di là di Nicholas Hoult (che bravo!) che si impegna a imitare un po' la cadenza di Kelsey Grammer, tutto il discorso di Bestia e Mystique e del loro rapporto traumatico con la “cura” esce senza dubbio accresciuto dal bel rapporto a tre (io, lei e la siringa) sviluppato qui. Certo, a sviluppare meglio una roba che Ratner aveva appena accennato perché lì il punto era far saltare tutto per aria ci vuole poco. But still.

Comunque, insomma, il succo è che X-Men Poppanti è un gran bel filmetto di supereroi, magari privo della verve di un Iron Man o di quell'aria “guarda quanto me la tiro da film serio” di un Il cavaliere oscuro, ma è proprio bello bello bello. È il più bello della serie, come più di una persona sostiene? Non lo so, anche perché a me X2 era piaciuto davvero tanto tanto tanto. Però non mi sembra un'affermazione priva di fondamento, ecco. E hai detto niente.

Il film l'ho visto a Monaco nel mio bel cinemino che mi fa vedere i film in lingua originale. E Fassbender e Bacon, doppiati, sono molto meno ganzi. Trattasi di legge fisica, a prescindere da chi li abbia doppiati e da quanto bene. Ne avrei voluto scrivere subito, una volta tanto, per dare una parvenza d'attualità al blog, ma non è accaduto. Ne scrivo adesso perché sono in treno e mi annoio. Ma quanto sarebbe comodo avere un robo che ti proietta in un file word la roba che hai nel cervello senza doverti mettere a farlo tu?

8.7.11

Players #6


Il sesto numero di Players è quello che inaugura il nuovo corso. A partire da questo numero, cambiano un sacco di regole. Tipo che la versione gratuita pezzenza esce dopo trenta giorni e comunque solo da consultare sul sito, mentre se vuoi scaricare il pdf devi pagare. E poi ci sono altre cose, per chi paga, tipo la versione mobile della rivista tramite Mygazines e ulteriori sciccherie ben spiegate sul sito. Link.

Su questo numero i miei fan possono leggere una recensione di 13 Assassini, il nuovo film di Takashi Miike che non è più l'ultimo film di Takashi Miike perché quello è pazzo e ne gira di continuo, però è l'ultimo film di Takashi Miike uscito in Italia. Ed è stupendo. E poi ci sono tante altre belle cose, tipo che si parla di film, fumetti, libri, musica, internette e pure altro.

Ah, mi sembra giusto segnalare gli amicici: Marco Passarello scrive del Games of Thrones televisivo, Quedex bello nostro scrive di Brink.

Come da prassi, questo post è in parte riciclato da quello fatto dall'altra parte all'uscita della versione per donatori e in parte riciclato da quello fatto qua dentro il mese scorso. Fra l'altro, quando ho scritto il post dall'altra parte, ancora non mi ero accorto che Players era entrata nel nuovo regime. Oggi, invece, sono a Milano da poco meno di una settimana. No, in realtà, quando ho scritto questo post dovevo ancora partire, ma ora che lo state leggendo sono a Milano da poco meno di una settimana e ci devo restare fino a fine mese. E do per scontato che faccia un caldo umido boia tale da avermi spinto a intraprendere la canonica tosatura annuale. La vera domanda, però, è: essere a Milano a fare lavoro d'ufficio e a sucarmi un paio d'ore di mezzi pubblici al giorno avrà nuovamente acceso la mia produzione di post per il blog o l'avrà definitivamente uccisa? Io voto "uccisa". Feedburner sostiene che ci sono duecento persone in preda alla suspence.

4.7.11

Noirecast


Nel uichend ho pubblicato il nuovo Outcast Magazine, in cui raccontiamo di questo, quel gioco e quell'altro, con tanto di finale lunghissimo in cui parliamo di L.A. Noire (facendo spoiler a valanga), per un totale che ancora un attimo e superava in lunghezza il micidiale Reportage sull'E3. Anvedi. Sta tutto a questo indirizzo qui.

È cominciato il luglio di morte e sudore. Vediamo come va.

27.6.11

Gelato, cacca, Drive


Ieri pomeriggio Monaco ha deciso che era ora di basta con la pioggia e ha estratto un sole bello caldo di quelli che levati. Ed ecco allora che scattano maglietta, pantaloncini e passeggiatina nei dintorni. Subito prima di tornare davanti al computer, poi, anche un passaggio alla gelateria sotto casa, per scoprire che sotto casa c'è un'ottima gelateria. Fra l'altro, il fatto che ho impiegato quasi quattro mesi a scoprire che la gelateria sotto casa è ottima credo dica molto di me come persona.

Una volta rientrato a casa, ho deciso di sedermi un po' sulla tazza del cesso, ad armeggiare col telefonino. Nel corso della cacata, ho sostanzialmente fatto due cose: risposto in chat a Babich che mi chiedeva dritte su come caricare su Videogame.it la sua recensione del mio preferito fra gli unici due Zelda che abbia finito in vita mia, e letto un po' di post da vari blog tramite l'applicazione di Google Reader. Fra questi c'era I 400 Calci, e c'era un post su Drive.

Ora, io su Drive ho scritto una pseudorecensione che trovate a questo indirizzo qua e che ho scritto solo perché non sapevo cosa infilare in quell'episodio di Videodrome. E quindi ho un po' forzato, diciamo. Quello che avrei voluto scrivere, su Drive, l'ha scritto Luotto Preminger in questo post che trovate a questo indirizzo qua. Davvero, è esattamente quel che avrei voluto scrivere io ma non sono capace.

Fra l'altro, c'è un passaggio in cui viene descritto esattamente quel che ho pensato io guardando l'inizio del film. Lo virgoletto: "I primi dieci minuti di Drive sono una roba che io mi volevo alzare e dire ochèi, se il film si mantiene tutto a questo livello mi viene un ICTUS."

E insomma, andatevi a leggere il resto del post e poi trovate un modo per guardare Drive al cinema e in lingua originale. Grazie.

Se avessi giocato L.A. Noire all'uscita, su Videodrome avrei potuto parlare di quello. Invece lo sto giocando adesso, e su Videodrome ho parlato (a giugno) di un film che se ho capito bene uscirà in Italia a novembre, e infatti la mia (pseudo)recensione non se l'è (giustamente) cacata nessuno. Quindi a novembre dovrò ricordarmi di ricordare a tutti di andare a vedere Drive, sperando che nel frattempo non se ne sia parlato troppo, perché poi le aspettative salgono e la gente rimane delusa. In tutto questo, è appena uscito al cinema in Italia Bronson, un precedente film di Nicolas Winding Refn che io non ho mai visto ma che mi dicono essere un cult e che ha come protagonista il tizio che sarà Bane nel prossimo Batman. Boh, fate voi.

24.6.11

Ucast


Ieri sera ho pubblicato l'Outcast dedicato all'E3 2011. Oltre tre ore di chiacchiere a caso che davvero guarda io non so se sperare che la gente se le ascolti o non se le ascolti. In ogni caso, stanno a questo indirizzo qui.

Post di spammaggio persino più stringato del solito, ma davvero non è periodo, e infatti il blog è fermo dall'inizio del mese. D'altra parte sto lavorando come uno scemo e a luglio non andrà meglio. Ma un futuro migliore c'è, ne sono convinto. Non so se mi coinvolga, ma c'è.

6.6.11

Players #5


È finalmente uscita anche la versione pezzenza di Players #5, quella che si può scaricare pure senza aver sborsato un soldo. Non so di preciso quando sia uscita, in realtà, e magari mi sono confuso e deve ancora uscire. Non lo so, non ci sto capendo più niente, ma abbiate pazienza, sono in ballo con l'E3, son brutti momenti. Link.

Su questo numero i miei fan possono leggere una recensione di quel gran bel fumetto che è Ex Machina. E basta. E poi ci sono tante altre belle cose, tipo un’intervista a Luc Besson (che a me sta sui maroni, però vuoi mettere?) un’intervista a un tizio di Housemarque (che secondo me Outland è sopravvalutato, però vuoi mettere?) e altro ancora.

Come da prassi, questo post è in parte riciclato da quello fatto dall'altra parte all'uscita della versione per donatori e in parte riciclato da quello fatto qua dentro il mese scorso. Sono nato stanco.

4.6.11

Ti sogno Califoggia


Orca mignotta, uno si distrae un attimo ed ecco che all'improvviso si ritrova in partenza per Milano, Atlanta e poi Los Angeles, destinazione Electronic Entertainment Expo 2011. Come da trafila degli ultimi tempi, per la durata del viaggio il blog trasferisce armi e bagagli su Videogame.it. Poi magari (anzi, direi sicuramente, visto che c'è almeno un post in programmazione automatica) pubblico comunque cose qui, ma eventuali pinzillacchere da diario di viaggio, commenti al cibo e altre perle di simpatia staranno invece da quell'altra parte. Ché i post a reti unificate mi fanno una tristezza infinita.

A questo indirizzo qui ci trovate la copertura tutta, con i miei bellissimissimi articoli e quelli degli altri che sono un po' meno belli.

A questo indirizzo qui ci trovate invece il blog del sito, che presumibilmente per un paio di settimane almeno sarà tutto a tema L.A. e sul quale vi ricordo che ogni tanto scrivo robe che altrimenti finirebbero in questo blog qui. E quindi, insomma, oh, se leggete questo, leggetevi pure quello.

Nel mentre, procede lo scontro cestistico fra le forze del Bene e le forze del Male. E la seconda puntata è stata da cuore in gola.

3.6.11

Christophercast


Stanotte ho pubblicato il decimo episodio di Outcast: Chiacchiere Borderline. Quello che abbiamo registrato lunedì, in cui per mezza puntata parliamo delle nostre previsioni sull'E3 e che se aspettavo ancora un po' lo pubblicavo dopo l'E3. Oh, comunque, così è andata. Fra l'altro, mentre leggerete questo post sarò appena arrivato a Milano (no, non è vero, lo leggerete probabilmente lunedì, dato che avete fatto il ponte, bastardi, e quindi io sarò già a Los Angeles). In ogni caso, sta tutto a questo indirizzo qui.

Porca mignotta, è cominciata gara 2. Niente, è finita, stanotte non dormo.

1.6.11

Bossypants


Bossypants (USA, 2011)
di Tina Fey


Bossypants è la seconda autobiografia (o roba simile) di un comico americano che leggo nel giro di poco tempo. È, però, una cosa molto diversa da Born Standing Up, il libro di Steve Martin che ho letto, per l'appunto, poco tempo fa e di cui magari scrivo in un altro momento. Tina Fey, infatti, nel suo libro parla veramente poco di se stessa, della sua carriera, della sua vita, e di come funzioni il mondo della comicità dall'interno. Preferisce invece spargere pensieri a caso, su questo o quell'argomento, e prova a dar loro un filo logico appiccicandoli in sequenza temporale, posti al fianco della carriera che l'ha condotta dai locali di Chicago al set di 30 Rock.

Proprio 30 Rock è il motivo unico per cui mi sono trovato a leggere questo libro, dato che il Saturday Night Live non è esattamente una roba a me familiare, anche se qualche sketch in rete lo si guarda sempre volentieri e paradossalmente sull'argomento ho letto un libro da svariate centinaia di pagine. Ma se non mi fossi recentemente appassionato a quella fantastica serie che è 30 Rock (e, ehm, boh, anche di quella mi piacerebbe scrivere, uffa), difficilmente avrei letto Bossypants mentre poggiavo le terga su aerei che mi portavano in giro fra due diverse London, a migliaia di chilometri l'una dall'altra.

Ma che è libro è, Bossypants? È un libro divertente, piacevolissimo, che non si stacca di una virgola dallo stile che rende irresistibile Tina Fey. E proprio per questo è un centro sicuro: se lei ti piace, specie se ti piace tanto, certo il libro non ti farà schifo. Però è anche un librettino un po' debole, che ti lascia addosso l'impressione di una persona poco a suo agio con questo mezzo espressivo e che ci mette qualche pagina di troppo a ingranare, anche se poi, quando lo fa, prende un ritmo che levati. Nei suoi momenti migliori, quasi tutti nella seconda metà, quasi tutti quando scherza sulla femminilità, è un libro divertentissimo. Ma è e rimane quello: una roba per appassionati curiosi e fanboy.

Il libro l'ho letto in originale, in una tostissima edizione hardcover comprata in una piccola libreria di London, Ontario. Esiste anche una versione paperback che ho visto in un negozio dell'aeroporto di London, UK. Presumo ci sia pure una copia digitale per questi oggetti elettronici che vanno di moda adesso. Non so, francamente, se esista o esisterà una traduzione italiana, anche perché non so quanto 30 Rock e Tina Fey abbiano seguito da quelle parti (stavo per scrivere "da noi" ma, oh, io adesso sto oltre le montagne). Ma d'altra parte, se è stato tradotto il libro da ennemila pagine sul Saturday Night Live, perché non anche questo?

 
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