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22.10.13

The Walking Dead 04X02: "Infetto"


The Walking Dead 04X02: "Infected" (USA, 2013)
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
episodio diretto da Guy Ferland
con Andrew Lincoln, Scott Wilson, Chandler Riggs, Norman Reedus, Melissa McBride, Chad L. Coleman, Danai Gurira, Emily Kinney, Steven Yeun, Lauren Cohan

Dopo un episodio interessante più per le premesse e il potenziale espresso che altro (e per lo zombi appeso e anche per l'idiozia della famiglia Grimes che non si rivolge al veterinario del gruppo per gestire il maiale moribondo), la seconda puntata sembra voler ulteriormente definire quelle che paiono essere le caratteristiche chiave di questa quarta stagione. Da una parte una forte attenzione nel dare ad ogni personaggio il suo spazio, gestendo i minutaggi col misurino come se fossimo all'All-Star Game dell'NBA o in un The Expendables, dall'altra l'inseguire come tema principale di tutta la faccenda il modo in cui ognuno, a modo suo, cerca di ritrovare una qualche parvenza di umanità in un contesto che di umano sembra avere ormai molto poco.

Il primo aspetto tenderei a considerarlo positivo, fosse anche solo perché magari riusciremo a vedere trattati in maniera un po' più profonda del solito anche i personaggi secondari, pur con la consapevolezza che di solito, quando questo accade, si sta avvicinando la loro dipartita. Di contro, però, spero anche che questa cosa non sia stata auto-imposta come regola ferrea, perché ogni tanto, anche nel racconto corale, l'episodio interamente dedicato a due o tre personaggi, o anche a uno solo, è un bel guardare ed è ottimo per sperimentare un po'. Detto questo, fa comunque piacere vedere una Carol in continua crescita, dalla scorza sempre più dura, anche se un po' mi aspetto che quell'avvenimento in finale di puntata che tanto la fa rallegrare torni in fretta a pungerla come il più infame dei boomerang.

Per quanto riguarda la ricerca, anche un po' disperata, di una normalità che ha molto poco a che vedere col reale e assai invece con la fantasia di ciascuno dei personaggi, l'intero episodio è stato costruito attorno al crollo delle fragili certezze costruite fino a qui e al demolire quel piccolo angolo di serenità che ognuno si era costruito. E il metaforone della cancellata che cede sotto i colpi del branco è magari un po' greve e sempliciotto, ma in fondo è un bell'elemento attorno a cui far ruotare tutto quanto. Per il resto, anche questa settimana c'è un bel frullamento di budella masticate e ci sono un paio di conseguenti colpi drammatici ben piazzati, soprattutto con del potenziale per conseguenze intriganti, anche se è ovvio che le vangate forti se le stanno preparando per il futuro, magari anche prossimo. Complessivamente, mi sembra che questa quarta stagione di The Walking Dead si sia presentata con un buon inizio, addirittura in crescita, con un secondo episodio più equilibrato e armonioso nelle sue componenti. Magari non è un avvio travolgente come per molti versi è stato quello di un anno fa, ma mi sembra solido, divertente e ricco di potenziale. Vediamo come si va avanti.

Comunque secondo me Carol quest'anno finisce malissimo. Sento puzza forte di Andrea.

21.10.13

Baguette-o-pep


Cose che ho notato nel corso delle mie prime due settimane da parigino.

Mi tocca ripetermi, ma davvero, arrivando da due anni e mezzo di vita in quella specie di paradiso urbano che è Monaco di Baviera (magari ne riparliamo in un altro post), spostarmi a Parigi è un po' come tornare a Milano. Si fa per dire, eh, ma in tanti aspetti la sensazione è proprio di ritorno a quel genere di città. Di ritorno a casa, se vuoi. Intanto, il casino: ci sono delle belle e grosse oasi di silenzio, eh, per carità, ma basta che svolti a destra due volte di troppo o che cammini per un paio di isolati e ti ritrovi nel caos, nella sporcizia e circondato da simpatici angoli che puzzano di piscio, tanto per le strade quanto in metropolitana. I bagni pubblici per strada, però, sono sorprendentemente puliti. Si puliscono da soli! È magia.

Il traffico e il rumore sanno essere allucinanti, ben più che a Milano, in una maniera che a Monaco ho visto forse solo durante l'Oktoberfest, nel relativo quartiere (e perlomeno in quel caso ero ubriaco). Poi, ripeto, ci sono zone molto tranquille (come ci sono a Milano), ma quando Parigi vuole la fare la metropoli sporca e casinista, beh, è brava per davvero. L'impatto definitivo col traffico, poi, è arrivato quando siamo tornati a Monaco per prelevare le gatte e da lì ci siamo spostati a Parigi in macchina: per raggiungere casa nostra (arrondissement numero otto) abbiamo fatto più coda in un'oretta di quanta ne abbia fatta a Monaco in due anni e mezzo. Ah, for the record, non ho una macchina da tanti anni, ma a Monaco mi capitava di usarne tramite car sharing.

Chiaramente, anche sulla base di quanto detto sopra, a Parigi non c'è l'aria pulita da paesino di montagna che si respira a Monaco. Ma, insomma, non che me lo aspettassi. In compenso, a parità di stagione, sembra fare mediamente più caldo (d'altra parte non siamo più in montagna). In compenso la "stabilità" atmosferica sembra molto simile a quella bavarese: se c'è un singolo lato negativo di Monaco è il fatto che non sai mai che tempo ci sarà e nel corso della stessa giornata passi dallo startene in canotta la mattina all'afferrare felpa e ombrello per ora di pranzo e poi costume da bagno dopo le tre. Ecco, siamo a Parigi da due settimane e non si tratta certo di un campione affidabile, però non credo ci sia stato un singolo giorno in cui non abbia piovuto almeno un po'.

Rispetto a Milano, va detto, c'è una grossa differenza. Parigi, pur con tutto il bordello, il casino, lo smog, lo sporco, è una bella città. Nel senso che alzi lo sguardo e vedi dei begli edifici, delle case che ti fanno esprimere un punto esclamativo, dell'architettura affascinante. Capita anche a Milano, intendiamoci, ma devi cercare con un po' più di attenzione. Per altro pure Monaco è bella assai. Così, per dire. In tutto questo, abbiamo trovato casa in una via molto tranquilla, nonostante sia a due passi da un'arteria super casinista e dalla ferrovia, e in una zona in cui c'è più o meno tutto quello che può servire, raggiungibile a piedi nel giro di cinque minuti, fra veterinario, ristoranti assortiti, negozi, grandi catene e pure la piazza col multisala grosso. La cosa è ottima soprattutto perché, nell'adorabilmente vivibile Monaco, sotto questo punto di vista mi ero abituato molto bene e non era assolutamente scontato spostarsi a Parigi e ritrovarsi in un posto in cui quasi tutto è a portata senza dover prendere i mezzi.

Mezzi che, per inciso, sono stra-capillari e, mi sembra, anche abbastanza efficienti, quando non colpiti da scioperi che sono in effetti abbastanza frequenti, oltre che un altro elemento di quelli "sono tornato a Milano". Alcuni treni sono molto moderni, puliti e con l'aria condizionata. Altri sono dei carri bestiame. Il collegamento con l'aeroporto è gestito tramite due treni diversi e diciamo che è uno è preferibile all'altro. L'aeroporto lo odio. La gente in metropolitana fa casino, non c'è esattamente quell'attenzione a non rompere le palle al prossimo tuo (ubriachi e tifosi di calcio esclusi) che si respira a Monaco. Più in generale, il comportamento delle persone mi sembra molto più italiano che tedesco, cosa che ovviamente ha i suoi pro e i suoi contro. Però, insomma, io ero molto orgoglioso del fatto che a Milano, pur con molta calma e fatte le dovute eccezioni, fossimo riusciti a capire che rallentare quando qualcuno sta attraversando sulle strisce e levarsi dalle palle tenendo la destra sulla scala mobile per far passare la gente possono essere gesti carini. A volte, perfino, si lasciano scendere le persone prima di salire sul treno in metropolitana. Qua a Parigi diciamo che mi sembra tutto un po' più anarchico. L'approccio all'attraversamento pedonale, in particolare, è una sfida al destino: se il semaforo dice rosso, innanzitutto ci si butta in strada e si comincia ad attraversare, poi si procede a braccio. A Monaco, se attraversi col rosso, i bambini ti guardano come se avessi rubato loro un giocattolo e i poliziotti minacciano multe. Oh, poi, gusti.

Affacciandomi alla finestra sul retro ho scoperto che G.I. Joe non è un documentario.

Vado in giro e non mi piacciono le facce che vedo. Le trovo proprio mediamente brutte e antipatiche, anche se mi rendo conto che la cosa è pure un po' figlia dell'abitudine e del condizionamento culturale. In compenso c'è una discreta quantità di belle figliole, cosa che fa sempre piacere quando vai in giro, anche se già mi mancano le bionde bavaresi. Su come sia la gente non credo di avere ancora elementi a sufficienza per esprimermi. Posso dire che i vicini di casa che ho intravisto mi sembrano amichevoli e in generale quasi tutte le persone con cui ho avuto a che fare, tra padrone di casa, negozianti, ristoratori, commessi e quant'altro, le ho trovate estremamente gentili e disponibili. Mi sembra anche che in giro per negozi si faccia perfino meno fatica che a Monaco a trovare qualcuno che spiccichi due parole di inglese, però il campione è davvero ristretto e soprattutto limitato in larga parte alle grosse catene. Fra le persone incontrate a caso, invece, sempre al momento, sempre con beneficio del dubbio, la media sembra essere più o meno come a Monaco: non tutti lo parlano. In compenso non sembra esserci la stessa quantità di gente "appassionata" di quel posto chiamato Italia.

A Monaco, dovunque ti giri becchi qualcuno che ha studiato italiano, vedi un ristorante o una pizzeria dall'italianità moderatamente "fedele", scorgi un negozio che vende prodotti italiani. A Parigi i ristoranti italiani non mancano di certo, figurati (anzi, diciamo pure che ne è piena), ma mi sembra che siamo un po' meno "presenti". In particolare, vedo in giro molti meno biscotti del Mulino Bianco. La De Cecco si trova, però. Le cose importanti. E a proposito di cibo: ristoranti ovunque, tanta roba che mi sembra essere di qualità, ristorazione etnica fatta come si deve, con posti tipici che fanno una cucina più o meno fedele a quella che sostengono di proporre. In questo mi sembra si stia perlomeno bene come a Monaco, sicuramente meglio che a Milano. Cosa curiosa: è pieno di rosticcerie cinesi/orientali con piatti già pronti da scegliere a buffet, come non mi pare di averne mai viste altrove (soprattutto non così tante). Fanno cacare.

L'ottimo libanese a due passi da casa.

Già che si parla di cibo, parliamo di prezzi. Parigi costa. Sono l'ultima persona a voler perpetrare il mito secondo cui la Germania sarebbe un paese iper-economico, in parte perché non conosco la vita in tutta la Germania, in parte perché a Monaco non è per niente vero. La mia esperienza a Monaco dice che la vita, lì, costa bene o male come a Milano. Chiaramente immagino dipenda anche da come vivi e cosa fai del tuo tempo libero, ma in media, facendo una tara fra quel che costa di più e quel che costa di meno, a Monaco spendevo bene o male i soldi che spendevo a Milano. E Milano non è esattamente una fra le città più economiche d'Italia. Ecco, sono appena arrivato, vediamo con calma, ma la prima impressione è che a Parigi si spenda sostanzialmente il doppio. La prima impressione si basa su (1) affitto, (2) fare la spesa e (3) andare al cinema. Grazie al cielo non è il mio lavoro il motivo per cui ci siamo spostati a Parigi.

A proposito di cinema. Ce n'è una valanga. E oltre ai vari multisala e in generale ai cinema con gli spettacoli "nuovi", ci sono diverse sale che proiettano film del passato e ce n'è perfino una tutta dedicata ai classici del cinema d'azione. No, dico. Inoltre, mentre a Monaco ci sono i film doppiati e anche quelli in lingua originale a Parigi ci sono i film in lingua originale e anche quelli doppiati. Per un esempio sulla quantità, basta andare a questo indirizzo. La differenza non è solo quantitativa, è proprio elevata a sistema. Il sottotitolo è istituzionalizzato. A Monaco c'è qualche cinema che appiccica i sottotitoli, ma in genere vai e ti vedi il film inglesoide esattamente come è uscito in America o in Gran Bretagna. A Parigi, almeno da quanto ho visto e quanto ho capito, il film viene sottotitolato in francese, pensato per un pubblico francese che si vuole guardare il film in lingua originale. La conseguenza di questo è che se un film ha un personaggio che parla, che so, in turco e in originale è sottotitolato in inglese, qua levano i sottotitoli in inglese e mettono quelli in francese. Se c'è un personaggio che parla in francese, beh, levano i sottotitoli in inglese e basta. Fra l'altro, conseguenza di questo è il fatto che spesso i DVD hanno solo i sottotitoli in francese. Non sempre, ma spesso. Insomma, ho un motivo aggiuntivo per mettermi a imparare la lingua.

Inoltre c'è la flat. Paghi venti euro e spiccioli al mese per farti la tessera e vai al cinema quanto ti pare, nelle grosse catene e pure in una manciata di sale indipendenti. C'è pure la tessera per la coppia, che costa trentaqualcosa euro (e fra l'altro la seconda persona non è fissa, puoi andarci con chi vuoi, e puoi pure far pagare il biglietto ridotto a una terza persona). Ora, mi rendo conto che per chi magari va poco al cinema possa sembrare un prezzo esagerato, ma per me è la manna dal cielo, significa (1) risparmiare un sacco di soldi, anche considerando che di base qua il cinema non costa poco, come tutto il resto, e (2) probabilmente andare ancora di più al cinema, perché "Mh, non so se andare a vedere quel film, non mi convince... ma che me ne frega, tanto c'ho la tessera". A proposito: per il momento sono andato a vedere solamente un film, Rush, a uno dei centododicimila Gaumont Pathe che ci sono in città e che descriverei dicendo che sembra l'UCI. Non è un complimento. Bisognerà approfondire.

 No, niente, è che la linea Belin mi fa molto ridere.

Dicevo, la lingua. La parlo bene tanto quanto il tedesco (nel senso di "no"), però la trovo molto più comprensibile del tedesco, per ovvi motivi di somiglianza all'italiano. Sia a leggere che ad ascoltare, tendenzialmente, capisco quasi tutto quello che viene espresso, anche se magari mi perdo qualche dettaglio. Il che significa che davanti a un film come Rush, in cui ogni tanto qualcuno parla in francese e ogni tanto Niki Lauda parla in tedesco sottotitolato in francese, non ho avuto problemi. Certo, di fronte a un Bastardi senza gloria, le cose potrebbero farsi molto più complicate. Insomma, qua mi si sta toccando nell'intimo, potrei essere motivato. Anche perché c'è la questione fumetti.

Già lo sapevo, ma fa comunque una certa impressione vedere quanta importanza venga data ai fumetti e non solo come prodotti per bambini. Non è tanto la quantità di fumetterie - che comunque sono tante e, da quel che ho visto, molto belle - o lo spazio che viene dato loro da Fnac, è il fatto che entri in una libreria a caso e trovi esposti all'ingresso, assieme ai romanzi e ai saggi "seri", diversi volumi a fumetti. E non solo il roman graphique che se la tira, anche magari il paperback di Superman. Bello. Senza contare che c'è addirittura la via dedicata alle fumetterie, Rue Dante, in cui ancora non sono stato ma che, ehi, mi sembra già una bella idea solo a scriverla.

Fra l'altro, due settimane fa, durante il nostro primo weekend da parigini, quando ancora non avevamo una casa, girando per la metropolitana siamo incappati nell'onnipresente pubblicità del Paris Manga & Sci-Fi Show e la domenica ci siamo andati. Bello, anche se magari io sono un pochino fuori target, ormai, per una fiera quasi interamente dedicata a manga, anime e relativi gadget (cosa che comunque non mi ha impedito di spendere dei soldi fra una bancarella e l'altra). Però c'era uno stand sul retrogaming con delle console e dei giochi che mi hanno fatto sanguinare il cuore, c'avevo letteralmente le lacrime agli occhi. Poi ho visto i prezzi e mi sono allontanato fischiettando, but still. Comunque agevolo veloce documentazione fotografica.

Qua mi sembrava di essere alla fiera campionaria di Milano.

Per fortuna tutti i DVD avevano solo i sottotitoli in francese.

Il torneo di mahjong!

Kimono e altre giapponeserie.

L'angolo Babich.

 L'angolo Calcaterra.

L'angolo takoyaki.

L'angolo attori mediocri di telefilm che fanno autografi.

Poco sopra ho menzionato la Fnac. Qua vicino a casa ce n'è una particolarmente fornita, ci sono andato e ho trovato tutto quel che cercavo. Non era scontato, non mi posso lamentare. Nonostante questo, devo dire che, pure mettendo assieme Fnac e Darty, rimpiango fortissimo il Mediamarkt più grande dell'universo che c'è a Monaco. Non che ci vivessi, anzi, ci sarò andato cinque volte in due anni e mezzo, ma quando ci andavo, scorrere tutti quegli scaffali era divertente, così come era bello ritrovarmi nella sezione PC più grande del pianeta, con versioni "fisiche" di roba che non ti aspetteresti mai. In generale, comunque, i negozi della roba multimedialosa che piace a me, qua a Parigi (e soprattutto qua nel mio quartiere) non mancano. Non ho visto una quantità esagerata di Gamestop, in compenso vedo dappertutto negozi di una catena che si chiama Micromania. Ma insomma, non mi sembra ci sia particolarmente da esaltarsi, sotto questo punto di vista: tutto molto istituzionalizzato e sotto forma di catene, per di più con prezzi che "OK, compro online", anche considerando il rischio di ritrovarmi fra le mani roba che parla solo francese. A margine, la prossima settimana, nello stesso posto della fiera mangosa di cui sopra, c'è una roba che si chiama Paris Games Week e a cui immagino che farò un salto.

Già che si è parlato di catene, alla faccia della Francia super nazionalista, l'invasione a stelle e strisce è totale. C'è tutto: Subway, McDonald's, Burger King, Kentucky Fried Chicken, ovviamente Starbucks. Gli Starbucks, poi, sono dappertutto. È pazzesco. Ci sono più Starbucks nel mio quartiere qua a Parigi che in tutta Monaco di Baviera. C'è più densità di Starbucks per metro quadro che nella maggior parte delle città americane che ho visitato. La stazione di treni e metropolitana ne contiene due. Esci dalla stazione e te ne trovi uno davanti. Attraversi la strada e ce n'è uno dentro il centro commerciale. Vai a destra, cammini per cento metri e ce n'è uno enorme, su due piani, nella piazza lì vicino. Allucinante. Fra l'altro c'è anche Domino's Pizza. Non ho ancora avuto il coraggio.

La cosa ottima è che nella maggior parte di questi posti c'è il Wi-Fi gratuito. C'è anche in svariate stazioni della metropolitana e in altri luoghi pubblici. Inoltre, praticamente tutte le aziende telefoniche/internettare hanno hot spot dappertutto. Tipo, per dire, Free, che è quella con cui ho fatto l'abbonamento io, ne ha qualcosa come tre milioni. Pure da casa, ne becco uno. Tra l'altro sembra una presa per il culo: si chiamano Free Wi-Fi, tu li vedi, dici "Ah!", ti connetti e poi scopri che è una roba a pagamento. A proposito, l'internet: chiaramente non dipende strettamente da Parigi ma da dove ho trovato casa, però passare dalla gloriosa VDSL teutonica alla mediocre ADSL che ho qua è un po' deprimente. Anche se l'impatto è stato ammorbidito dal fatto che, dopo due settimane spese attaccandomi in tethering e correndo da uno Starbucks all'altro per scaricare episodi di telefilm, anche la peggior ADSL del mondo dà l'impressione di stare attaccati alla dorsale del paradiso. Comunque, ho fatto tutto con Free, mi ci hanno infilato dentro pure la televisione (che ha una valanga di canali, con tanto di PVR integrato, una decorosa programmazione in lingua originale, internet sulla TV, app assortite e perfino un gamepad nella confezione, casomai volessi acquistare la manciata di giochi supportati) e tutto sommato l'offerta mi sembra dignitosa. E poi il router e il decoder c'hanno il design di Philippe Starck, mica pizza e fichi! Detto questo, c'è la fibra ottica nel quartiere, bisogna aspettare che allaccino il palazzo, attendiamo fiduciosi.

 Il router che fa tendenza.

Ah, fra l'altro, la velocità/qualità dei servizi. Mh. Diciamo che su alcune cose 'sti parigini mi sembrano lenti/storditi stile Italia, ma insomma, d'altra parte non è che a Monaco lo stereotipo della Germania tutta precisina e super funzionante si sia rivelato esattamente veritiero. In compenso, a livello burocratico, i francesi, per il momento, mi sembrano ben più scopinculo precisini regoletti dei tedeschi, anche solo per darmi una cacchio di SIM. Poi, non so bene cosa c'entri ma non so dove altro infilarla: la questione carte di credito. Ai francesi - che per inciso usano ancora un sacco gli assegni - le carte di credito stanno antipatiche tanto quanto ai tedeschi, ma hanno risolto la cosa in maniera più intelligente. Mentre a Monaco trovare un negozio (e soprattutto un ristorante) che accetti carte di credito è più difficile che trovare un macellaio che non abbia il 90% dell'assortimento a base suina, a Parigi accettano le carte di credito più o meno dappertutto. Solo che non sono carte di credito.

Intendiamoci, accettano, per dire, Visa e Mastercard, e se hai una carta di credito Visa italiana la usi senza problemi e come al solito, ma le Visa e le Mastercard che ti fai qua non funzionano come carte di credito, sono carte di debito (o bancomat, se vogliamo). Nel senso che ti prendono subito i soldi dal conto. Funzionano perfettamente, eh! Ci compri su Amazon, per dire. Però paghi subito (o quasi, comunque non un mese dopo). A me, tutto sommato, la cosa non dispiace: penso sia più saggio spendere i soldi che hai, rispetto a spendere i soldi che avrai all'inizio del mese successivo. O magari non ci ho capito nulla, che può pure essere, ma che vi devo dire, ce l'hanno spiegata così. Ah, se ho capito bene, fa eccezione American Express: la loro è una carta di credito pure qua. Credo. Fra l'altro, a proposito di carte di credito, fun fact: l'edicola della metropolitana di non so quale stazione grossa in centro accetta il pagamento con bancomat/carta. E vende Empire. Quello inglese, dico. Sembra - ed è - una fesseria, però trovalo, in tanti altri posti, un edicolante che ti permette di pagare con la carta se non hai dietro spiccioli. E in generale trovalo, Empire, a Monaco.

Ad ogni modo, direi che possiamo chiudere qui. Ci sono sicuramente mille altre cose che potrei e vorrei dire, ma adesso non mi vengono in mente e, insomma, anche basta. Vi saluto con un bel copincolla di quanto scritto su Facebook a tema baguette.

"Hahahaahah cmq la cosa delle baguette uno pensa sia una battuta, lo stereotipo e invece escono davvero dalle fottute pareti. Ho scritto questo status, mi sono affacciato alla finestra e tac, passa uno con la baguette in mano e non solo: la solleva e la annusa voglioso. Hanno proprio un rapporto morboso, con 'ste baguette. La proprietaria dell'appartamento temporaneo dove stiamo in 'sti giorni ci ha fatto trovare un'ottima baguette sul tavolo. Da McDonald's c'è il McBaguette. Vai in giro e la gente ha in mano sacchi da dieci baguette. Sembra un film horror. Dal panettiere nessuno può sentirti urlare."

Quasi ventimila caratteri usciti così, come se niente fosse, durante una (ovviamente) piovosa domenica mattina. Mi sa che mi mancava, scrivere qua sul blog.

20.10.13

Lo spam della domenica mattina: Traslocamentre


Dunque, fra la scorsa settimana e questa, ovviamente, non sono riuscito a produrre molto, al di là del ricominciare a scrivere di The Walking Dead e del continuare a scrivere di Agents of S.H.I.E.L.D. correndo da uno Starbucks all'altro per scaricare i rispettivi episodi. Comunque, qualcosina sono riuscito a farla. Per esempio, su Outcast non ho saltato gli appuntamenti con Old! e ho parlato dell'ottobre del 1983 e di quello del 1993. Inoltre, ho enucleato un Librodrome dedicato ai fumetti di Dead Space e, siccome l'altro giorno m'è apparsa la connessione a internet, ci siamo lanciati e abbiamo subito registrato un podcast, il primo The Walking Podcast dedicato alla quarta stagione di The Walking Dead. In tutto questo, ho fatto anche cose per IGN e in particolare segnalo l'intervista su The Witcher 3: Wild Hunt, estratta dal fondo della monnezza riportata dalle fiere.

Sono ormai quasi installato. Quasi. Ma installato. Baguette!

19.10.13

La robbaccia del sabato mattina: cose accadute mentre traslocavo

 
Allora, mentre mi spostavo dalla Germania alla Francia, bizzarramente, il mondo non si è fermato. E quindi sono successe una caterva di cose e sono apparsi una valanga di video che normalmente commenterei qua sul blog. Vediamo un po' di fare selezione e iniziamo da questo bel corto animato a firma Zack Snyder / Bruce Timm per celebrare i settantacinque anni di Superman.



Poi abbiamo quest'altra robetta sfiziosa, Il cavaliere oscuro riprodotto sotto forma di videogioco a otto bit. Quanto sono belli, 'sti filmati ottobittari?



Poi è saltato fuori un trailer per Lo hobbit: La desolazione di Smaug che ha fatto lanciare una serie di ululati d'esaltazione in giro per l'internet.



E onestamente, mah, sì, per carità, bello, c'è dell'azione, c'è dello spettacolo, c'è la voce di Sherlock Holmes, c'è la faccia da fesso di Orlando Bloom e c'è Evangeline Lily truccata da donna delle pulizie, però non so bene cosa ci sia da gasarsi tanto. Mboh. Intanto, mentre Edgar Wright twitta robe su Ant-Man, viene confermata Elizabeth Olsen per Avengers: Age of Ultron, probabilmente nei panni di Scarlet Witch (comunque è brava, bene così) e arriva la conferma pure per Aaron Taylor-Johnson nei panni di suo fratello Quicksilver (secondo me è perfetto). Ma andiamo avanti.



Il primo trailer del nuovo Jack Ryan. Per quanto mi riguarda, la cosa più divertente del trailer sta nel fatto che Kenneth Branagh sia diventato "quello di Thor". Per il resto, ha detto tutto Stanlio Kubrick, facendomi tra l'altro ridere un sacco. E a proposito di ridere un sacco...



Hahahaha, ma quanto è bello che cagate simili siano diventate produzioni mediamente grosse, con dentro attori attori sulla carta dignitosi? Cioè, I, Frankenstein. Contro i goblin dei cartoni animati. Con l'esercito di cadaveri. E Yvonne Strahovski, che è sempre un piacere. Magari è divertente. Boh. Non so se crederci. Va detto che io mi sono divertito con Hansel e Gretel.

Chiudiamo con una roba deliziosa firmata Guillermo Del Toro.



Anzi, chiudiamo con un'altra roba.



Sono più o meno tornato operativo. Più o meno. Meno. Lo sapete che qua si può fare la flat del cinema? La tessera, dico. Venti euro al mese e vai quanto vuoi. Non ne esco vivo.

17.10.13

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X04: "A occhi chiusi"


Agents of S.H.I.E.L.D. 01X04: "Eye Spy" (USA, 2013)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Roxann Dawson
con Clark Gregg, Brett Dalton, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge

Attenzione, colpo di scena: il quarto episodio di Agents of S.H.I.E.L.D. è il primo che mi convince più o meno fino in fondo. Nulla per cui strapparsi i capelli, correre in strada urlando e mettersi a ribaltare le macchine dalla gioia, però è una puntata che, oltre a lasciarsi guardare, mi ha addirittura abbastanza appassionato e non mi ha lasciato alla fine addosso una sensazione di "Sì, OK, però andiamo al dunque". Addirittura Ward, per brevissimi tratti, è sembrato poter manifestare un minimo di carisma e i suoi scambi con Skye non mi hanno fatto venire il latte alle ginocchia. Ma soprattutto l'episodio ha ritmo. Che magari può sembrare una cosa scontata, per una serie almeno in parte incentrata sull'azione, ma secondo me tutte le precedenti puntate - compreso il pilota, che ho apprezzato meno rispetto a quella che sembra essere "l'opinione pubblica" - pativano gravemente di carenza dello stesso. Qua, invece, le cose procedono con un minimo di trasporto, c'è una regia un po' più dinamica del solito, la scena d'apertura è abbastanza d'effetto e tutta la parte conclusiva, per quanto non esattamente strabordante di colpi di scena imprevedibili, funziona a modino e ha pure un paio di gag simpatiche.

Dopodiché rimangono i problemi (o supposti tali) della serie, a cominciare dal fatto che può risultare un po' bizzarro seguire le avventure dei cazzutissimi agenti dello S.H.I.E.L.D. che sono una banda di ragazzini scemotti e un po' incapaci. Io in realtà non lo trovo particolarmente incoerente con l'universo cinematografico Marvel, caratterizzato fin dall'inizio come tutto un tripudio di scemate colorate e autoironiche, a maggior ragione se consideriamo che si tratta del team guidato da Phil Coulson, uno che cammina come se avesse un aspirapolvere infilato dove non batte il sole e che nelle sue apparizioni cinematografiche è sempre stato lo scemo del villaggio. Ma, ehi, capisco possa dar fastidio.

Più che altro, però, quel che serve è che la serie prenda un po' il volo, smetta di concentrarsi solo sulla struttura da caso della settimana e inizi a unire i puntini dei vari indizi sparsi in giro, fra organizzazioni segrete antagoniste e 'sta storia di che cacchio è successo a Coulson con cui ce la menano dal pilota. Probabilmente bisognerà avere un po' di pazienza, perché ho idea che, in termini di ambizione del racconto, si sia andati anche un po' a spanne in attesa di sapere se e quanto sarebbe durata la stagione (in questo mi ricorda un po' la prima annata di The Good Wife, alla faccia dei paragoni arditi). Ce l'avremo, la pazienza? Io sì, sono una persona paziente. Ma gli altri? Boh.

Comunque è affascinante leggere le recensioni in giro per l'internet e vedere che su ogni singolo elemento di ogni singolo episodio ci sono opinioni completamente opposte. Non capisco se sia un buon segno, ma è affascinante. O forse divertente? Boh, qualcosa del genere.

15.10.13

The Walking Dead 04X01: "Calma apparente"


The Walking Dead 04X01: "30 Days Without An Accident" (USA, 2013)
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
episodio diretto da Greg Nicotero
con Andrew Lincoln, Scott Wilson, Chandler Riggs, Norman Reedus, Melissa McBride, Chad L. Coleman, Danai Gurira, Emily Kinney, Steven Yeun, Lauren Cohan

Negli scorsi due o tre mesi, un po' tutto il cast di The Walking Dead, a cominciare dal nuovo showrunner Scott Gimple, ha ripetuto e ribadito che in questa quarta stagione avremmo visto entrare in scena una nuova minaccia, in aggiunta a zombi ed esseri umani esterni al gruppo. Non era difficile immaginarsi cosa potesse essere e il finale di questo primo episodio ha confermato l'ipotesi che andava per la maggiore, proponendo una situazione che è sicuramente credibile veder manifestarsi in un contesto del genere, suggerendo un intrigante possibile coinvolgimento di Daryl e in generale ponendo basi interessanti per gli sviluppi nell'immediato futuro, oltre che per l'inevitabile massacro di tutto il nuovo cast di contorno gettato evidentemente nel mucchio solo per fare da carne da macello.

Più in generale, questo 30 Days Without An Accident è un solido primo episodio, molto ben orchestrato nel porre le basi per la stagione e mostrarci l'evoluzione dei vari personaggi rispetto a come li avevamo lasciati. Non ha magari la forza dirompente e la carica emotiva dei "season opener" visti nelle nella prima e nella terza stagione (sarà che il pari porta sfiga?), ma fa il suo dovere e piazza diversi colpi riusciti. Dove magari fallisce un po' è per l'appunto nel segmento che più di tutti dovrebbe puntare sull'emotività, con le vicende di Rick fuori dal campo, pure intriganti di per sé, ma dal forte sapore di già visto, soprattutto perché non è che al nostro simpatico sceriffo non sia già capitato, in passato, di trovarsi davanti a uno specchio deformante in grado di mostrargli le condizioni in cui ci si può ridurre se si abbraccia la disumanizzazione da post-apocalisse.

Ma è soprattutto nel dedicarsi al suo compito principale, proporre spunti per quanto ci aspetta, che questo episodio ha fatto egregiamente il suo dovere. Innanzitutto, ci viene illustrato il passaggio dalla "ricktatura" a una sorta di consiglio dei saggi (?), sullo stile di quanto avvenuto anche nei fumetti, e questo è interessante anche perché sembra presupporre una svolta netta per la serie, fino a oggi sempre incentrata sui conflitti di leadership fra Rick e i vari Shane, Hershel e Governatore. Dopodiché viene messo chiaramente in evidenza quello che sarà probabilmente uno fra i temi principali della stagione: la ricerca di normalità, la lotta contro la perdita di umanità. Lo vediamo in un Carl improvvisamente tornato bambino che legge fumetti, in una comunità che sta cercando di adattarsi a una qualche forma di vita organizzata, in Daryl e Carol versione chioccia, in Tyreese e Sasha che hanno imboccato nuove strade, in Hershel che ara i campi, in Michonne che abbandona le pose da Arnold e addirittura ride. Poi, però, emergono le piccole e grandi cose che ricordano quanto in mezzo e tutto attorno ci sia lo schifo, fra la lezione di coltelli, Rick che fa cose strane (e ha i suoi incontri nel bosco), il costante vociare dei morti che si appoggiano al recinto, quel bel momento in cui Glenn e Maggie discutono su fino a che punto sia il caso di inseguire una vita normale. C'è insomma l'aspetto più umano di The Walking Dead, importante per la riuscita della serie tanto quanto i momenti zombi. E a proposito...


Ma lui torna capellone e col carro armato?

A proposito di zombi, la scena clou dell'episodio, con i cadaveri che piovono dal cielo, è una delizia, regala un non morto appeso per le budella che entra di diritto nel gruppone dei migliori mai visti nella serie e in generale permette a The Walking Dead di mostrare i muscoli e far vedere che sotto questo punto di vista non c'è da preoccuparsi. Del resto, se si mette a dirigere l'episodio Greg Nicotero, è evidente che si vuole dare spettacolo sul fronte budella. In più, nel contesto, vediamo nascere un altro paio di spunti, con da un lato l'introduzione di un altro personaggio pescato dai fumetti e proposto in una forma abbondantemente diversa e dall'altro un'evoluzione di Beth che sembra poter dare il via a un arco narrativo potenzialmente interessante. Insomma, la carne sul fuoco è stata gettata, sembra esserne rimasta pure parecchia in frigo, vediamo come si va avanti.

Nel mentre, oltre sedici milioni di persone han visto l'episodio, con degli ascolti che han preso a schiaffi praticamente qualsiasi altra cosa, NFL compresa. Leggo che ci si aspetta che con le repliche si sfondi il tetto dei venti milioni. A posto, insomma.

10.10.13

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X03: “La risorsa”


Agents of S.H.I.E.L.D. 01X03: "The Asset" (USA, 2013)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Milan Cheylov
con Clark Gregg, Brett Dalton, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge

La scorsa settimana chiacchieravo del fatto che, nel seguire una serie televisiva e magari anche nello scriverne, a un certo punto bisogna cominciare a dare per scontate alcune cose, a prenderle come dati di fatto e farsene una ragione. Agents of S.H.I.E.L.D. è una specie di bizzarro ibrido whedoniano che mescola serio e faceto, dramma e scemenze, scambi fra personaggi che hanno sempre la battuta pronta e momenti più introspettivi, il tutto strizzando l'occhio ai geek con rimandi a catinelle e inserendosi in una continuity sempre più corposa legata all'universo cinematografico Marvel. Ed è anche una serie che racconta un mondo di supereroi con un budget da televisione e una messa in scena per forza di cose povera rispetto a quella cui il cinema ci ha abituato. Ce ne siamo fatti tutti una ragione? Bene, proseguiamo.

Questa settimana, mentre guardavo il terzo episodio, mi sono trovato a pensare che forse c'è un altro aspetto che sarebbe il caso di accettare: Agents of S.H.I.E.L.D. non è niente di speciale. Magari un giorno ingranerà, o magari un giorno accetterò addirittura il fatto che si tratti di una serie mediocre, ma per il momento siamo in quella zona lì, la zona di una cosa che non è niente di speciale e che, diciamocelo, se non fosse il telefilm della Marvel avrei abbandonato dopo l'episodio pilota. Dopodiché, intendiamoci, gli spunti ci sono, l'idea delle persone (quasi) normali alle prese con l'impossibile ha dei possibili ottimi sviluppi, il mistero dell'agente Coulson continua a spingere con forza sempre nella stessa direzione dal gran potenziale (muscle memory, certo) e i personaggi sono dei sagomati di cartone talmente vuoti che possono solo crescere, però... però.

Però il problema è che manca il mordente. Per dire, questo terzo episodio, si apre con un bel prologo d'impatto, potente e anche ben supportato dagli effetti speciali (in generale, tolti magari gli imbarazzanti esterni con fondale bianco, l'estetica della puntata è forse meno pezzente del solito) e ha tutta una parte conclusiva con qualche idea simpatica tanto nel setup quanto negli sviluppi, però... però. Però Ward è un buco di carisma talmente grande che spesso pure chi gli sta attorno inciampa, ci finisce dentro e scompare (e non basta raccontare due scemenze sul fratello per cambiare la situazione). Però gli antagonisti continuano ad essere poco interessanti, questa settimana con l'aggravante che ci siamo trovati di fronte al Nathan Fillion del discount. Però – e alla fine il problema è soprattutto questo – quando non ci sono in ballo cose che saltano per aria, tende un po' ad ammosciarsi tutto e la narrazione procede in maniera stanca, pur regalando qualche sussulto qua e là (magari coi dialoghi fra Coulson e May). Poi, certo, si lascia guardare, a tratti ci si diverte e ci siamo pure goduti le origini segrete di un nemico storico dei Vendicatori, ma, insomma, siam sempre lì: se non fosse un telefilm che può permettersi di raccontarti le origini segrete di un nemico storico dei Vendicatori, continuerei a guardarlo?

Fra l'altro domenica ricomincia The Walking Dead, a proposito di serie TV ispirate a fumetti con esiti a dir poco polarizzanti.

6.10.13

Lo spam della domenica mattina: Out of order


Questa settimana l'ho trascorsa sostanzialmente dedicandomi agli ultimi addii, agli scatoloni e a non molto altro. Ciononostante, si sono pubblicate cose, perché qua non si sta mica con le mani in mano e mi ero portato avanti, preparando tutto in anticipo. Martedì, per esempio, su Outcast si sono manifestati il nuovo episodio di Cinquepercinque dedicato al Tokyo Game Show 2013 (e per il quale ho fatto più che altro lavoro di coordinazione) e la mia recensione del simpatico, ma (neanche troppo) sotto sotto deludente Rain. Venerdì è invece uscito, dopo mesi di attesa, il nuovo Outcast Magazine, in cui si parla di tantissimi giochi giocati con amore, passione e volgarità. Infine, ieri, l'episodio di Old! dedicato all'ottobre del 1973

Scrivo questo post lunedì 30 settembre, senza sapere nulla di se/quando/come/dove avrò a disposizione telefono/internet/mobile in quel di Parigi. Secondo me non lo saprò ancora quando verrà pubblicato questo post, domenica 6 ottobre. Che tensione!

3.10.13

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X02: "0-8-4"


Agents of S.H.I.E.L.D. 01X02: "0-8-4" (USA, 2013)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da David Straiton
con Clark Gregg, Brett Dalton, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge

Leggiucchiando in giro, noto che chi ha apprezzato molto il primo episodio di Agents of S.H.I.E.L.D. ha apprezzato meno il secondo e viceversa. Il bello è che i primi vedono nella seconda puntata i problemi che i secondi vedevano nella prima. Tutto regolare, insomma, il mondo è bello perché è vario. E io da che parte sto? Dalla parte di chi tutto sommato ha preferito il secondo episodio, pur trovandoci ancora i difetti del primo, ma vedendo un minimo di evoluzione su alcuni aspetti e continuando a credere nel potenziale. Anche se ho sempre più il timore che questa sia la classica serie che per ingranare avrà bisogno di tempo e ovviamente non è scontato che ci riesca, ad ingranare. Ma d'altra parte mi piace sempre guardare il bicchiere mezzo pieno e pensare che il primo anno di Buffy, per quanto mi riguarda, era molto debole (quantomeno rispetto a ciò che è venuto dopo) e Justified è partito come una roba piena di problemi per poi diventare quel che è diventato. Comunque, sto divagando.

Cosa ci ho trovato, di buono, in questo episodio? Per esempio il fatto che m'è parso si facesse un po' meno a gara forzata e insistita fra i personaggi a chi aveva la battuta più pronta dell'altro, ma soprattutto che gli autori, a livello di sceneggiatura, abbiano voluto mostrare una certa dose di autoconsapevolezza e prendere di petto le assurdità della loro creatura. Son cose da poco, ma è stato divertente ascoltare alcuni personaggi che ironizzavano sulla natura della serie, sulle scelte di casting, sul fatto stesso della gara a chi la spara più grossa. May, evidentemente, sta lì anche per quello, per rappresentare il punto di vista di chi si trova un po' spiazzato di fronte a quel tono esageratamente sopra le righe, e in questo ci vedo del potenziale intrigante. Al di là del fatto che sarà evidentemente il solito personaggio femminile forte per il quale vogliamo tutti bene a Joss Whedon e che praticamente nessuno riesce a trattare (e soprattutto vuole trattare) come lo fa lui.

 A cominciare dalle pizze in faccia.

Al di là di questo, l'episodio continua a puntare tantissimo sul fatto di essere una serie immersa brutalmente nell'universo cinematografico Marvel, con tutti i suoi bei legami di continuity. Anche in questa seconda puntata c'è una storia che può funzionare per i fatti suoi, ma allo stesso tempo continua a far pratica di name dropping, a gettar lì riferimenti infiniti e a incentrare alcuni aspetti del racconto su cose che chi non ha troppo in memoria la cronologia di quanto raccontato al cinema fino a oggi rischia di far fatica a cogliere. Ma del resto, sembra proprio essere questa la natura scelta per Agents of S.H.I.E.L.D. e, alla fin fine, dopo un po' diventerà anche inutile preoccuparsene troppo: tanto quanto il tono buffoncello, rimarrà fino in fondo uno dei suoi limiti e uno dei suoi pregi.

Nello specifico, poi, l'episodio prova a fare forse più di quel che può permettersi, buttandola sull'avventurona in giro per il mondo che da un lato ha un suo bel fascino caciarone molto eighties, ma dall'altro paga tantissimo i limiti di budget ogni volta che si va in esterni, mettendo in scena un'estetica cheap che fa un po' cadere le braccia. Ma insomma, temo che anche questa sia una cosa con cui bisognerà inevitabilmente fare i conti e di cui dovremo farci una ragione. A livello di sceneggiatura, ecco, se da un lato ci ho trovato qualche gag che mi ha davvero fatto sorridere (nel primo episodio era tutto un "ah, qui stai cercando di farmi ridere"), dall'altro c'è un antagonista banalotto e in generale lo sviluppo degli eventi è stra-prevedibile.

In compenso, va detto, il banalotto antagonista offre un'opportunità per aprire una piccola finestra sul passato di Coulson, iniziando quel lavoro di approfondimento dei personaggi che è marchio di fabbrica dei telefilm whedoniani e di cui il cast, al momento, ha un bisogno devastante. In questo senso, poi, si continuano a buttare lì accenni un po' stralunati alla natura della "resurrezione", che evidentemente sarà un po' il mistero principale dell'annata (solo io ho l'impressione che Coulson sia a tratti ancora più caricaturale del solito e che magari in questo possano esserci degli indizi?), e c'è una sequenza finale che, oltre ad essere uno spacco per motivi che non spiego, ha il pregio di sottolineare che, anche se dicono un sacco di fesserie, i capetti dello S.H.I.E.L.D. non sono fessi proprio per niente e conoscono perfettamente i rischi che corrono. Cosa importante se non altro perché getta una luce almeno un po' diversa sulla "clamorosa rivelazione ma chi l'avrebbe mai detto guarda" legata a Skye di pochi secondi prima.

Insomma, complessivamente, è un po' il secondo episodio che mi aspettavo. Non vedo rivoluzioni all'orizzonte e penso che Agents of S.H.I.E.L.D. rimarrà per un po' una serie gradevole, con molti limiti, piacevolissima per un fanatico di continuity come me, dal potenziale evidente, ma che deve fare molto per esplodere sul serio. Se poi sarà in grado di farlo, beh, lo scopriremo.

Dopodiché, ieri sera sono andato a vedere Gravity e non ce la posso fare. Per me, film dell'anno.

Gravity


Gravity (USA, 2013)
di Alfonso Cuarón
con Sandra Bullock, George Clooney e la voce di Ed Harris

Gesù Cristo.

 
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