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6.12.07

Prison Break - Stagione 1

Prison Break - Season 1 (USA, 2005/2006)
creato da Paul Scheuring
con Wentworth Miller, Dominic Purcell, Robin Tunney, Amaury Nolasco, Peter Stormare, Wade Williams, Robert Knepper, Sarah Wayne Callies, Paul Adelstein


Prison Break, mettiamolo in chiaro fin da subito per evitare equivoci, è fra le migliori serie televisive su cui mi sia mai capitato di posare gli occhi. Teso, appassionante, ben scritto e splendidamente girato, con interpreti efficaci e personaggi adorabili. Un gioiello, nei cui momenti migliori ci si ritrova a tagliare la tensione con la motosega e che mi ha appassionato come i vari Lost, Heroes e 24 non sono riusciti a fare e come forse solo le migliori annate dei serial di Joss Whedon avevano fatto.

Nato come miniserie e poi - ringraziamo il cielo - confermato come serial a lunga gittata, Prison Break racconta dell'ingiusta condanna a morte di Lincoln Burrows e del disperato tentativo di salvarlo da parte del fratello Michael Scofield, che arriva a farsi arrestare per finire nel suo stesso carcere e organizzare un'evasione. Attorno a questo gli sceneggiatori costruiscono un turbine di generi che si mescolano fra di loro, mettendo nel pentolone dramma carcerario, ipotesi di complotto, piani d'evasione, romance e dramma.

Nel mucchio ci sono tutti gli stereotipi del genere carcerario, dalla guardia infame all'assassino pedofilo, passando per mafiosi di mezz'età, dottoresse di buon cuore e criminali di mezza tacca dall'animo candido. Se a questa parata di banalità si aggiungono una premessa ai limiti del risibile e una serie di grandi e piccole forzature narrative, il risultato - perlomeno sulla carta - dovrebbe essere un chiaro disastro. E invece con la carta mi ci pulisco il culo e Prison Break è fra i migliori pezzi di televisione che si siano mai visti.

Il serial ideato da Paul Scheuring è, tanto per cominciare, scritto benissimo, con personaggi ricchi di sfaccettature ben più di quanto l'apparenza dica, eventi che si sviluppano come un perfetto meccanismo a orologeria, colpi di scena e stravolgimenti continui, morti inattese e benvenute e una capacità strepitosa di alzare la tensione e il coinvolgimento. Gli episodi più riusciti, come Riots, Drills and the Devil, The Rat e il trittico finale, spezzano le reni dello spettatore in un crescendo pazzesco e lasciano regolarmente di sasso con l'inevitabile cliffhanger conclusivo.

Ma è tutto il "progetto" Prison Break a funzionare tremendamente bene, con una regia efficacissima, una fotografia sporca, ruvida, di stampo cinematografico e una serie di attori tremendamente in parte. I due fratelli protagonisti, pur nella loro biespressività, giocano sul carisma e fanno bene il proprio lavoro. Ma la serie dà il meglio nel cast che ruota loro attorno, con un gruppo di caratteristi splendidamente efficaci, in grado di far appassionare alle vicende di personaggi disgustosi e deprecabili, portando a tifare per loro e per la riuscita del tentativo di fuga.

Prison Break, se preso come semplice dramma carcerario, probabilmente non è all'altezza di alcuni suoi colleghi, come per esempio il celebratissimo Oz. Ma non è quello il punto, perché siamo in realtà di fronte a un crocevia di stili e temi, che getta sul fuoco le traversie quotidiane dell'istituto di Fox River, il piano di fuga, la cospirazione che si dipana fuori dalle mura per zittire la verità e una travolgente capacità di mettere in scena azione e divertimento. Ed è vero che il passaggio da miniserie a stagione lunga si fa un pochino sentire in qualche lungaggine, ma ne nascono comunque episodi spettacolari e in una visione complessiva finisce per essere difficile dargli reale peso. Insomma, una prima stagione da leccarsi i baffi, straconsigliata, che rimarrà per sempre nel mio cuore anche se le successive non dovessero rivelarsi all'altezza.

3.6.10

Prison Break - The Final Break

Prison Break - The Final Break (USA, 2009)
creato da Paul Scheuring
con Wentworth Miller, Dominic Purcell, William Fichtner, Sarah Wayne Callies, Amaury Nolasco, Jodi Lyn O'Keefe, Robert Knepper, Leon Russom, Lori Petty


Ricordo che qualche tempo fa c'era un sacco di chiacchiericcio in Rete sulla possibile messa in produzione di uno spin-off tratto da Prison Break e ambientato in un carcere femminile. E The Final Break, guarda caso, è ambientato per buona parte in un carcere femminile. Questo, unito alla maniera frettolosa, confusionaria, tirata via con cui la gran quantità di carne al fuoco viene trattata, mi fa pensare che The Final Break sia il modo un po' patetico con cui si è deciso di raccontare lo stesso quel che si erano inventati per l'eventuale quinta stagione dell'agonizzante creatura di Paul Scheuring.

The Final Break si apre con un colpo di scena talmente forzato da far rivalutare in meglio il finale della seconda stagione e si risolve poi con un riassunto velocissimo di un racconto che, davvero, avrebbe meritato più spazio. Non perché sia 'sto capolavoro, o presenti chissà cosa di originale, ma insomma, ci sono un tot di personaggi nuovi, c'è un ribaltamento dei ruoli almeno un pochino interessante e c'è una situazione, quella del conflitto "intercarcerario", con del potenziale. Purtroppo, però, tutto viene per l'appunto introdotto, esposto e risolto troppo in fretta, senza minimamente svilupparne il potenziale, ma anzi generando momenti davvero patetici per la velocità senza senso con cui avvengono le cose. E del resto, se gestisci in un episodio doppio del materiale che potrebbe tutto sommato meritarsi un'annata intera, che vuoi pretendere?

Il risultato è una roba ridicola, in cui va completamente a farsi benedire la gestione dei ritmi, dei conflitti, dei colpi di scena, del dico/non dico, dell'atmosfera e, insomma, di tutto ciò che caratterizza e, nei suoi momenti migliori, rende grande Prison Break. The Final Break è un aborto inutile e superfluo anche più delle ultime due mediocri stagioni. Ha le sole funzioni di spiegare la cicatrice ostentata nel finale della quarta stagione da Sarah e rovinare il poco di buono che quello stesso finale aveva. Perché l'idea di una morte amara, angosciante, figlia della malattia lì suggerita non andava bene, no. Bisognava regalare l'uscita di scena eroica e tirata per i capelli. Eccerto.

L'ho visto in lingua originale nel DVD allegato al cofanetto della quarta stagione. Non ne voglio sapere più nulla, devono morire tutti.

25.2.10

Prison Break - Stagione 3

Prison Break - Season 3 (USA, 2007/2008)
creato da Paul Scheuring
con Wentworth Miller, Dominic Purcell, William Fichtner, Amaury Nolasco, Wade Williams, Jodi Lyn O'Keefe, Robert Knepper, Chris Vance, Robert Wisdom


La terza stagione di Prison Break inizia esattamente dove si era conclusa la seconda: in un clamoroso tuffo nello sterco. Messo di fronte all'esigenza di proseguire oltre quella che sarebbe stata la naturale conclusione, Paul Scheuring ha fatto buon viso a cattivo gioco, s'è inventato la prima scemenza che gli passava per la testa e ha buttato lì un'ideaccia di quelle sconvolgenti, sbattendo di nuovo tutti quanti in prigione.

Ma del resto, ok, la serie si chiama Prison Break, va bene, ci può stare, tanto più che si tratta comunque di un contesto diverso da quello di Fox River e ci sono personaggi e dinamiche completamente nuovi. Il problema è che, pur con tutta la buona volontà di questo mondo, pur facendo finta di niente, pur dimenticandosi delle traversie produttive, del tira e molla con Sarah Wayne Callies, dello sciopero degli sceneggiatori che mozza le ambizioni a metà stagione, dei set di plastica attaccati con lo sputo, di tutto quello che con un (bel) po' di buona volontà si può ignorare, beh, si fa comunque una fatica boia a considerare questo terzo anno di Prison Break qualcosa di diverso da un riempitivo poco più che mediocre.

I nuovi personaggi sono a malapena abbozzati, macchiette di pura e mediocre fungibilità, e l'unico della minima importanza – Gretchen Morgan – paga un miscasting colossale. Jodi Lyn O'Keefe è tremenda. Non è mai mai mai credibile nel ruolo della cattiva tutta d'un pezzo. Dovrebbe essere agghiacciante e implacabile, sembra una bambina imbronciata perché le hanno fatto un dispetto. E non è neanche poi 'sto gran pezzo di donna. Ma, perlomeno, ti dà l'impressione che possa giocare un ruolo anche solo vagamente importante. Tutti gli altri sono gente messa lì a caso, per far numero e per avere qualcuno da ammazzare quando il gioco si fa duro. Dopo la mattanza della seconda stagione, che così bene aveva saputo mantenere alta la tensione per diciannove episodi, ritrovarsi in questa specie di limbo che non porta avanti gli eventi in alcun modo e sembra esser pensato solo per allungare il brodo, beh, un po' le palle te le fa girare.

“Però una morte importante in questa stagione c'è!” Vero, ma io già ne conoscevo le ridicole conseguenze, quindi sai che me ne frega. Colpa mia che mi son beccato lo spoiler? Certo! Ma questo non rende meno ridicola la cosa, così come non rende meno patetico il modo in cui quella morte è stata messa in scena, così come non impedisce a tutto il resto di essere sostanzialmente mediocre. Nonostante qualche buon momento. Nonostante il sempre adorabile William Fichtner. Nonostante, di fondo, sia sempre un prodotto ben confezionato e che si lascia guardare. Perché io, da Prison Break, pretendo molto di più.

Questa stagione l'ho guardata un po' di mesi fa, non so bene perché mi sia venuta voglia di scriverne adesso. Stavo ripulendo Blogger dalle bozze iniziate e mai concluse e mi dispiaceva mollare lì questo post, abbandonato a metà come se fosse sopraggiunto all'improvviso lo sciopero degli sceneggiatori. Comunque sto ancora aspettando che mi venga voglia di guardare la quarta. Non so se mi capiterà mai. Chi l'avrebbe mai detto, considerando quanto mi era piaciuta la prima?

27.12.98

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12.3.09

Prison Break - Stagione 2

Prison Break - Season 2 (USA, 2006/2007)
creato da Paul Scheuring
con Wentworth Miller, Dominic Purcell, William Fichtner, Robin Tunney, Amaury Nolasco, Peter Stormare, Wade Williams, Robert Knepper, Sarah Wayne Callies, Paul Adelstein, Rockmond Dunbar


Il primo episodio della seconda stagione di Prison Break non è niente di speciale. Fa anzi subodorare che toccherà quanto avvenuto nel corso del primo anno, con un crescendo un po' lento e una vera esplosione degli eventi rimandata di (almeno) cinque o sei puntate, come del resto accade fin troppo spesso nei serial da oltre venti episodi. Diventa quindi ancora più fondamentale che questo primo episodio si chiuda in quel modo, con la morte improvvisa di uno dei personaggi principali. Così, a muzzo, una roba del genere mi viene in mente di averla vista solo in avvio della seconda stagione di Buffy, ma comunque lì non avveniva così presto e, soprattutto, non si trattava di uno dei protagonisti "positivi", anche se era un personaggio fisso della prima annata.

Con questa mossa gli autori stabiliscono uno standard, tracciano una soglia di "sicurezza" al di sopra della quale, per ovvi motivi, si trovano solo Scofield e Lincoln. I personaggi minori da eliminare sono terminati e ora tocca ai pezzi grossi. Tutti sono sacrificabili. Tutti possono lasciarci le penne. E molti di loro lo faranno, con un bodycount in continua salita, inarrestabile, che non lascia fiato e tiene alta la tensione fino alla fine, talvolta accanendosi su vittime un po' telefonate, talvolta lasciando abbastanza di stucco.

Tutto questo è ovviamente fondamentale nel momento in cui si vuole impostare un intero ciclo da ventidue episodi su un gruppo di protagonisti in fuga, ciascuno coi suoi obiettivi e le sue motivazioni, ma tutti uniti dal pericolo costante. Da una parte le forze dell'ordine, che vogliono sbatterli di nuovo in cella per poi buttare via la chiave, dall'altra la fetida Compagnia, che vuole buttare direttamente via loro.

Ne nasce un serial d'azione frenetico, appassionante, che nei suoi momenti migliori incolla letteralmente allo schermo per il crescendo di tensione. Dopo una serie di episodi deboli, troppo giocati sui soliti, prevedibili colpi di scena (ti faccio credere che li stanno per beccare, ma poi ti "sorprendo"), gli eventi decollano quando prende ritmo la sfida d'arguzia fra Scofield e Mahoney. Lì questa seconda stagione offre il suo meglio, nell'andare a riprendere il delirante turbine di cazzate che il primo riesce a inventarsi per uscire dai guai e nel mettergli questa volta di fronte col secondo un avversario ben più che all'altezza.

Ma un altro gran pregio del serial sta sicuramente nella ricerca di un certo candido ed epico eroismo, nell'afflato cavalleresco che certi personaggi, di tanto in tanto, riescono ad assumere, nella caratterizzazione tutt'altro che povera nascosta sotto una facciata di macchiette banali. Il massimo del coinvolgimento emotivo Prison Break lo tira fuori quando la butta sul romanticismo estremo, sia esso quello dell'amore fra Scofield e Sara, dei sacrifici di un padre per la sua famiglia, della crisi di coscienza di un uomo che ha visto e fatto di tutto.

Dove invece questa seconda stagione fallisce è nel pessimo arco finale di episodi. Quando si stanno tirando le fila di tutti i discorsi, quando ciascuno dei piani narrativi sta giungendo alla sua bella e giusta conclusione, ecco che all'improvviso si inseriscono una sfilza di minchiate e forzature a caso, appiattendo mostruosamente il comportamento di almeno tre o quattro personaggi per inventarsi un seguito e andare avanti a mungere la vacca.

E ne esci fuori certo con la curiosità di vedere cos'altro s'inventeranno, come proseguiranno le storie di personaggi a cui ti sei affezionato, ma anche con in bocca un retrogusto amaro, flaccido, quasi marcio. E, oltretutto, la consapevolezza che anche nella terza stagione ti dovrai sorbire l'idiozia di Sucre e il rincoglionimento di Lincoln, che quando s'incazza è pure figo, ma passa il tempo a fare sempre e costantemente la mossa peggiore. In ogni singola situazione. Eccheccazzo.

P.S.
Mi segnalano che Jodi Lyn O'Keefe è nella terza stagione, non nella seconda. Ho corretto di conseguenza. Devo dormire di più.

25.5.10

Accanimento Terapeutico - Stagione 4

Prison Break - Season 4 (USA, 2008/2009)
creato da Paul Scheuring
con Wentworth Miller, Dominic Purcell, William Fichtner, Michael Rapaport, Sarah Wayne Callies, Amaury Nolasco, Wade Williams, Jodi Lyn O'Keefe, Robert Knepper, Leon Russom


La quarta stagione di Prison Break si apre con un'amara ammissione di colpa, che brasa via quasi ogni avanzo della precedente. Personaggi inutili, morti ridicole, avvenimenti patetici... tutto ciò che è possibile cancellare senza far troppi danni viene spazzato via e per riparare al resto abbiamo un'annata intera. Tutto questo viene fatto per mezzo di due episodi orrendi, roba da far rimpiangere il terribile finale della seconda stagione. Cominciamo bene.

Poi le cose migliorano, forse perché s'era toccato il fondo, e la serie prende un certo abbrivio. C'è la sensazione di qualcosa che non va, di personaggi stravolti e scritti un po' a caso, di situazioni abbondantemente oltre il margine del ridicolo, ma perlomeno si guadagna in ritmo e il racconto del tentativo di vendetta nei confronti della Compagnia è tutto sommato un buon modo per cercar di ritrovare la passione dello spettatore disilluso. Ma sembra sempre esserci qualcosa fuori posto, qualcosa che non torna. Ti fanno gasare con il rapporto fra Mahone e la sua nemesi oscura, lo risolvono in maniera spettacolare, e poi ti rendi conto che ci si è bruciati troppo in fretta quel che di meglio la stagione aveva da offrire. Ti regalano una bella uscita di scena per Bellick, ma la sputtanano con una scrittura patetica, due dialoghi buttati lì a caso per provare a rendertelo simpatico nei minuti di recupero. Senza capire che simpatico lo era già, eccome, ma per ben altri motivi.

Ma tutto sommato, pur nella consapevolezza di star guardando roba inutile per solo amore di completezza e curiosità di scoprire che fine sia stata riservata all'unico personaggio rimasto in piedi (Mahone) e all'unico decente nato negli ultimi due anni (Self), si tira avanti. Certo, T-Bag è ormai l'ombra di se stesso, Scofield è ridotto a parlare solo per frasi fatte mentre si tiene il mento con la mano e Linc, beh, Linc è scemo come al solito. Ma si tira avanti. Poi, però, arriva la svolta di metà stagione, con cui davvero si sfonda il muro della cazzata a velocità ipersonica e non c'è più nulla da fare. Tutto scivola dal ridicolo al patetico, le immagini scorrono all'insegna del disinteresse e si passa il tempo cercando una ragione che è impossibile trovare, anche perché dietro ogni colpo di scena si cela una sana pernacchia.

Un attimo prima della fine, al ventesimo episodio, c'è quasi un lampo di risveglio, con addirittura due o tre momenti emozionanti. E quasi ti viene il dubbio di aver fatto bene a tirare avanti. Solo che poi arriva, hahahaha, no, guarda, neanche ce la faccio a scriverlo, hahhahahah, e, hahahahahah, e poi succede che hahahahahahaha, e torna HAHAHAHAHAHAHAH e HAHAHHARHAHARHARHRAHRAHRA. Santoddio. Per fortuna, dopo l'ultimo hahahahah, ci mostrano l'epilogo. Un finale duro, se vogliamo perfino coraggioso, che in qualche modo, così come altri momenti della stagione, prova a recuperare il romanticismo esasperato che tanto bene aveva fatto alla seconda annata. Il problema è che sa tutto di posticcio, manca tutto di mordente. Dopo una tale girandola di minchiate, dopo che l'atmosfera è andata a farsi benedire, dopo che sono riusciti a farti disamorare/disinteressare/disgustare per praticamente tutti personaggi che amavi, non possono mica sperare di farti commuovere. A far piangere, piuttosto, è il pensiero di che gran gioiello sarebbe stata questa serie se si fosse conclusa al momento giusto.

Quasi tre anni fa scrivevo: "una prima stagione da leccarsi i baffi, straconsigliata, che rimarrà per sempre nel mio cuore anche se le successive non dovessero rivelarsi all'altezza". Eh, ecco, insomma, mi sa che mi tocca rimangiarmi le parole, perché Prison Break c'è uscito abbastanza serenamente, dal mio cuore. Passando dallo sfintere.

Questo cumulo d'immondizia l'ho guardato in lingua originale, grazie al cofanetto comprato alla Feltrinelli di Corso Vercelli. Probabilmente in italiano puzza ancora di più. Fra l'altro, l'ho comprato in Italia e non sui soliti siti esteri perché c'era la conveniente offerta in accoppiata con The Final Break. Ora, questa serie si chiude con un finale. Un finale che è la versione moscia di quello che si sarebbe dovuto vedere due anni prima e che troppo bene ci sarebbe stato. Ma che è comunque un finale, netto, compiuto, degno nei limiti del possibile, anche se si dimentica di aggiornarci sul destino della cretina frignona e non ci fa vedere i due federali scemi che rosicano. E insomma, che caspita di senso potrà mai avere aggiungerci ancora un pezzetto? Che faccio, lo guardo?

29.8.14

Into the Storm


Into the Storm (USA, 2014)
di Steven Quale
con Richard Armitage, Sarah Wayne Callies, Matt Walsh

A me hanno sempre raccontato questa leggenda metropolitana secondo cui in Francia sarebbero stra-nazionalisti, legati alla loro lingua, poco interessati alla colonizzazione da parte delle stelle e delle strisce. E, intendiamoci, magari sotto molti punti di vista è anche vero, però devo dire che, da quando vivo qui, sotto molti altri punti di vista il mito mi è un po' crollato. O quantomeno mi è un po' crollato per quanto riguarda Parigi, dove gli Starbucks escono dalle fottute pareti (vicino a casa mia c'è una zona in cui se ne trovano cinque o sei nel raggio una piazza e mezzo), ci sono tutte le catene americane possibili e immaginabili e quando a gennaio ha aperto l'unica che mancava - Burger King - per giorni c'è stata la coda fuori. Non scherzo, la coda, tipo le processioni fuori dalle mense per i poveri che si vedono nei film americani. E, sempre in questo fantastico paese che ci tiene a tradurre tutto in francese, si verifica quello stesso fenomeno che tanto odiamo in Italia, quello dei titoli di film americani tradotti dall'inglese all'inglese. Cosa che fra l'altro mi crea sempre un sacco di confusione, perché io vedo un titolo in inglese su un manifesto in metropolitana, lo cerco su IMDB e lui mi risponde con la faccia che faceva Arnold quando suo fratello diceva scemenze. Son problemi.

Ora, tutto questo, giustamente, uno potrebbe chiedersi cosa c'entri con Into the Storm, al di là del fatto che, per l'appunto, qua in Francia l'hanno intitolato Black Storm, forse per evitare che i cassieri dei cinema vengano seppelliti di sputacchi quando ogni singolo spettatore chiede un biglietto per Into ze Storm. E la risposta è che non c'entra molto, ma mi sembrava comunque più interessante rispetto a iniziare raccontando la trama di un film in cui la trama è una serie di pretesti vuoti appiccicati con lo sputo a personaggi vuoti interpretati da attori vuoti per far sì che si ritrovino a scappare da disastri naturali dopo il cui passaggio i territori in cui è ambientato il film rimangono vuoti. L'aspetto più interessante della "storia" e del "cast" di Into the Storm, almeno per quanto mi riguarda, sta nel rendermi conto che Sarah Wayne Callies (che ai tempi di Prison Break mi stava simpatica e addirittura mi piaceva come donna) è stata distrutta da The Walking Dead e ormai non si riesce più a vederla sullo schermo senza sperare che venga travolta dal primo camion di passaggio. E pure nel fatto che ho osservato e ascoltato intensamente per un'oretta il protagonista maschile pensando che fosse la versione del discount di Hugh Jackman prima di rendermi conto che si trattava di Richard Armitage, solo senza il trucco da nano e in un film in cui erano tutti alti come lui.

Comunque, lo "spunto" di Into the Storm sta anche nel fatto che si tratta di un found footage, quindi di un film che in teoria dovrebbe essere il montaggio di una serie di filmati girati dai personaggi stessi con vari mezzi e messi assieme per realizzare un documentario sull'evento raccontato (una cittadina brasata al suolo da una serie di tornado senza precedenti nella storia dell'universo). Tant'è che il film si chiude su una manciata di interviste ai sopravvissuti. I pretesti utilizzati per farci credere che una banda di cretini continui a far riprese mentre sta per essere lanciata nella stratosfera dal tornado del dito di Dio sono diversi. C'è il team di documentaristi che lo fa per professione e ha tutta l'attrezzatura di spessore. Ci sono gli studenti che si dividono fra chi sta girando un filmino assegnato dal vicepreside e chi si diverte con lo smartphone. C'è la coppia di redneck che riprende tutto nella speranza di diventare famosissima su YouTube. E ovviamente c'è qualche ripresa fatta dalla TV locale a bordo di un elicottero. Insomma, è il minimo indispensabile della "giustificazione" per questo genere di film, poi sta allo spettatore bersi la faccenda e non rompere le palle con i soliti "ma", dalle batterie che non si scaricano alla gente che continua a riprendere sempre e comunque, passando per il fatto che un ragazzino con la videocamera del discount cura la fotografia come il professionista che fa documentari da quarant'anni. Ma insomma, sono le basi del filone, ci stanno. Il problema, casomai, è che la cosa viene messa in piedi un po' a caso.

E questa foto chi l'ha fatta? Eh?

Sarà una fisima mia, ma sono dell'idea che, se ti imbarchi in un film del genere, poi devi avere le palle di portare avanti la cosa fino in fondo. Non è che puoi fare il found footage per infilarti in un filone consolidato però, poi, quando devi fare la scena spettacolare, te ne freghi e piazzi l'inquadratura dove solo Superman potrebbe stare facendo riprese. Devi essere coerente. Per dire, un film come Cloverfield, piaccia o meno, ha dalla sua anche e soprattutto questo genere di coerenza e il modo in cui la sfrutta per mettere in piedi la sua atmosfera particolare. Into the Storm per ampi tratti ci prova anche, ma poi, quando la cosa rischia di farsi troppo complicata o, addirittura, di mettere i bastoni fra le ruote al tentativo di mostrare il tornado più fico nella storia del cinema, ecco che Steven Quale si abbandona placido allo sticazzi e crea le sue inquadrature come vuole, con buona pace della coerenza stilistica e narrativa. E intendiamoci, il risultato è che si vedono effettivamente su schermo degli effetti speciali pazzeschi (del resto, basta scorrere il profilo di Quale su IMDB per capire che l'unico senso dell'esistenza di questo film sono, appunto, gli effetti speciali pazzeschi). Quindi, alla fine, si può tranquillamente dire che va bene così.

Il problema, però, è che allora mi chiedo perché cacchio mi devi rompere le palle con le inquadrature sghembe, la grana a schermo e la visione in stile found footage, se poi la verità è che di fare il found footage non te ne fregava poi molto. Soprattutto, poi, considerando che ci sono, immancabili, tutte le forzature possibili e immaginabili che si manifestano in una situazione del genere e delle quali, a questo punto, potevamo fare anche a meno. Tipo il personaggio messo lì solo per avere un membro del team di documentaristi che possa far riprese dall'inizio alla fine e che non fa e non dice praticamente mai nulla, si limita ad andarsene in giro con la videocamera in spalla e il vuoto nel cuore. Praticamente è la versione cinematografica del Lakitu di Mario 64, che stava lì solo per inseguire l'idraulico e riprenderlo con la videocamera. Oppure quel momento delirante in cui, subito dopo la morte di un cameraman, il capo dei documentaristi - l'unico personaggio con un vago accenno di personalità - si mette a controllare le foto, la Callies gli urla dietro perché non ha un cuore, come può guardare le foto mentre son tutti lì a struggersi per il morto... e intanto uno del gruppo sta riprendendo tutta la scena con la videocamera.

E insomma, tutte 'ste menate io me le sorbisco anche volentieri (si fa per dire) se il film ha una sua coerenza e magari funziona proprio anche grazie al fatto di essere un found footage. Ma se poi, quando fa comodo (e talvolta anche in sequenze di dialogo, mica solo durante i disastri) il found footage si mette in pausa, mi chiedo se non sarebbe stato molto meglio realizzare un film "normale". E mi rispondo anche: sì. Anche perché, parliamoci chiaro, Into the Storm è un filmetto di poco conto, in cui le scene di raccordo fra un disastro e l'altro servono solo ad avere minutaggio a sufficienza per catalogarlo come lungometraggio. Sono superflue, banali, per nulla interessanti e interpretate da dei ceppi di legno, ma non particolarmente noiose, grazie anche alla saggia decisione di assestarsi appena al di sotto della sacra quota novanta minuti. E i disastri, invece, sono davvero ben fatti e tutto sommato meritevoli, se non altro perché appartenenti a un sotto-filone del disaster movie molto poco frequentato. Mancano magari di una testa pensante in grado di dare un taglio davvero affascinante alla loro messa in scena, ma, insomma, fanno la loro figura. E, parliamoci chiaro, se a fine agosto vai al cinema per guardati il film sui tornado, beh, alla fin fine quel che conta è che i tornado siano fatti bene e quel che li separa non sia di una noia micidiale. Fossimo a ottobre, magari, mi aspetterei qualcosa di più. Credo.

L'ho visto l'altro giorno al cinema, qua a Parigi, dove è uscito un paio di settimane fa. In Italia, invece, è uscito ieri. A conti fatti non ho mica capito se ne sto consigliando la visione o no. Magari può aiutare sapere che su IMDB gli ho messo 5.

22.4.10

24 - Stagione 3

24 - Day 3 (USA, 2003/2004)
creato da Joel Surnow e Robert Cochran
con Kiefer Sutherland, Dennis Haysbert, Carlos Bernard, Elisha Cuthbert, Reiko Aylesworth, James Badge Dale, Jude Ciccolella, Penny Johnson, Paul Schulze, Mary Lynn Rajskub


Della prima stagione di 24 mi sono rimaste in mente immagini molto chiare. La figlia di Jack Bauer che spacca le palle al padre. La figlia di Jack Bauer che si fa catturare da terroristi, stupratori, criminali a caso ogni volta che ne ha l'occasione. La figlia di Jack Bauer che, per quanto nana, è piuttosto gnocca. La figlia di Jack Bauer che frantuma pure le mie, di palle.

Della seconda stagione di 24, anche, mi sono rimaste in mente immagini molto chiare. La figlia di Jack Bauer che continua a spaccare le palle al padre. La figlia di Jack Bauer che riesce di nuovo a farsi catturare da terroristi, stupratori, criminali a caso ogni volta che ne ha l'occasione. La figlia di Jack Bauer che, per quanto nana, rimane piuttosto gnocca. La figlia di Jack Bauer che ha ormai polverizzato pure le mie, di palle.

E nella terza stagione di 24 che succede? Succede che la figlia di Jack Bauer continua a spaccare le palle del padre. Succede che la figlia di Jack Bauer viene messa a lavorare in un posto dove è finalmente protetta e non può essere catturata, ma dal quale può spaccare le palle del padre e mie con potenza quadruplicata. Succede che la figlia di Jack Bauer non ha guadagnato in altezza ma rimane ancora piuttosto gnocca. Succede infine che della figlia di Jack Bauer non ne posso veramente più.

Per fortuna, in queste tre stagioni, ci sono anche altre costanti. Per esempio c'è un cast di personaggi molto azzeccato e ben sviluppato, che popola un arco narrativo solido, appassionante e compiuto, seppur con qualche filo lasciato aperto per gli anni successivi. C'è una serie interminabile di colpi di scena, che ogni tanto sembran davvero forzati, ma funzionano quasi sempre e ti tengono incollato allo schermo, facendoti tirare le tre di notte perché non puoi fare a meno di guardare in fila le prime sette puntate. E c'è poi un tratto fondamentale, che in qualche modo mi ha ricordato la seconda, spettacolare, stagione di Prison Break: tolto Jack Bauer, che ok, mica può rimanerci secco, nessuno è al sicuro.

Il senso di pericolo costante, di posta continuamente alzata, viene sempre più rinforzato dalla voglia degli autori di colpire senza il minimo ritegno e in tutte le direzioni. Praticamente ogni personaggio, anche il più stronzo, viene tratteggiato in modo da risultare se non simpatico perlomeno emotivamente indispensabile e fartene sentire la mancanza quando, inevitabilmente, verrà tolto di mezzo. Perché c'è poco da fare: in 24, se non sei Jack Bauer, prima o poi sono cazzi. Il meglio che ti può capitare è di essere licenziato, o di levarti dalle palle per scelta tua, ma stai tranquillo che a un certo punto dovrai sparire. Ed è molto probabile che tu lo faccia in una bara.

E del resto non è un caso se poi, di fondo, anche a distanza di mesi o anni, le scene che più mi rimangono stampate in memoria riguardano la morte di questo o quel personaggio. Talvolta eroica, talvolta molto meno, ma sempre orchestrata in maniera perfetta e capace di colpire nel segno. Certo, poi ci sono anche le scene in cui la figlia di Jack Bauer spacca i coglioni. Ma per fortuna, a un certo punto, anche lei si leverà dalle palle. Oddio, spoiler.

Comunque, a proposito di spoiler, se volete saltate del tutto questo paragrafo. Della seconda stagione di 24 ricordo anche un'altra cosa: il fallimento totale della sua struttura globale. Come accade più o meno tutti gli anni, ci sono una prima e una seconda metà. Il problema è che in questo caso i cattivi della prima metà sono totalmente ridicoli, impresentabili, inguardabili. Fanno pena, non ci crede nessuno, neanche loro. E il risultato è che si passano dodici episodi (in tempo reale, pure) ad aspettare che salti fuori il cattivo, quello vero, quello cazzuto che spacca tutto e tutti. E che sicuramente funziona molto meglio, pur non convincendo anche lui fino in fondo, perché un po' tirato via e poco approfondito. Insomma, pollice verso, nonostante qualche momento davvero riuscito.

In realtà la terza stagione (anzi, il terzo giorno) di 24 l'ho vista (anzi, visto) un anno fa, ma non ne avevo mai scritto. In questi giorni, però, sto guardando la quarta (anzi, il quarto) e mi è venuta voglia di provare a scriverne così, in questa maniera un po' cosà. Piace? Ah, sì, ovviamente, lingua originale, bla bla bla, DVD su play.com, bla bla bla, sapete già tutto.

18.10.11

The Walking Dead 02X01: "La strada da percorrere"


The Walking Dead 02X01: "What Lies Ahead" (USA, 2011)
creato da Frank Darabont e Robert Kirkman
episodio diretto da Gwyneth Horder-Payton
con Andrew Lincoln, Jon Bernthal, Sarah Wayne Callies

E dopo un estate piena di drammi esistenziali produttivi, fra staff di scrittori che se ne vanno e Frank Darabont che lavora su un po' di episodi, li presenta a San Diego e subito dopo saluta agitando un dito medio, siamo arrivati alla messa in onda della seconda stagione di The Walking Dead. O perlomeno della prima fase, composta da sette episodi, con i sei successivi che si dovrebbero manifestare a febbraio. Posso dire che le odio, 'ste robe? Le odio. Comunque, è chiaro che tutta la faccenda Darabont ha scatenato un po' il panico, però va pure detto che al timone della serie sono rimasti Ciccio Kirkman (autore del fumetto, per chi non lo sapesse) e Glen Mazzara (pesantemente coinvolto nella prima stagione), quindi alla fin fine non è detto che debba andare tutto in vacca. Certo, Darabont ha diretto uno dei migliori episodi visti fino adesso ma, oh, che ci vuoi fare?

Ad ogni modo, ieri sera mi sono fatto la maratona infernale, a cominciare dalle placide ore 19:00. Tutta la prima stagione sparata in fila grazie al cofanettino blu-ray (e mi sa che ne scrivo un post, perché ho delle cose da dire). Poi i sei webisode, che sono orrendi, fanno cacare e fanno pietà, raccontano della zomba senza gambe del primo episodio ma sono orrendi, fanno cacare e fanno pietà. Come sono orrendi, fanno cacare e fanno pietà tutti i webisode su cui ho posato gli occhi (tipo quelli di 24 o di Prison Break), con la parziale eccezione di quelli di Battlestar Galactica. E poi mi sono appunto visto questa "season premiere" della seconda stagione, con la sua oretta abbondante di monologhi, discussioni animate, morti che camminano e carni masticate (il tutto dopo aver appena terminato Dead Rising 2: Off the Record, per poi scriverne oggi la recensione, anvedi che momento tutto morto vivente della mia vita). E che ci ho visto, dentro questo primo episodio?

Indubbiamente ci ho visto una roba che sembra voler e poter mantenere coerenza stilistica, visiva, narrativa con quanto mostrato l'anno scorso. Il che è sicuramente un bene. Come struttura è un episodio piuttosto diverso da quello che ha aperto le danze della prima stagione, ma è anche un episodio che bene o male riesce a riassumere un po' tutte le caratteristiche della serie, o perlomeno di come la serie ci è stata presentata fino a oggi. Attenzione ai personaggi, per un racconto che non è certo grande letteratura ma che su di loro si concentra, trattando gli zombi come quel che sono e devono essere: un pretesto, messo sullo sfondo, sempre pronto a entrare in azione in maniera dirompente, ma che non è al centro dell'azione. Tanti momenti di placida calma in cui ci si dedica allo sviluppo dei rapporti fra i protagonisti. Tensione sottile, colpi di scena, accelerate improvvise. E la voglia di giocare con la testolina di chi conosce il fumetto, suggerendo, mostrando, cambiando, stupendo. Quindi, insomma, bene così e guardiamo al futuro con fiducia. Però, non so, non mi ha entusiasmato.

Il prologo è di quelli insopportabili, con Grimes che monologa alla radio (mabbasta, con quell'accento farlocco, poi) facendo il riassuntone degli ultimi episodi. E lo fa subito dopo che il riassuntone è già stato fatto con il montaggio, tanto per gradire. Uccidetevi. Per fortuna poi parte la solita, bellissima, musica, e fra l'altro sui titoli di testa leggiamo che Daryl Dixon è stato promosso da "guest starring" a presenza fissa. Norman Reedus sei tutti noi, vai col chopper. L'episodio è solido e bello e ha una parte iniziale che mescola quanto di meglio la serie riesce a fare, con una magistrale sequenza dedicata agli zombi ma anche tanti bei momenti di dialogo e di confronto. La parte centrale, però, l'ho trovata al contrario piuttosto moscia, ma magari è solo perché quando Rick s'è messo in chiesa a fare l'ennesimo cazzo di monologo con la faccia pesa ho provato un forte desiderio di eutanasia. Oppure è perché la parte offesa, il personaggio in pericolo, è stato talmente poco caratterizzato nel corso della prima stagione che, in tutta franchezza, me ne cala davvero poco che sia in pericolo. Poi però c'è quella bella sbroccata della signora Grimes che fa improvvisamente risvegliare dal torpore e ovviamente c'è il classico finale da The Walking Dead, di quelli che ti lasciano lì appeso come uno stronzo. 

Il tutto, poi, nel contesto di uno di quei momenti "lo so che hai letto il fumetto e ti aspetti che succeda questo, quindi adesso io faccio questo". Doppio e carpiato, fra l'altro, un po' perché quel finale, lo sappiamo, è una roba che è accaduta anche per iscritto, sebbene in maniera leggermente diversa, un po' perché siamo già alla seconda volta che Rick e Shane se ne vanno nel bosco col fucile, e questa volta c'era pure Carl. Come fai a non pensare al finale del primo trade paperback? Certo, alla quinta volta che Shane, Rick e Carl se ne andranno nel bosco col fucile, oh, magari cominceremo a sentirci un po' presi per il culo, ma per il momento va bene così. E vediamo come va avanti. E sì, dai, mi sa che anche la seconda stagione me la seguo mano a mano. In fondo sette episodi prima della pausa non dovrebbero essere abbastanza per farmi innervosire. E poi c'è dell'ottimo nel guardarla un episodio per volta e poi riguardarla più avanti tutta in fila. Ma di questo ne parliamo nel post sul cofano della prima stagione, dai.


Certo è che se veramente Frank Darabont è fuggito a seguito di scazzi dovuti a tagli di budget per ricoprire di soldi il Matthew Weiner di Mad Men, boh, viene un po' di tristezza. Cioè, intendiamoci, Mad Men figata totale, eh, fra l'altro proprio in questo periodo mi sto riguardando la prima stagione e ho finalmente pronte in canna le tre successive. Però come fai a segare il budget di una serie che, pur fra alti e bassi, ha avuto il successo della prima stagione di The Walking Dead? Fra l'altro leggo che questo nuovo episodio è stato il "drama" più visto (sette milioni abbondanti) nella storia della TV via cavo. Buttali. Boh, non è il mio lavoro, sapranno quello che fanno.

27.5.10

Buffy l'ammazzavampiri - Stagione 2

Buffy the Vampire Slayer - Season 2 (USA, 1997/1998)
creato da Joss Whedon
con Sarah Michelle Gellar, Nicholas Brendon, Alyson Hannigan, David Boreanaz, Anthony Head, Charisma Carpenter, James Marsters, Juliet Landau


Passare dalla seconda stagione di Friday Night Lights alla seconda di Buffy l'ammazzavampiri è abbastanza straniante, perché ti ritrovi davanti a due modi di intendere e scrivere un telefilm completamente opposti. Da una parte il flusso continuo, il racconto che procede di episodio in episodio, dall'altra il vecchio modello della sottotrama portata avanti di sfondo alle puntate autoconclusive e che esplode ogni tanto nei momenti chiave. Da una parte uno stile di scrittura realistico, umano, che cerca di dare a ogni personaggio un taglio credibile, dall'altra un gruppo di protagonisti che fanno continuamente a gara a chi dice la battuta più ganza. Insomma, estremi opposti, appunto. Certo, poi ti guardi la quarta di Prison Break e ti ritrovi davanti il peggio dei due mondi, con personaggi che sparano solo minchiate ridicole in un racconto "unico" tenuto assieme con lo sputo. Ma lasciamo stare.

Il secondo anno di Buffy l'ammazzavampiri è quello in cui la serie inizia a trovare una sua forma, gli autori cercano i giusti equilibri e l'universo narrativo comincia davvero a strutturarsi. L'avvio non è dei migliori e nella prima metà c'è più di un episodio sottotono, anche se ancora una volta ci pensano l'adorabile atmosfera stupidina e il carisma dei cattivi di turno a tenere tutto in piedi, mentre comunque le belle idee si sprecano, a cominciare dal modo sprezzante in cui viene risolta una fra le questioni più delicate dell'annata precedente. Si sorride coi dialoghi sempre spiritosi e ricchi nel loro gusto per la citazione, si nota lo sforzo di far evolvere i personaggi e la rete di relazioni fra di loro verso quel tripudio emozionale che li avvolgerà poi, si percepisce la voglia di andare oltre.

E, a riguardarlo, si notano anche una marea di piccole cose che alla prima visione spiccavano magari solo a livello subliminale: tonnellate di accenni, dettagli, trovate, indizi che piano piano saranno negli anni ripescati e rimescolati per dar vita alle vicende, personaggi che da semplici comparse si trasformeranno in protagonisti fondamentali, basi per la creazione della delirante mitologia che sarà raccontata in seguito. Gli accenni al sindaco, le apparizioni di Jonathan, le cose dette e sussurrate a spizzichi e bocconi... a Joss Whedon e a chi lavorava con lui piacciono un sacco i fumetti americani e il modo in cui sviluppano la serialità, c'è poco da fare.

Ma nonostante tutto questo, e nonostante qualche episodio più riuscito degli altri, si diceva, per una decina di puntate la stagione fatica a decollare. Poi, però, succede qualcosa, e in una manciata di episodi la serie esplode, letteralmente. Si anima il meccanismo narrativo che - pur senza rinunciare allo schema del "mostro della settimana" - diventerà sempre più preponderante e trascinato di puntata in puntata. Si affina sempre più il fantastico equilibrio fra dramma e commedia, capace di lasciarti totalmente di sasso al termine di un episodio in cui non hai fatto altro che ridere.

E ti ritrovi davanti a una puntata spiazzante come Ted, cui è mancato il coraggio di portare fino in fondo la sua idea, ma che ti coglie impreparato fra le stupidate che lo circondano e ti agghiaccia per una mezzora buona. O la splendida Passion, che nonostante qualche ingenuità ti trascina senza tregua, lavorando proprio sulla capacità che ha la serie di farti amare i suoi personaggi, e ti stende sul colpo con quella splendida scena della telefonata. E poi la doppietta conclusiva, divertente, appassionante, drammatica, con un finale che levati.

La seconda stagione di Buffy è imperfetta, inciampa in più di un momento è finisce per essere molto meno coesa ed omogenea di come me la ricordavo. Ma ha dei picchi spettacolari, due o tre momenti fra i migliori dell'intera serie, e mostra chiaro il processo di maturazione e definizione che porterà ai successi futuri. E ha non uno, non due, ma ben tre cattivi tutti bellissimi, fortissimi e fighissimi. I miss Prague.

Nel simpatico ventesimo episodio c'è Scofield, che dieci anni prima era tale e quale a oggi, ma si sparava meno le pose e diceva molte meno minchiate. Il telefilm me lo sono guardato in DVD e in lingua originale (voci, traduzioni, battute, riferimenti pop, citazioni, censure, Yoda, McNuggets, yaggidy yack). Dal punto di vista audiovisivo 'sti DVD sono francamente dei mezzi cessi, va detto. Anche di questa stagione Alessandro Ianni aveva scritto su Nextgame, ma non linko perché fa troppo cacare e oltretutto non sono d'accordo con quel che aveva scritto. Comunque, se proprio ci tenete, usate il motore di ricerca. Che due clic in più non si buttano mai via.

 
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